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Collettivo Comunista Metropolitano 

 

 

caso parmalat: autoritratto del capitalismo

 

   Il caso Parmalat è esploso presso la pubblica opinione come un fulmine a ciel sereno. Intanto, proprio nei giorni in cui si iniziava a venire a galla la reale entità della vicenda, l’Italia era attraversata dagli scioperi “selvaggi” dei ferrotranvieri. Da un lato gente che lavora nel traffico tutti i santi giorni, che fa i turni, che campa con salari che superano appena i mille euro e a cui si nega un aumento contrattuale di ventisei (!) euro mensili. Dall’altro il signor Tanzi e la sua corte di manager e consulenti. Persone importanti e “per bene” con saldissime ed influenti amicizie nel mondo politico e bancario. Persone coi guanti bianchi che gli euro li sanno contare solo a milioni.

   Una delle tesi più gettonate per “spiegare” il caso Parmalat è che ci si è trovati davanti all’emergere di una “truffa” architettata alla perfezione e quindi era impossibile prevedere anticipatamente.  In sintesi Tanzi e Tonna, autentici maghi del falso in bilancio, avrebbero fatto fessi tutti. Semplici risparmiatori, Banca d’Italia, Consob, governo, consigli di amministrazione dei maggiori istituti di credito italiani e esteri: tutti allo stesso modo fregati e tutti ingenue ed ignare vittime del “duo delle meraviglie”. A sentire l’indignazione ed il candore con cui ne hanno parlato banchieri come Fazio e Geronzi varrebbe quasi da credergli… ma una rapida occhiata ai dati del crack fa emergere una realtà completamente diverse.

   Vediamo alcuni numeri. Il debito cumulato dall’azienda sembrerebbe sfiorare i quattordici miliardi e mezzo di euro, cifra equivalente all’1% del prodotto interno lordo italiano e, tanto per rendere meglio l’idea, all’intero prodotto interno lordo di un paese come la Bulgaria. La Parmalat è (era) per fatturato il nono gruppo industriale nazionale ed il quarto nel comparto agro-alimentare a scala mondiale. Il “buco” non si è costituito come d’incanto e all’improvviso, ma nel corso di almeno una decina di anni in cui i bilanci della multinazionale sono sempre stati falsificati con la partecipazione proprio da quegli organi deputati a certificarne la regolarità (le famose/famigerate agenzie internazionali di revisione). Il tutto senza che gli organi di vigilanza e controllo della Banca d’Italia e della borsa sospettassero alcunché? Senza che minimi dubbi turbassero i sonni delle principali banche italiane ed internazionali e concentrato l’80% del debito Parmalat?

   Che strano, provi qualche lavoratore ad andare in rosso sul conto corrente per qualche centinaio di euro e vedrà che dopo pochi giorni una telefonata di un solerte funzionario di banca lo inviterà a “rientrare” velocemente. Eppure in questo caso colossi finanziari come le “locali” Capitalia e Banca Intesa, o come le statunitensi Citybank e Bankamerica, la tedesca Deutsche Bank o la svizzera UBS, non si erano accorti di nulla.

   Ma non basta. Fino al 2003 (cioè fino a poche settimane prima del crac) i maggiori istituti di analisi finanziaria mondiale giudicavano ufficialmente i titoli dell’azione emiliana positivamente e ne consigliavano alla clientela la conservazione di questi titoli e l’acquisto.

   Altro che “truffa” familiare! Tutta un’impalcatura istituzionale (agenzie di revisione e di rating, organi di controllo della borsa e del credito, una schiera di “esperti” consulenti ecc.) risulta pienamente coinvolta o cointeressata alla “questione”. Per anni la Parmalat è stata un “buon affare” per tutti costoro, a cominciare dalle banche che in essa hanno trovato una straordinaria mucca da mungere a suon di commissioni ed interessi passivi. Poi il cerino è rimasto nelle mani del (relativamente) meno forte: mister Tanzi. Ma questo è accaduto perché è debole. Sul mercato capitalistico mondiale, il sistema-Italia nel suo complesso sta scivolando in una crisi generale che ha fatto colare a picco le economie e i continenti “meno sviluppati capitalisticamente”. Ora la falce comincia a toccare le potenze imperialiste più deboli della cittadella occidentale.

   Sono i fatti a dire che quello Parmalat non è un caso isolato. A partire del 1993 una serie di “scandali” finanziari di enorme portata hanno attraversato i mercati europei e americani. Vivendi, Worldcom, Cirio, Enron, Argentina…l’azienda di Collecchio come si vede è in buona compagnia. Come mai? A cosa è dovuto lo svilupparsi continuo di questi fenomeni che “inaspettatamente” bruciano miliardi di dollari e di euro e che distruggono o mettono a rischio migliaia e migliaia di posti di lavoro? L’imbroglio, la corruzione e la fregatura sono elementi che da sempre sono elementi che fanno parte del mercato e del suo modo di funzionare ma per provare davvero a capire le cause degli “scandali” tipo Parmalat è necessario volgere lo sguardo altrove. Il vero nodo della questione non va ricercato nella “truffa”, ma nell’impressionante processo di indebitamento che è proprio di tutte le aziende”.

   Qualche dato. A fine 2002 (fonte Sole 24 ore) i 43 maggiori gruppi industriali e di servizi italiani risultavano avere debiti per quasi 160 miliardi di euro con un incremento di circa 50 miliardi rispetto al 1999. Inoltre, una parte crescente (quasi i due terzi) di questo debito risultava contratto sul mercato attraverso l’emissione di obbligazioni (gli ormai famosi corporate bond). In pratica più le imprese sono grandi, maggiore è la propensione a contrarre debiti. Se poi diamo uno sguardo al di là della nostra penisola vediamo che questa regola ne viene rafforzata e la si può applicare non solo alle aziende, ma anche agli stati. Non a caso quello statunitense è in testa alla classifica con un debito ben più ampio di quello dei paesi del sud del mondo. E l’intera economia capitalistica a scala mondiale che corre sul filo del rasoio.  

   Ma perché questa enorme Massa di debiti? Per provare a capirci qualcosa dobbiamo partire da un fatto che può apparire scontato: ogni imprenditore, ogni azienda, fa produrre ai propri operai delle merci al fine di venderle e di realizzare un profitto. Il mercato è quindi come una grande arena, un grande Colosseo, dove le varie imprese sono in perenne e accesa competizione tra loro. Ogni azienda, per sopravvivere in questa giungla, deve difendere con i denti le proprie quote di mercato, e contemporaneamente tentare di crescere andando all’assalto dei concorrenti. La chiave per essere competitivi è al fondo doppia: accrescere lo sfruttamento di chi lavora e investire costantemente in attrezzature più moderne al fine di sfornare merci a prezzi concorrenziali. Oggi, che la partita si gioca pienamente a livello mondiale, questi due fattori sono esasperati al massimo.

   Da un lato è sotto i nostri occhi un deciso incremento dello sfruttamento del lavoro a scala planetaria che si manifesta con lo schiacciamento di interi popoli e (ormai anche qui in Occidente) attraverso l’allungamento degli orari, l’aumento dei ritmi, la comprensione dei salari, fino a giungere al tutt’altro che marginale fenomeno delle decine di milioni di bambini-schiavi che in tutto Sud del mondo vengono brutalizzati dalle multinazionali.

   Dall’altro lato, e parallelamente, per reggere il livello di concorrenza odierno sono indispensabili in tutti i campi investimenti enormi. I macchinari e le tecnologie necessarie sono costosissimi e devono essere costantemente mantenuti all’avanguardia, le spese di promozione e pubblicità assumono proporzioni faraoniche. Si aggiunga inoltre che la battaglia per il predominio sul mercato si combatte sempre di più a colpi di acquisizione tra compagnie di dimensioni mondiali e il quadro sarà ancora più chiaro.

   Facciamo un paragone calcistico. Quando la “Champions League” si chiamava ancora coppa dei campioni – per avere una squadra vincente a livello nazionale e continentale servivano fondamentalmente un buon allenatore, un paio di campioni ed una decina di discreti gregari. Tutte cose a cui un presidente coi soldi disposto a investire poteva provare a far fronte. Oggi per emergere e sedere alla tavola di quei pochi club, che si spartiscono la ricchezza torta dei proventi calcistici, sono indispensabili staff e attrezzature mediche d’avanguardia, preparatori atletici, a allenatori di tutti i tipi e, soprattutto è necessario avere rose con più di venti che rischia di costosissimi giocatori “da nazionale” per reggere gli impegni e sottrarre “campioni” agli avversari. Risultato: ruolo sempre più importante delle banche all’interno delle società capitalistiche, debiti alle stelle, fallimenti illustri come quello della fiorentina doping.

   Insomma, quella a cui si sta assistendo è una lotta al coltello tra giganti. E per prevalere (l’alternativa è finire inghiottiti e dagli altri) questi colossi hanno necessità di una tale massa di finanziamenti e di denaro da essere obbligati a ricorre ad un crescente indebitamento che diventa allo stesso tempo ossigeno e corda in collo che rischia di soffocare.

   Ma c’è di più. Il capitale, per sua natura deve valorizzare, deve generare profitto. Ma l’esaurimento del ciclo di sviluppo economico successivo alla Seconda guerra mondiale sta redendo questo stimolo dell’accumulazione capitalistica mondiale sempre più debole, per i motivi strutturali che vengono analizzati dal Capitale di Karl Marx. I capitalisti stanno tentando da almeno un ventennio di forzare questo limite. Uno dei modi con cui lo fanno, è il dilagante ricorso al debito ed alla cosiddetta “finanza creativa”. Il che è poi il modo per attrarre i risparmi e accentrarli nell’investimento delle maggiori imprese.

 

      L’indebitamento, infatti, è anche (e in un certo senso soprattutto) uno strumento con cui il grande capitale risucchia a sé i tantissimi piccoli e piccolissimi capitali sparsi per il mondo intero. Per questa via una multinazionale può operare grossi investimenti impiegando pochi capitali propri, può insomma ridurre al minimo i rischi e scaricare eventuali perdite sul vasto popolo dei “risparmiatori”.

 

   Come funziona la faccenda? Basta guardare ciò che la Parmalat ha fatto per tentare di guadagnare posizioni a livello internazionale (quella dell’azienda parmense non è stata una crisi finanziaria “astratta” – mai ne esistono di tali – in un ambito separato da quello della produzione, ma è nata da un tentativo di superare le difficoltà produttive e di mercato). Emissione di obbligazioni a tassi remunerativi sul mercato, collaborazione dei fondi d’investimento e delle banche (che intanto intascano fior di commissioni per le loro prestazioni) nel convogliare i piccoli e medi risparmi su questi titoli, nuove emissioni obbligazionarie per pagare quelle precedenti in scadenza e così via fino a quando il mercato tira o il gioco regge, poi il crack con i “risparmiatori” che si trovano in mano solo cartaccia.

 

    Si potrebbe obiettare che quello di Parmalat è un caso limite. Prendiamo un altro esempio mille volte più corposo; quello della cosiddetta “new economy”, alla fine degli anni Novanta le aziende dell’universo internet conobbero un boom borsistico senza precedenti. Schiere di “risparmiatori” (spesso semplici lavoratori), attratti dagli incrementi azionari, investirono tutto o quasi tutto nell’allora mitico “nuovo mercato” e una massa enorme di denaro si riversò su tali titoli. Poi, in poco tempo, ecco che il prezzo di queste azioni crolla verticalmente bruciando miliardi e miliardi e dando corpo ad un’ulteriore centralizzazione di ricchezza in mano alle multinazionali ed alle grandi istituzioni finanziarie (che sono i veri burattinai dei mercati borsistici mondiali) ai danni di una massa di “risparmiatori-polli-spennati”.

 

   Morale: capitalismo “popolare” in realtà significa solo massima concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochi e massima socializzazione delle perdite sulle spalle dei lavoratori e dell’intera società.

 

 

   Ma l’indebitamento riguarda anche gli stati, e questo dà ancor meglio la misura dell’entità del problema. Gli USA, ad esempio, che sono tuttora la guida dell’Occidente capitalista, nel 2003 chiusero l’anno con un disavanzo di oltre 250 miliardi di dollari. Perché questo fenomeno?

 

   Secondo la spiegazione ufficiale il debito pubblico sarebbe dovuto alla eccessiva generosità dello stato nei confronti dei lavoratori e delle classi meno abbienti. Lo stato avrebbe iniziato ad indebitarsi per “offrirci” sanità, pensioni ed istruzione. A parte il fatto che nessuno ai lavoratori ha mai regalato nulla e che quello che hanno (e che gli stanno togliendo) lo hanno conquistato solo a prezzo di dure lotte, a parte ciò, la favoletta di cui sopra e completamente falsa. Ben altri sono i moti dell’indebitamento.

 

   In realtà l’indebitamento dello stato nasce e si sviluppa come una forma sempre più importante di sostegno all’accumulazione capitalistica. Non solo lo stato opera continui trasferimenti a fondo perso verso le imprese sotto le vesti di “aiuti alla produzione”, ma interviene sul mercato creando artificialmente domanda aggiuntiva. Si pensi in tal senso al peso enorme che riveste la produzione bellica nell’intera economia mondiale, a quanto le industrie del comparto sono sovvenzionate dalla mano pubblica.

 

   Per quanto si ipocrita parlare di simili interventi come “sostegno all’occupazione” sta a dimostrare la lunga storia dei licenziamenti FIAT, cioè dell’azienda che in Italia ha sempre ingoiato la più alta quota di licenziamenti pubblici.

 

   L’indebitamento degli stati, non è una malattia dovuta a “politiche sbagliate”, ma è un qualcosa di fortemente necessario per l’intero sistema capitalistico. Quando i rappresentanti della Confindustria e del governo parlano contro il debito pubblico, i loro strali sono diretti solo ed esclusivamente contro quella quota di spesa statale che comunemente si definisce “sociale”. L’ideale di questi signori non è infatti l’azzeramento del debito, ma una sua ancor più completa ed assoluta messa in servizio dei puri interessi delle aziende e dei capitali.

 

   Soprattutto a sinistra, si critica il capitale “speculativo” (quello che gioca in borsa) e si elogia il capitale “produttivo” (quello impiegato nell’industria). Questa contrapposizione è fuorviante e falsa.

 

    Fuorviante, perché mirata a far rimanere i lavoratori salariati, i proletari, degli schiavi del e per il capitale, privi di una loro prospettiva di classe antagonista al sistema capitalista nella sua totalità.

 

   Falsa, perché il capitale, tutto il capitale, è nei fatti “speculativo”. Nel senso che vive, prospera e cresce solo ed esclusivamente succhiando e sfruttando il lavoro operaio, speculando e parassitando sull’intero proletariato, che ciò avvenga “direttamente” sotto forma di investimento in fabbrica, o “indirettamente” tramite complessi giochi finanziari la sostanza non cambia. L’unica regola che seguono i capitali – e più sono grossi e più sono ligi nel rispettarla – è quella di andare là dove si possono meglio valorizzare (in soldoni: dove si guadagna di più). Burro, armi, droga, operazioni di borsa, al capitale non importa il “come”, gli interessa solo il “quanto” ricava.

 

   Si pensi al meccanismo, del debito estero che, sotto la vigile attenzione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale, strangola e dissangua interi continenti. Nel tempo una massa di capitali che nelle metropoli imperialiste occidentali aveva difficoltà a valorizzarsi è stata dirottata verso il Sud del mondo ed impiegata a condizioni di pura usura. Poco o nulla importa se vastissime masse lavoratrici, interi popoli, sono messi alla frusta e letteralmente dissanguati “per pagare gli interessi”. L’importante è che i capitali occidentali là impiegati abbiano un ritorno altamente remunerativo.

 

   Bisogna sempre ricordarsi il fatto che in un sistema economico mondiale dominato da un pugno di stati, di banche e di multinazionali, le nazioni del Sud del mondo sono costrette a contrarre debiti. Specie se si tratta di nazioni che da secoli (a partire dal colonialismo) sono state depredate del loro possibile fondo di accumulazione originaria necessario ad avviarsi una propria industrializzazione.

 

   Immaginiamo che in una cittadina vengano aperti un paio di megacentri commerciali (tipo Auchan e iper-Coop). I piccoli commercianti iniziano a perdere la clientela e, per far fronte alle montanti difficoltà economiche, si vedono costretti a chiedere denaro in prestito. Ma chi possiede il denaro e può prestarlo sono solo i proprietari di questi centri commerciali. Per un attimo il piccolo esercente intascherà il soldo fresco e tirerà un respiro di sollievo, ma ben presto si troverà in una situazione peggiore di quella iniziale. Gli affari continueranno a scarseggiare ed in più sarà incatenato dai debiti. Ingrandiamo infinite volte questo esempio e avremmo un’idea di come funziona la faccenda del debito del Sud del mondo, e potremmo capire meglio come la libertà di quei paesi è pari a quella di un uomo legato a cui si punta una pistola alla tempia.

 

   Queto modo (che è l’unico possibile) di procedere dell’imperialismo ha da sempre significato fame e miseria per le masse lavoratrici del Sud del mondo. Per i lavoratori delle metropoli imperialiste, invece, ha per vari decenni avuto ricadute materiali anche parzialmente “favorevoli”. I “nostri” padroni banchettavano lautamente sulle carni dei quei popoli e, grassi in termini dii profitti, erano anche disposti a cedere qualcosa in termini di spesa sociale, assistenza e salario. Chiaro, questo “qualcosa” te lo dovevi sempre conquistare con la lotta, però in un certo qual senso te lo “potevano” accordare. Ed è proprio sulla base di questi reali differenziali di vita che, negli anni, l’imperialismo è riuscito a realizzare in grande stile il divide et impera di romana memoria, approfondendo alla grande il solco che tiene divisi e separati i lavoratori e i proletari del Nord “ricco” del pianeta dalla sterminata massa degli sfruttati del Sud. Quel solgo che ha portato molti lavoratori, proletari del Nord a guardare con indifferenza e distacco alle lotte e alla resistenza che gli oppressi dall’Iraq all’Argentina, dall’Asia all’America Latina muovono contro l’Occidente imperialista e la sua azione di rapina, guerra, oppressione e saccheggio.

 

   Il caso Parmalat deve far riflettere anche su questo. L’insopprimibile sete di profitto dei capitali internazionali non solo impone che anche qui, nel centro del sistema, i salari e le complessive condizioni di vita e di lavoro dei proletari inizino ad essere bruscamente sospinte all’indietro, ma comincia anche a produrre fenomeni che fino a ieri si volevano confinati altrove. Di colpo crollano aziende dalle dimensioni colossali, migliaia di posti di lavoro fino a ieri ritenuti “sicurissimi” rischiano di essere spazzati via e una serie di certezze prendono il volo. E situazioni come quella Argentina del 2001, in molti lavoratori cominciano a sospettare che si avvicini.

 

      Al momento l’iniziativa del governo, delle banche e della nuova amministrazione targata Enrico Bondi[1] è tesa a far sì che “a pagare non siano i risparmiatori”. A sentire costoro, i possessori di obbligazioni Parmalat (tra cui vi è anche una quota di semplici lavoratori) possono stare tranquilli, perché in un modo o nell’altro si troverà il mezzo per rimborsarli di tutto o quasi. Ma da dove verranno le risorse?

 

   A sanare il buco è chiamato, a suon di sacrifici, il mondo del lavoro. Ai dipendenti Parmalat si chiederanno le “necessarie rinunce”. Tutti i lavoratori dovranno fare i conti, ad esempio, con un aumento – diretto e appariscente o meno che sia – delle spese bancarie e con le manovre finanziarie lo stato mirerà – direttamente o indirettamente – a togliere risorse ai salariati per “sanare la falla”.

 

 

La sola via di uscita per i lavoratori

   Il disastro della Parmalat ha rappresentato per l’economia italiana, l’evidente declino dell’industria nazionale (Italsider, Sir, Ferruzzi, Olivetti, Fiat, Cirio, Alitalia ecc.). Di queste preoccupazioni se ne fece carico l’allora segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani dove affermò che “Il paese è in ginocchio” inoltre ha aggiunto che “fino a dieci anni fa il rischio era quello di avere un terzo di esclusi. Oggi non è più così. Oggi sembra che questa piramide si sia rovesciata e che ci sia soltanto un terzo della popolazione che sta bene, mentre un altro terzo è povero e la parte restante rischia[2].      

   Quali sono le conclusioni politiche che si possono trarre dal discorso di Epifani? In sostanza egli afferma: poiché il nostro sistema industriale versa in gravi condizioni e poiché il governo Berlusconi non sa arrestare questo degrado, “tocca a noi[3] sostenere la rinascita del paese[4]. Come? Con “una politica industriale degna di questo nome” e, al contempo, con un “agenda delle priorità sociali” sentite dai lavoratori, rilanciando, anche con gli scioperi, se necessario, la concertazione tra sindacati, imprese e governo.

   A fronte di un continuo taglieggiamento dei salari, del dilagare della precarietà e di fronte a un governo Berlusconi che stava mettendo in cantiere il trasferimento sull’intera massa dei lavoratori delle perite subite di Parmalat e dalle banche, Epifani ripropone la concertazione.

    Valentino Parlato propone questo tipo di ragionamento[5]: bisogna “difendere il sistema bancario così com’è”, ad iniziare da BankItalia, perchè se noi sinistra, se noi sindacato, noi lavoratori non difendessimo il sistema bancario se contribuissimo a delegittimarlo, ci esporremmo ad una serie di crisi, fallimenti e disoccupazione. Dunque, usando una metafora bisogna difendere il vizio per salvare il lavoro, come a dire: occorre difendere il boia (proprio quella autorità che da decenni guida l’attacco al mondo del lavoro) per salvare la pelle. E occorre farlo avendo riferimento l’IRI di Mussolini e di Beneduce, ovvero la socializzazione delle perdite del capitale in una prospettiva di rilancio dell’economia nazionale a guida statuale, che fu un rilancio bellico – non bisogna dimenticare questo “piccolo particolare” – di essa. Viceversa, se si continua a “massacrare il sistema bancario” si fa solo dell’autolesionismo. Questo, detto da un’esponente di quella che fu un tempo la “estrema sinistra”. La difesa di Bankitalia e del sistema bancario in genere è un motivo centrale di tutti gli esponenti del Centro-Sinistra (che all’epoca si chiamava Ulivo), a cui un Rutelli, e non da solo lui ovviamente, aggiunge la difesa delle imprese e dei risparmiatori, a cui propone un patto tra questi due soggetti e i lavoratori.

   L’idea del patto tra capitale e lavoro è l’architrave anche di quella concertazione che Epifani vuole rilanciare. Ma se siamo arrivati a questo punto (un terzo di lavoratori poveri e un terzo a rischio povertà. Secondo lo stesso segretario della CGIL), lo si deve anche e non poco alla concertazione a cui si è piegata la classe lavoratrice. L’intesa del luglio 1993 (era in sella il governo Ciampi) ha prodotto la sistematica comprensione dei salari reali attraverso uno strumento molto semplice: il riferimento dei salari monetari al tasso di inflazione programmata, un tasso per decreto al di sotto di quello effettivo. La scala mobile abolita. Risultato? I salari netti si sono ridotti tra il 1993 e il 2000 del 5,2%, mentre la quota del PIL destinata ai lavoratori, nel frattempo cresciuti di numero, si è ridotta dal 72,7% al 68,1 %. Certamente nel periodo 2001-02 il calo dei salari è stato ancora più sensibile, ma questo è stato il risultato di un decennio di autocontenimento delle rivendicazioni e delle lotte dei lavoratori; un decennio in cui gli interessi dei lavoratori (salario, orario, salute, istruzione, libertà di organizzazione) sono stati subordinati a quelli delle imprese, del mercato, della nazione. I lavoratori hanno pagato tutto ciò, un prezzo salato, sia in termini di lavoro e di vita che in termini di rapporti di forza con la classe sfruttatrice.

   Oggi i lavoratori italiani non sono solo più a corto di soldi e più sovraccaricati di fatica che nel 1993; sono anche più divisi (non solo le divisioni tra sindacati, ma anche tra categorie, tra lavoratori di diverse nazionalità e colore di pelle, tra Nord e Sud del paese ecc.) e più deboli. Ecco il bilancio tutto in negativo della concertazione con padroni e governo.

   A tutto ciò non serve come evocava Rinaldini (all’epoca segretario generale della FIOM) una nuova linea di piena autonomia rivendicativa, sostenuta da un progetto economico e sociale radicalmente alternativo al liberismo, se poi di un simile progetto non c’è neppure l’ombra e se tutta l’azione della CGIL (FIOM inclusa) continua ad avere come suo riferimento la “Rinascita del Paese”, ovvero la maggiore competitività dal capitalismo nazionale. Poiché, se è questo il quadro in cui muoversi, lo spazio per affermare le “priorità sociali” sentite dai lavoratori, è ridotto al minimo.

   Il nocciolo della questione è questa: in un mercato mondiale infuria una feroce competizione senza esclusione di colpi tra mega-imprese e mega-stati, il vaso di coccio del capitalismo italiano ha una sola possibilità di non essere ridotto in frantumi dall’urto con i vasi di ferro: torchiare senza pietà la propria forza lavoro autoctona e immigrata.

   La riconquista del terreno perduto negli ultimi anni, la ripresa, il rilancio, la rinascita, la riorganizzazione della classe lavoratrice piò darsi solo con la totale contrapposizione di lotta al programma ed alle politiche di rilancio dell’economia nazionale.

   Nello stesso tempo bisogna reagire alla frammentazione localistica del movimento di lotta. Occorre respingere ogni forma di contrapposizione tra i lavoratori del Sud e del Nord. Occorre immunizzarsi dai veleni “anti-stranieri” e “anti-immigrati”. Per questo occorre fare di tutto per integrare a pieno titolo nel movimento di classe la forza fresca, potenzialmente assai grande, dei lavoratori immigrati. Occorre prendere atto che il nemico che attacca i lavoratori è internazionale (pensiamo solamente allo schieramento bancario che ha voluto rivalersi delle perdite della Parmalat, o alle decisioni antioperaie in materia di pensioni e di normative prese a Bruxelles), e che quindi la risposta da parte dei lavoratori, per difficile che sia il costruirla a questo livello, non può che essere internazionale. Occorre svincolarsi dalle catene delle catene delle compatibilità nazionali e aziendali.

 

Bond, Rating… questi sconosciuti

 Stock index future, Corporate bond, Cash flow, Raiting: cosa si nasconde dietro a questi termini?

   I Corporate bond (obbligazioni societarie) sono cedole che le aziende danno al “risparmiatore” in cambio del denaro contante e con cui si impegnano a restituire (a rate o in una rata sola soluzione) ad una certa data quel denaro con un tot di interessi.

   Il Raiting in teoria dovrebbe rappresentare l’indice di “affidabilità e salute” di un’azienda. Il Raiting viene emesso e aggiornato da società specializzate in questa attività. Più il Raiting è positivo, più facilmente le azioni e le obbligazioni di un’azienda si riescono a collocare sul mercato.

   Negli ambienti dell’alta finanza, si fanno ragionamenti da malavitosi frequentatori di bar di periferia: io ti alzo il Rating, tu emetti delle obbligazioni e poi dividiamo il malloppo in parti eguali (o quasi).

   Famiglia Cristiana pubblicò nel 2004 un’indagine su come i lavoratori delle banche venivano costretti a vendere titoli spazzatura agli ignari clienti[6]. Se questa indagine già la dice lunga su come le banche sapessero perfettamente tutto, ancora di più ce lo dice un articolo del Sole 24 ore del 2002[7] (dunque, molto prima che esplodesse il crac Parmalat) come nel caso della Cirio “le banche scaricano i rischi”, “Cirio ha emesso in due anni, 125 milioni di obbligazioni che sono tutte collocate presso privati (e spesso ignari) risparmiatori. Nel portafoglio delle banche non c’è titolo. Perché si guarderebbero bene dal comprarlo… Per spalmare tra i risparmiatori dei debiti, che non si sa se e come verranno onorati, Cragnotti ha avuto nuovamente bisogno delle banche: le quali facendo parte dei vari consorzi di collocamento, hanno lucrato commissioni dalla Cirio e da parecchie centinaia di loro clienti. I quali, vedendo offrire allo sportello una obbligazione che rendeva discretamente più del Btp. La compravano pensando che doveva essere un investimento sicuro, comunque non rischioso come una azione. Di prospetti informativi nemmeno l’ombra: perché tutti i suoi bond Cragnotti li ha quotati in Lussemburgo, uno dei tanti paradisi fiscali. Nel 2000 Cragnotti inizia a trasformare i debiti bancari in obbligazioni” dietro al collocamento di circa mille miliardi di bond Cirio c’è tutto il gotha della finanza italiana. Abaxbank, B. Akros, Comit, B. Intermobiliare, Caboto (Intesa), Mediobanca, Ubm (Capitalia), Mps, senza contare altre decine di istituti che fungevano solo da collocatori.

 

Chiesa e banchieri, etica e finanza

   Ci ricordiamo di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano finito impiccato sotto un ponte di Londra? Era un uomo devotissimo. Del resto, prima di fallire, la sua banca era conosciuta come “quella dei preti”.

    Callisto Tanzi, imprenditore, anche lui devotissimo alla Chiesa apostolica e Romana, nonché, frequentatori di alti prelati vaticani, finanziatore di opere pie e di opere, meno pie come i meeting di Comunione e Liberazione in cui a volte intratteneva la platea con discorsi di tipo “etica e impresa”.

   Anche il dottor Antonio Fazio, che è stato Governatore della Banca d’Italia tra il 1993 e il 2005, è una persona cattolicissima.

   Lo stato del Vaticano ha da sempre esercitato una forte influenza sul sistema bancario e finanziario italiano, al di là del suo proprio Istituto per le Opere Religiose, lo IOR del famigerato cardinale Marcinkus. I nomi stessi banche lo ricordavano: Banca Cattolica del Veneto, Banco di Santo Spirito.

   Vescovi, cardinali e quant’altro non possono esimersi dal loro compito pastorale, cioè predicare ed è per questo motivo che dopo Cirio, Parmalat e via dicendo la parola d’ordine è “finanza etica”.

 

I paradisi fiscali, specchio del capitalismo

   I cosiddetti paradisi fiscali riservano al capitale e ai capitalisti, massima discrezione ed efficienza. Come nel caso del Delaware, stato USA, dove in meno di due ore e con meno di cento dollari è possibile registrare una società anonima (facendo sparire cioè gli effettivi titolari) e dove gli uffici del registro sono aperti fino a mezzanotte. La ha sede oltre la metà di tutte le società quotate a Wall Street. Lo stesso alle isole Cayman, dove per costituire una società basta un dollaro e non vo è nemmeno l’incombenza di presentare un bilancio.

   Ma queste sono zone franche presenti anche in Europa, quella Europa il cui “carattere sociale” e la cui “diversità” rispetto alla brutalità americana sono state propinate a destra e a sinistra: Andorra, Lussemburgo, Liechtenstein, Svizzera, isola di Man ed isole del canale fra la Francia e l’Inghilterra, principato di Monaco, Gibilterra, Malta, San Marino ed infine, ma non per ultimo, Città del Vaticano.

   Per limitarci alla sola Italia, nel 2004, erano 422 le società domiciliate nei “territori offshore”. Esse facevano capo alle 30 principali imprese nazionali quotate alla borsa di Milano (la FIAT ne aveva 73, l’ENEL 60, l’ENI 44, l’UNICREDIT 22) la ragnatela costruita da Parmalat rappresenta la normale pratica di qualsiasi impresa di un certo spessore che voglia competere sul mercato mondiale.

   Questi “paradisi”, lungi dal rappresentare “uno scandalo” o un’anomalia, sono funzionali ed organicamente legati alla vita di questo sistema. Lo sono per almeno tre ordini di motivi:

1)    Dal punto di vista del singolo borghese, i paradisi fiscali costituiscono i luoghi ideali a protezione del proprio tesoro privato, tanto per sfuggire alla tassazione quanto per essere al sicuro da possibili perturbazioni sociali e politiche all’interno delle singole metropoli;

2)    Queste zone franche sono i luoghi ideali ove può avvenire il lavaggio e la rimessa nel circolo “legale” dell’enorme massa di capitali detti “sporchi”, provenienti dall’economia detta “criminale” (i profitti annuali del solo traffico di droga si aggirano sui 500 miliardi di dollari). Tale settore, con il suo prodotto mondiale lordo stimato sopra i mille miliardi di dollari annui, rappresenta il 20% del commercio mondiale, ed è in realtà una componente fondamentale della moderna economia capitalistica che “è basata sul sodalizio fra governi, imprese transnazionali e mafie” (giudizio più che corretto espresso da C. De Brie su Le monde diplomatique, aprile 2000);

3)    I “paradisi fiscali” sono i posti dove al meglio il capitalismo ed i suoi funzionari possono operare quei “giochi di prestigio finanziari”, quelle artificiali creazioni di valore che sono caratteristica intrinseca e normale del moderno capitalismo drogato. Il caso Parmalat è in questo senso esemplare: in queste zone franche, fuori da ogni vincolo, società di comodo costituite e “garantite” da capitali ridicoli ed irrisori hanno potuto tranquillamente e legalmente emettere obbligazioni per milioni di euro garantiti dal nulla.

   Volendolo, i governi dell’occidente imperialista potrebbero nel giro qualche settimana azzerare tutti i paradisi fiscali del mondo, loro che sono specialisti di embarghi e guerre “umanitarie”. Non lo fanno, non possono farlo perché, dietro i paradisi fiscali, si tratta di colpire, non già popolazioni che non si genuflettono ai loro ordini, mai loro stessi “interessi vitali” capitalistici.

 

Due parole sui “risparmiatori”

   La massa dei “risparmiatori” è senza dubbio costituito nella sua grande maggioranza da quello che viene definito “ceto medio”. Ma essa comprende anche una fascia di “popolo semplice”, di pensionati e di lavoratori. Le proteste e le recriminazioni di questi “piccoli risparmiatori” sono in buona parte legittime. Costoro sono realmente soggetti tanto alle “truffe”, quanto ai meccanismi “legali” con cui il grande capitale risucchia a sé il “risparmio diffuso”. Detto questo bisogna aggiungere due considerazioni:

1)    Quando le cose “filavano liscia” qui in casa nostra (sarebbe a dire nell’Occidente imperialista), quando ad esempio per lunghi anni le obbligazioni argentine pagavano regolarmente fior di interessi (10, 15, 18%), esse non erano una questione morale. Il “piccolo risparmio” non ha scelto autonomamente di piazzarsi in Argentina o in qualche altro “paese emergente”. Era (ed è) il mercato (ovvero i grandi pescecani che lo controllano) a indirizzare i piccoli investitori verso quei paesi.

   L’operaio, il pensionato, il “cittadino comune” che si recava in banca non sapeva minimamente cosa significava sottoscrivere una obbligazione o un fondo comune nei “paesi emergenti”, e non bisogna riferirsi alle clausole tecniche dei contratti, quanto al significato sociale dei prestiti convogliati verso queste nazioni. Pensava semplicemente d’aver trovato finalmente uno strumento per difendere e possibilmente, senza faticare, incrementare i sudati risparmi. Oggi, dopo avere visto che fino a fatto un paese come l’Argentina, dove i lavoratori di questo paese sono costretti alla miseria, si dovrebbe riconoscere che quelle cedole, quei lauti interessi incassati qui, contenevano il lavoro, il dolore, il sacrificio, il sangue, della classe lavoratrice di quel paese.

2)    La seconda considerazione riguarda le associazioni dei consumatori e il significato che ha la richiesta di onorare fino in fondo il debito. Cosa significa: “l’Argentina onori, restituisca tutto il debito”? Vuol dire una sola cosa: chiedere coscientemente di ridurre ancor di più il proletariato argentino alla miseria. E laddove, come sta avvenendo, si va a rinegoziare il debito protraendolo nel tempo e modificandone gli interessi, ciò significa comunque voler continuare a tenere sotto una tremenda pressione quel proletariato. A questo esito, i lavoratori delle metropoli imperialiste davanti a questo scempio, devono smettere a parteciparvi. Significherebbe accettare anche qui in “casa nostra” un destino da schiavi: come possono dei proletari essere liberi se partecipano all’oppressione di altri proletari?

   Analogamente, per venire ai risparmiatori Parmalat o Cirio, essi chiedono il rimborso del maltolto alle banche, e allo Stato chiedono che sia fatta piena luce sugli “scandali” e che sia messo in piedi un meccanismo di regole efficienti per tutelare il “piccolo risparmio”. Bene, ma se tutto ciò si concretizza nel richiedere una riforma “efficentista” allo Stato e al capitalismo, allora il risultato di tanto agitarsi potrà avere solo uno sbocco: diventare massa di manovra in mano ai “poteri forti” per imporre un maggior sfruttamento verso i lavoratori delle metropoli imperialiste e (moltiplicato per mille) del Sud del mondo.

   Per impedire che ciò possa avvenire è necessario che il mondo del lavoro scenda con decisione in campo e dica con nettezza che a pagare i crac devono essere solo ed esclusivamente coloro che sulle manovre (legali o meno che siano) di “alta” finanza costruiscono e gestiscono immensi patrimoni. Che a pagare tutto siano coloro che ingrassano sul sudore dei proletari.

 

   Se i lavoratori delle metropoli imperialiste sapranno “dire la loro” e riprendere in mano la lotta contro il capitalismo ed il suo Stato, allora il malcontento che in vari strati della società inizia a serpeggiare contro l’arroganza dei “poteri forti” potrà essere canalizzato contro il sistema capitalistico.

 

 

La Parmalat e il Sud del mondo

 

   Dodicimila fornitori in Brasile rimasti all’asciutto, undici cooperative che vantavano un credito di 2,3 milioni di reais (moneta brasiliana) solo nello Stato di Rio de Janeiro. In Brasile si stimano debiti per un miliardo di Reais. Il brasile era il quinto produttore di latte nel mondo e Parmalat ne era il secondo acquirente. In Brasile la multinazionale italiana ha comprato il latte con una politica dei prezzi banditesca sollevando le proteste dei contadini e degli allevatori di quel paese.

 

   Un Sud Africa ha imposto il lavoro domenicale nei suoi stabilimenti.

 

   In Ecuador ha alzato il prezzo del latte due volte nello stesso giorno (denunce tratte dal Manifesto del 28 dicembre 2003).

 

   In Nicaragua l’azienda di Collecchio “rappresenta direttamente o indirettamente il 50% dell’economia nazionale[8]: “Parmalat possiede il 98% del mercato del dettaglio locale ed esporta il 15% della produzione verso il Centro America e verso gli Usa”. Si può immaginare a quale prezzo il latte venisse acquistato e poi a quanto venduto.   

 

 

Crack, scandali (e non solo) dal 1987 al 2004

Ottobre 1987. Crollo di Wall Street. Due dei tre miliardi di dollari degli agenti finanziari in borsa vengono bruciati. Il Wall Street Journal scrive, è stato il giorno più rischioso degli ultimi 50 anni.

1991. La banca centrale britannica chiude la Bank of Credit and Commerce International per frode (10 miliardi di dollari). I risparmiatori colpiti sono quasi tutti mussulmani di origine pakistana.

1992. Alla Gemina (Italia) vengono scoperti buchi nei bilanci.

1993. Crolla l’impero agro-chimico Ferruzzi con un indebitamento netto di 15 mila miliardi di vecchie lire.

1996-1997. I crolli dei fondi e delle azioni spingono i pensionati negli USA a ritornare al lavoro, poiché la borsa non garantisce a loro una pensione decente. Dall’altra parte dell’oceano, crollano le cosiddette “piramide finanziarie” in Albania: una rapina i cui fili sono tenuti dalla finanza europea e italiana, con l’aiuto del FMI e della Banca Mondiale.

1998. Il fondo Long Termo Capital Management viene salvato dalla FED (l’equivalente USA della Banca d’Italia) per non causare quella che, sarebbe stata la più grave crisi finanziaria dagli anni Trenta. Il crack viene spalmato sull’intera società con un ulteriore indebitamento delle casse dello Stato americano.

1999. Crolla l’Italgrani indebitata per 1.100 miliardi di vecchie lire.

2000-2001. Il nuovo millennio si apre con una gigantesca bolla speculativa. Crolla anche la borsa dei titoli tecnologici.

Negli USA aumenta il numero di pensionati che torna al lavoro, a cominciare dalle donne, nella fascia di età compresa tra i 55 e i 64 anni: quasi 2 milioni in più di persone.

Estate-autunno 2001. Si consuma il crollo della Banca Bipop di Brescia. La Banca Popolare di Milano, legata al crollo della Bipop, si salva grazie all’intervento finanziario di Capitalia.

Dicembre 2001. Scoppia lo scandalo Enron (azienda regina dell’elettricità), inizialmente per frode del fisco, poi per altri 94 capi d’accusa finanziari e non. Il buco è di 30 miliardi di dollari. Si scopre che anche i famosi black out che hanno colpito la California sono in parte collegati alle difficoltà finanziarie di varie società tra cui la Enron.

A metà dicembre la corda si spezza in Argentina. All’ennesima manovra di austerità imposta dalla finanza internazionale                                                           ed applicata dal governo, le masse popolari argentine si rivoltano contro il pagamento del debito estero, ovvero contro la rapina che i boss della borsa e della finanza mondiale che da decenni operano sulla pelle delle masse argentine.        

Il 3 giugno 2002 crolla la borsa di Amsterdam in seguito al crollo del titolo KpnQwest (fibre ottiche), che fallisce come azienda, per un indebitamento di 1,8 miliardi di euro. La bancarotta trascina con sé altre aziende come la francese Alcatel.

Qualche giorno dopo scoppia lo scandalo della Bristol Mayer per pratiche anticompetitive irregolari. Il Sole 24 ore del 5 giugno 2002 è costretto a scrivere: lo scandalo “non riguarda solo hi-tech ad altissimo rischio, non solo le malefatte degli avventurieri-pirati in Internet che hanno ipnotizzato investitori e razziato capitali là dove e possibile. Il fenomeno e chiaramente più esteso. Il volto buono, florido, promettente, produttivo del mercato è improvvisamente diventato cattivo, oscuro. È una variabile sfuggente, difficilmente catalogabile e ancora dai confini incerti. (…) Se l’economia di mercato all’americana perde credibilità, il danno più grave non è solo economico, ma rischia di essere soprattutto politico”.

Poi è la volta della Knight trading (una delle società più importanti di gestione degli ordini durante il periodo d’oro del Nasdaq, la borsa dei titoli tecnologici), dopo quello Tyco (per evasione fiscale): l’accusa è di avere manipolato le operazioni di ordini per aumentare i profitti di intermediazione sulle spalle dei risparmiatori.

Il 25 giugno 2002, dopo fusioni, inchieste, tagli del personale, declassamento di rating crollo dei titoli e dei dividendi e rinegoziazioni di crediti, viene scoperta nell’azienda Worldcom, una frode di circa 4 miliardi di dollari e vengono licenziati 17mila dipendenti. In un giorno la diminuzione in borsa dell’azienda è pari al PIL di una piccola nazione. Worldcom, che ha sede in Missisipi, e presente in oltre 65 paesi, ha un fatturato nel 2001 di 35,2 miliardi di dollari e 30 miliardi di debiti, ha circa 85mila dipendenti e gestisce una rete di fibre ottiche di 112,651 chilometri.

   26 giugno 2002. La Francia viene attraversata dalla crisi Alcatel a causa dello scandalo Worldcom. Subito scatta un nuovo piano con 10mila tagli al personale i Telecom Bond vengono venduti a valanga.

Ancora giugno 2002. La Xerox (gigante delle fotocopiatrici) si aggiunge agli scandali per irregolarità che sfiorano la General Motors.

All’inizio di luglio 2002 la bancarottiera Qwest viene raggiunta da avvisi di garanzia per truffa, mentre due società di revisione contabile la Kpmg e la Bdo Seidam   vengono denunciate per uso della “bari fiscali”, sistemi finanziari in cui spariscono i redditi (miliardi di dollari) delle imprese non per denunciarli al fisco.

Metà luglio 2002. Hong Kong inizia il record storico delle bancarotte societarie.

Il 18 luglio 2002 inizia anche il calcio la sindrome da crack: il sintomo più evidente della malattia? Profondo rosso di 1.039 milioni di euro per le società.

A fine luglio 2002 il livello di indebitamento del sistema bancario asiatico raggiunge livelli record, 2mila miliardi di dollari, cioè il 29% del PIL dell’Estremo Oriente, di cui il 60% (1.300 miliardi) in Giappone.

Autunno 2002. Crack Cirio.

Il Sole 24 ore del 30 luglio 2003 prova a contare i “morti” e a tirare le somme: il 62%delle società cadute in bancarotta sono targate USA, l’Europa ha un 19%, ma con volume finanziario del 23% sul totale. Si evidenziano debiti societari spaventosi nonostante una maggiore redditività ottenuta col contenimento del costo del lavoro.

Intatto tocca alla Ahold, catena di grandi magazzini olandese: in crisi per buchi di bilancio. A fine di maggio la Giacomelli (sport) va in amministrazione straordinaria con 200 milioni di debiti contratti per mettere ko la concorrente diretta Longoni.

Ottobre 2003. La speculazione finanziaria negli alti ranghi politici e la scesa degli utili del colosso industriale Sony fa cadere la borsa di Tokio. Intanto, dall’altra parte della Terra, per l’Olivetti Telecom, costruita da Marco Tronchetti Provera, Il Sole 24 ore del 21 ottobre parla di “delicato equilibrio della piramide societaria”. Ma non è solo questa azienda ad essere nei guai: “permane elevato…il grado di fragilità finanziaria del sistema” dei grandi gruppi italiani per i rapporti debiti-patrimonio.

Dicembre 2003. Scoppia il caso Parmalat.

Gennaio 2004. Il titolo di Finmatica è sospeso in borsa per le indagini della procura di Brescia. L’indebitamento verso le banche è di circa 76 milioni di euro entro l’anno e di altri 47 milioni di euro per altri 12 mesi, mentre il totale dei debiti finanziari sono di 224 milioni di debiti rispetto ai 52 milioni di attività finanziaria e 120 milioni di patrimonio netto.

Il 2004 negli USA sarà l’anno di numerosi processi, per “ripulire” la faccia del sistema finanziario caduto in profondo discredito: quello alla Health south protagonista di frodi contabili per 1,7 miliardi nei servizi sanitari; quello alla Tyco per appropriazione indebita di 600 milioni di dollari e per manipolazione dei collocamenti azionari a Wall Street; quello alla CS First Boston anch’esso per manipolazione dei collocamenti azionari in borsa.

 

Luglio 2024                      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

                                                                       

  

 

 

 

 

 

 

  



[1] Bondi è stato anche il primo amministratore delegato della nuova Parmalat S.p.A., quotata in borsa. In passato, dopo essersi occupato del risanamento di Montedison, ricopre dapprima, nel 2001, l'incarico di Amministratore Delegato di Telecom Italia e poi nel 2002 di Premafin (holding della famiglia Ligresti).  https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Bondi#:~:text=Bondi%20%C3%A8%20stato%20anche%20il,(holding%20della%20famiglia%20Ligresti).

 

[2] La Repubblica, 2 febbraio 2004

 

[3] Cioè al movimento dei lavoratori, al movimento sindacale.

 

[4] L’Unità, 21 febbraio 2004.

 

[5] Il Manifesto, 22 febbraio 2004.

 

[6] Famiglia Cristiana, n. 4 del 2004.

 

[7] Sole 24 ore, 26 novembre 2002.

 

[8] Il Sole 24 ore, 9 gennaio 2004.