"Riportiamo l'articolo de il manifesto sulla manifestazione popolare che la gente della Valpolcevera, zona profondamente colpita dalla caduta del Ponte Morandi, ha tenuto nel centro cittadino di Genova Lunedì mattina 9 Ottobre 2018. La popolazione della Valpolcevera è scesa in piazza per ricordare alle istituzioni locali e nazionali l'urgenza per risolvere i grossi problemi di viabilità, sanitari e della possibilità di poter lavorare per le aziende che si sono venuti a creare nella vallata genovese e nei comuni limitrofi. L'alto costo umano, in primis, ed economico che si è riversato su una vallata piena di imprese e di industrie e che colpisce soprattutto famiglie e lavoratori che, per recarsi semplicemente al lavoro o a scuola, devono necessariamente impiegare più tempo e dispendio maggiore di benzina, ha reso traumatica e invivibile una situazione che era già vissuta precariamente in tempi normali. L'abbandono delle periferie da parte delle politiche dei precedenti governi locali di centro destra e di centro sinistra si riflettono sulle pesanti condizioni di vivibilità quotidiana di questa vallata, sempre considerata di serie B. La gente tutta, operai, casalinghe, studenti, pensionati, commercianti e piccoli imprenditori, tutti coloro che bene o male vivono del proprio lavoro, sono stufi dei caroselli e delle passerelle dei governanti di turno (Salvini, Conte e altri) che sino ad oggi hanno fatto solo proclami e gretta propaganda elettorale sulle disgrazie dei cittadini, ma, sino ad ora, non hanno saputo ancora fare nulla di concreto. Non solo, ma l'attuale governo Lega-M5S non ha voluto proclamare sin da subito l'unità di crisi, perché tale provvedimento implicherebbe tutta una serie di stanziamento fondi e fattori per favorire la popolazione (quali agevolazioni fiscali, sconti su operazioni finanziarie e bancarie e accesso facilitato a fondi, prestiti e mutui), che invece nei precedenti governi Berlusconi e Renzi erano stati presi per i terremoti dell'Aquila e di Amatrice. Questo perché l'attuale governo è troppo preso a voler  mantenere quelle poco verosimili promesse elettorali, come lo smantellamento della Legge Fornero sulle pensioni e il famigerato Reddito di Cittadinanza, che richiede fondi che, un paese indebitato come l'Italia, non potrebbe realizzare se non contenendo maggiormente le spese e sottraendo con alta fiscalità fondi ai cittadini. Per questo preferiscono alzare la voce contro l'Europa e fare i forti con i deboli, cioè gli immigrati, nascondendo all'opinione pubblica del paese la totale mancanza di progettualità politica e addossando tutte le colpe alla Comunità Europea, ben sapendo che i fondi non ci sono per fare quello che hanno promesso alle elezioni, se non vanno a toccare quei monopoli e grandi gruppi che evadono al fisco enormi quantità di capitali e se non vanno a ridurre quelle enormi spese militari, con le quali si potrebbe veramente realizzare tutto il loro programma elettorale, ma che Salvini e Di Maio non faranno mai, perché si sono legati mani e piedi agli USA, in funzione anti europea, con i quali dobbiamo pagare ingenti spese di acquisti di armi e aerei da guerra. Prigionieri di questa assurda situazione Salvini e Di Maio perseguono in una sterile politica fatta di proclami, privi di fatti concreti, ma invadendo la loro presenza su twitter, facebook  e sui media, senza decidere nulla di fatto. La tragica vicenda del Ponte Morandi, che ci ha lasciato 43 morti, non dimentichiamolo, è sintomatica. Solo dopo 51 giorni di proclami, uno l'opposto dell'altro con politici che hanno fatto per settimane selfie con le rovine del ponte, con passeggiate che avevano l'aria di scampagnate, più che serie visite sul luogo della tragedia, questo obbrobrio di governo a due teste ha partorito la nomina del responsabile della ricostruzione del Ponte Morandi. La mancanza della proclamazione dell'unità di crisi e il grave ritardo nella nomina del Commissario per la ricostruzione la dicono lunga sulla mancata consapevolezza della gravità del disastro da parte di un governo composto da persone che in questi due mesi dalla caduta del Ponte Morandi si sono rivelati politicamente incompetenti, oltre che profondamente divise politicamente. Bene ha fatto la popolazione della Valpolcevera a scendere in piazza e mostrare la propria disapprovazione di quello che non è stato fatto sino ad oggi da un governo che vive solo di proclami e di indecisioni, in un momento in cui sarebbe urgente avere un piano deciso di ricostruzione e soprattutto avere le idee chiare per il futuro di Genova e del paese, data la estrema importanza che ha per la viabilità nazionale il Ponte Morandi.

Circolo Culturale Proletario di Genova"

 

 

 

 

Dalle acclamazioni ai fischi: Genova ha perso la pazienza

 

Giulia Mietta, GENOVA, 09.10.2018, “Il Manifesto”

 

Buio pesto. Corteo contro «l’immobilismo» delle autorità e per ricordare le difficoltà - dal crollo del ponte Morandi - di oltre 50mila persone

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E al terzo giorno le acclamazioni si trasformarono in fischi. Limitati, circoscritti, ma pur sempre fischi. La parabola di Marco Bucci, da sindaco di Genova pronto – parole sue – a scendere a Roma con una flotta di barche a vela per protestare contro il decreto urgenze, a commissario per la ricostruzione nominato dal governo, si è evoluta nel giro di un fine settimana. Così ieri mattina, in piazza De Ferrari, fra i partecipanti alla manifestazione organizzata dai cittadini e commercianti della Valpolcevera, l’insofferenza si è tradotta ad alto volume.

E POCO IMPORTA SE IN SERATA gli organizzatori dell’iniziativa hanno voluto sottolineare come il dissenso fosse stato espresso da persone «in felpa», addossando la responsabilità dei fischi ad alcuni sindacalisti Fiom (che ufficiosamente hanno comunque smentito). Si è trattato comunque della prima contestazione nei confronti delle istituzioni dal 14 agosto.

Il corteo, circa 1.500 persone, sulle note di The Wall, ha sfilato nelle vie del centro aperto da uno striscione dipinto come se si trattasse, appunto, di un muro.

«Oltre il muro è lo slogan che abbiamo scelto – dice Carlo di Bernardo, uno degli organizzatori – per far presente che a nord di ponte Morandi c’è una comunità di 50 mila persone che soffoca nell’isolamento, per la mancanza di collegamenti, per il traffico impazzito, per la lontananza dagli ospedali e per la perdita di clienti e commesse, chiediamo risposte concrete, a partire dalla riapertura delle strade che possono essere riaperte, altrimenti torneremo in piazza e allora sì che bloccheremo la città». 

A Genova ieri, per un incontro con il commissario Ue ai Trasporti Violeta Bulc, c’era anche il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.

HA PROMESSO che il decreto urgenze sarà modificato, ma ha chiesto ai genovesi di non contestarlo. «Lo abbiamo scritto con il cuore – ha dichiarato – con una tecnica giuridica molto elevata e permetterà al nuovo commissario di lavorare bene e senza occuparsi degli eventuali ricorsi, se lo avessimo scritto un po’ meno bene avrebbero potuto esserci». In audizione alla Camera, l’Ad di Autostrade Castellucci, sul tema, si è limitato ad affermare che «deciderà il cda». Ma il governatore della Liguria Toti non è così convinto che la legge sia a prova di avvocato: «Speriamo che oltre che con il cuore sia stato scritto anche con il cervello», la chiosa. Eppure, nonostante tutto, non è nei confronti di Toninelli che sono scattate le contestazioni di piazza (le uniche in aeroporto, da parte di alcuni lavoratori di Spea e Pavimental, ma il ministro è svicolato da un ingresso secondario).

«Vediamo cosa succede tra una settimana – afferma il presidente del comitato degli sfollati di ponte Morandi, Franco Ravera – il ministro ci ha assicurato che il decreto sarà migliorato sia nella parte legislativa, sia per quanto riguarda le coperture sia in tema di indennizzi e risarcimenti, quindi aspettiamo, ma basta bugie».

OLTRE ALLE BUGIE, quello che, a 55 giorni dal disastro, i genovesi non sopportano più è l’immobilismo. «Trenta giugno è una strada, non una data». È un altro degli slogan urlati in corteo e anche se sembrerà un messaggio criptico per chi non sia pratico della toponomastica del capoluogo ligure, per i cittadini della Valpolcevera è il simbolo delle problematiche che non si risolvono. Via Trenta Giugno è una delle strade lungo il torrente Polcevera e, quando c’era il viadotto, ci passava sotto. È, soprattutto, la prima arteria di collegamento tra periferia e centro che potrebbe essere riaperta: il Comune promette di farlo da giorni. UNA

PARTE DI VIA Trenta Giugno, però, rientra per 80 centimetri nella zona rossa e avere il via libera da parte della procura che indaga sul crollo è più complicato del previsto. «Intanto però nel mio negozio non viene più nessuno», si sfoga Mauro Puppo, giocattolaio. E poi c’è Marianna Amatore, giovane residente nella «zona arancione». Dopo il crollo del Morandi, con la sua Panda, ha iniziato a dare passaggi a chi ha bisogno di spostarsi da una parte all’altra della vallata. Ieri è stata lei a presentare ai due commissari il documento collettivo stilato dal comitato Oltre il ponte: «Nonostante la nostra storia e i nostri avi, non abbiamo bisogno di promesse da marinaio».