“L’articolo de il manifesto che proponiamo di seguito all’attenzione dei nostri lettori è molto importante, perché informa che da un’indagine realizzata da ispettori dell’Onu, che si sono recati in Venezuela dal 26 Novembre al 4 Dicembre 2017, risulta che il Venezuela è attraversato da una grave crisi economica, ma che non è assolutamente paragonabile alle crisi umanitarie, come quelle che si verificano in molti paesi del Medio Oriente e dell’Africa, come vorrebbero farci credere i mass media dell’occidente imperialista. Per gli ispettori dell’Onu, quella Venezuelana è una crisi causata dai paesi occidentali (USA e Europa), che, dal 2015, con le sanzioni economiche hanno notevolmente contribuito a generare una emigrazione di massa verso altri paesi del Sudamerica.

 

Questo conferma le nostre affermazioni, che cioè dietro a questo esodo di massa dei venezuelani c’è la lunga mano dell’Occidente, in primis dell’imperialismo Usa, che vuole mettere le mani sul petrolio venezuelano. A questo importante articolo dobbiamo però rilevare una imprecisione.  Quando verso la fine dell’articolo l’autrice dell’articolo, Claudia Fanti, informa che circa 2000 venezuelani emigrati, dopo appena pochi giorni, sono voluti fare ritorno in patria, perché delusi “dalle condizioni di vita dei paesi vicini”, dove erano fuggiti, dimentica o nasconde il fatto che questi 2000 venezuelani sono quasi tutti quelli che avevano scelto come meta della loro fuga il Perù, un paese con una popolazione estremamente povera, in cui le condizioni di vita sono pessime e dove persiste una guerra interna, troppo spesso dimenticata dai mass media occidentali. Grazie al piano “Vuelta a la Patria” (=Ritorno in Patria), predisposto dal Presidente Venezuelano Maduro, questi 2000 venezuelani hanno potuto tornare in patria con una serie di voli aerei da Lima a Caracas, predisposti dallo stesso Maduro, in collaborazione con le autorità peruviane (a questo proposito è sufficiente andarsi a leggere l’articolo apparso sul quotidiano ecuadoriano El Telegrafo, martedì 28 Agosto 2018, dal titolo Un centenar de venezuelanos regresa de Perú en avíon enviado por Maduro, notizia ripresa dall’agenzia AFP). Questa notizia e il ritorno in patria di 2000 compatrioti è stata un’ottima operazione di immagine e di propaganda per il governo del Presidente del Venezuela Maduro e ha senz’altro segnato un punto a suo favore nella rissosa guerra mediatica sulla grave situazione venezuelana.  A voler tornare in patria sono stati solo coloro che avevano eletto quale meta della loro fuga il Perù, mentre per la maggioranza di altri, che sono fuggiti in Ecuador, in Brasile o in altri paesi limitrofi, ciò non è avvenuto, pur incontrando spesso una certa ostilità delle opinioni pubbliche dei paesi ospitanti, perché, in realtà, in quei paesi d’arrivo non hanno trovato modi di vita totalmente diversi dal loro paese di partenza. In Perù, invece, le condizioni di vita sono evidentemente così miserrime ed arretrate che a tutti i venezuelani che vi si sono recati, sono state sufficienti 48 ore di permanenza in Perù per prendere coscienza dell’enorme divario delle condizioni di vita tra il loro paese, seppure attraversato da una profonda e grave crisi economica, e il nuovo paese dove avevano messo piede. Ora, il fatto che nell’articolo che vi proponiamo non si citi il Perù, vogliamo credere che sia una semplice svista della articolista e non un occultamento voluto, dato che non vogliamo pensare che anche un quotidiano, come il manifesto, che si proclama comunista, si sia fatto fagocitare dall’atteggiamento che in genere ha la pubblicistica borghese e imperialista nei confronti del Perù e sulla questione centrale della Guerra Popolare, che, nonostante tutto, persiste in gran parte del Perù. Grave è comunque nascondere il fatto essenziale di questa notizia, che non sono tanto i 2000 venezuelani che hanno chiesto di tornare in patria, quanto il basso livello di vita della società peruviana. Ciò significa voler occultare la storia stessa degli ultimi decenni di questo martoriato paese andino, che ha visto protagonista sul suo territorio di una rivoluzione popolare, portata avanti dal Partito Comunista del Perù, comunemente noto dalla pubblicistica borghese con il nome di Sendero Luminoso. Sul Perù poi pesa un totale silenzio, anche per volontà dei media imperialisti italiani e occidentali di occultare, finché è possibile, le tematiche di classe e marxiste-leniniste sollevate dal movimento senderista e dal discreto consenso che gode ancora tra la popolazione peruviana. Come ebbe a dire una volta il professore Luciano Canfora, riguardo alla questione curda, essa scomparve dai media perché il Pkk, il principale motore della lotta di indipendenza dei Curdi, era un'organizzazione di ispirazione marxista e, quindi, tutto ciò che, dopo il fatidico crollo dell'URSS, poteva lontanamente richiamarsi agli ideali marxisti, doveva essere occultato all'opinione pubblica mondiale, nonostante che il movimento di liberazione curdo guidato dal Pkk fosse in primo piano negli avvenimenti politici e militari di quel paese. Ebbene, la stessa cosa è successa anche per il Perù, per la questione andina e per il Partito Comunista del Perù. Però basta dare un'occhiata ai quotidiani peruviani e dei paesi della regione per rendersi conto che la situazione non è proprio normalizzata, come vogliono farci credere. Sendero Luminoso non è che non esiste più, perché è scomparso dai mass media occidentali, più propensi a dar spazio ai vari movimenti più o meno populisti, che si sono affacciati sulla scena politica dei paesi occidentali (Trump in primis), piuttosto che a parlare di scioperi, di lotta di classe, e di movimenti rivoluzionari marxisti, che ancora esistono, in molti paesi del mondo, anche se la globalizzazione imperialista ha avuto un forte peso di ridimensionamento di questi fenomeni. Ridimensionamento che comunque passa anche nel nasconderne l'esistenza e far credere che il solo vincitore sia il neoliberismo. Ma ciò non è vero, e, anche se assistiamo ad un effettivo arretramento non da poco dei movimenti di liberazione nei paesi del Terzo Mondo, ciò non vuol dire affatto che siano spariti e che non godano ancora di un certo consenso, specie in paesi con popolazioni molto povere come appunto il Perù.

 

Come abbiamo già detto non è piacevole constatare che un quotidiano, che si definisce “comunista”, come il manifesto, si accodi a questo oscuramento mediatico sulla questione peruviana. Non ci resta che prendere atto che questo oscuramento mediatico sul Perù è totale, è assodato da anni e rivela una totale presa di posizione contro le reali ragioni sociali, ideologiche, di classe, che stanno alla base dell'azione politica del Partito Comunista del Perù.

  Ceccoli Silvano

a nome del Circolo Culturale Proletario di Genova

 

 

Onu: «I migranti pretesto per rovesciare Maduro»

 

Claudia Fanti, 12.09.2018, “Il Manifesto”

 

Venezuela. Rapporto al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite: la crisi umanitaria usata per una campagna mediatica contro Caracas. Intanto migliaia di venezuelani fuggiti all'estero fanno rientro a casa

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Una pompa di benzina a Caracas

 © Afp

 

Che sul Venezuela esista una campagna di disinformazione a livello internazionale il governo Maduro non ha mai smesso di denunciarlo. Ma una conferma autorevole viene ora anche dall’esperto indipendente delle Nazioni unite Alfred De Zayas, il cui rapporto «sulla promozione di un ordine internazionale democratico ed equo» è stato presentato a Ginevra nel quadro della 39a sessione del Consiglio dei diritti umani dell’Onu.

Secondo De Zayas, in visita in Venezuela dal 26 novembre al 4 dicembre scorso, il Paese vive «una crisi economica che non può essere paragonata alle crisi umanitarie» in corso a Gaza, Yemen, Libia, Siria e in vari altri Paesi. Ed è una crisi che viene «enormemente aggravata» dalle sanzioni economiche imposte dal 2015 da Stati uniti e Europa, che hanno decisamente contribuito a generare «il fenomeno della massiccia emigrazione nei Paesi vicini».

Denunciando l’«inquietante campagna mediatica» contro il Venezuela, l’esperto Onu ha messo in guardia dal rischio di un uso improprio del concetto di «crisi umanitaria», potendo questo servire da «pretesto per un intervento militare». Ed è esattamente questo il pericolo indicato a Ginevra dal ministro degli Esteri Jorge Arreaza, che ha chiesto di fermare l’aggressione – politica, economica e mediatica – degli Stati uniti e dei loro alleati contro il suo Paese, come pure «la minaccia dell’uso della forza militare».

Una minaccia la cui gravità emerge anche dalle rivelazioni del New York Timesche, citando fonti ufficiali anonime e un ex alto grado militare venezuelano, ha riferito di una serie di riunioni a partire dal 2017 tra funzionari dell’amministrazione Trump e ufficiali venezuelani ribelli.

Benché la Casa bianca abbia infine deciso di non accogliere la loro richiesta di materiale di supporto per un piano diretto a installare un governo di transizione guidato dall’esercito, i militari ostili a Maduro consideravano tali riunioni come una benedizione tacita degliUsa ai loro piani golpisti.

Non a caso, il primo febbraio scorso, l’allora segretario di Stato Tillerson evocava la possibilità che i vertici militari venezuelani trovassero «il modo di realizzare una transizione pacifica» e, pochi giorni dopo, il senatore della Florida Rubio, più esplicitamente, prometteva l’appoggio del mondo a un intervento delle forze armate diretto a «ristabilire la democrazia con la destituzione del dittatore».

Quel che è certo, comunque, è che, pur senza scartare del tutto un intervento militare Usa – a luglio è uscita la notizia che Trump avrebbe voluto invadere il Venezuela già nel 2017 – la Casa bianca preferirebbe che il lavoro sporco lo facciano i Paesi latinoamericani, usando come pretesto la presunta crisi umanitaria provocata dai flussi migratori provenienti dal Venezuela (sarebbero 2,3 milioni le persone che hanno abbandonato il Paese fino al primo luglio).

In questo quadro, la riunione sostenuta a Quito da undici Paesi sul tema della gestione della crisi dei migranti sembra andare proprio in questa direzione.

A rovinare il programma, però, ci pensano i numerosi venezuelani che, abbandonato il Paese, chiedono ora di rientravi, delusi dalle condizioni di vita nei Paesi vicini. Sono già più di 2mila i migranti tornati grazie al piano «Vuelta a la Patria» con cui il governo si è impegnato a predisporre un ponte aereo per chi desidera rientrare in Venezuela. E molti altri si sono rivolti ad ambasciate e consolati per mettersi in lista.