CONTROLLO OPERAIO e fabbriche recuperate
Il problema che cerchiamo di affrontare parlando del controllo operaio è una questione di fondo della storia del movimento operaio; come passare, dagli obbiettivi immediati della classe operaia alla rivoluzione socialista?
Nella storia del movimento operaio è consueto che la stragrande maggioranza delle lotte riguardino le rivendicazioni economiche. Per la natura stessa del capitalismo, periodicamente la classe operaia esplode, ovvero avvia un processo di radicalizzazione della lotta di classe. Il problema che si pone il movimento operaio è quali sono gli strumenti che consentono di superare questo stadio meramente economico della lotta, quando la classe operaia è stata educata per anni a battersi soltanto per aumenti salariali?
L’obiettivo del controllo operaio ha una duplice funzione pedagogica
I comunisti e i lavoratori avanzati devono porsi il problema degli obiettivi che vadano oltre il livello delle rivendicazioni immediate. Dal nostro punto di vista uno di questi obiettivi è il controllo operaio. Applicandolo, si instaura una scuola globale comune a tutti gli operai, che è preparatoria alla gestione operaia.
Tra la propaganda generale, l’applicazione parziale e, per altro verso, l’applicazione pratica del controllo operaio occorre un ulteriore anello della catena: quello di alcune applicazioni esemplari di breve durata. La grande massa degli operai, infatti, non può imparare solo da una propaganda generale, ma attraverso la pratica diretta.
Arriviamo così a una conclusione più o meno contraddittoria: l’applicazione del controllo operaio è possibile solo in una fase di dualismo di potere in un periodo rivoluzionario.
Perché però tale applicazione sia possibile in una fase di dualismo di potere sono indispensabili alcune azioni esemplari in periodo non rivoluzionario, anche se sappiamo che questi esempi non sono destinati a durare. Quello di cui si tratta è lo sviluppo della coscienza di classe degli operai, che devono imparare nella pratica a mettere in discussione il potere dei padroni e del capitale sui macchinari e sugli uomini.
È evidente che questo processo non si innescherà di punto in bianco, dall’oggi al domani, senza che prima la parte più cosciente della classe operaia abbia fatto l’esperienza pratica di applicazioni di controllo operaio. Ci sono compagni che affermano che il controllo operaio è utopistico e inutile, poiché ritengono che finché la classe operaia non sarà in grado di rovesciare il capitalismo sarebbe inutile, perché solo quando gli operai avranno preso il potere, non dovranno più accontentarsi del controllo operaio, ma devono appropriarsi dei mezzi di produzione.
Noi a questa obbiezione rispondiamo che vedono lo sviluppo della coscienza di classe in maniera meccanicistica poiché si affidano al futuro giorno in cui si produrrà bruscamente un balzo enorme della coscienza operaia, per cui essi sono in attesa di una situazione rivoluzionaria che un bel giorno cadrà dal cielo.
Nel processo di sviluppo della coscienza di classe, la propaganda e l’agitazione per il controllo operaio svolgono un ruolo importante, fondamentale. Se va tutto bene, infatti, è probabile che il periodo durante il quale si applicherà il controllo operaio sarà di brevissima durata, una transizione molto breve fino alla completa socializzazione dei mezzi di produzione e all’autogestione operaia pianificata.
La logica dell’obiettivo del controllo operaio consiste nel ricercare punti di passaggio tra le preoccupazioni immediate dei lavoratori e i problemi di potere di classe. Si tratta, a partire dai problemi quotidiani della classe operaia di mettere in discussione l’autorità dei padroni.
Alcuni obiettivi da raggiungere per il controllo operaio
1. Apertura dei libri contabili
Il primo problema che consente di stabilire il nesso è quello dell’apertura dei libri contabili. È a partire dalle trattative sui salari che si deve cercare di lanciare questa parola d’ordine. L’esperienza insegna che ogni volta, infatti, che si è cercato di chiedere aumenti salariali, da parte dei padroni si sollevano obiezioni, che partono da preoccupazioni riguardanti la produttività dell’impresa.
La risposta deve essere educativa per la classe operaia e deve risvegliarne la diffidenza verso gli argomenti dei padroni. Se questi dicono: “i nostri profitti non ci permettono di aumentare i salari”, oppure: “Dobbiamo aumentare i prezzi per motivi economici, abbiamo già tante tasse da pagare”, o ancora: “Vogliamo sussidi statali, altrimenti dobbiamo chiudere la fabbrica”, bisognerebbe rispondere: “Non vi crediamo! Dobbiamo allora esigere l’apertura dei libri contabili”.
Molti sindacati nel mondo, negli anni Sessanta e Settanta, infatti, hanno ripreso questa argomentazione. È diventato quasi di routine che nella prima fase delle trattative salariali, affermazioni aspre, che anche dirigenti riformisti abbiano ricorso a questo argomento: “Mettete le carte in tavola” (Larock, dirigente sindacale svedese, ecc.).[1] Se però parliamo di apertura dei libri contabili dobbiamo aggiungervi un elemento di vero controllo operaio. Non è che debbano essere periti contabili, pagati dai sindacati, a potervi dare un’occhiata, né che siano i soli dirigenti sindacali (che non sono periti) a poterli consultare. Si tratta di legare l’apertura dei libri contabili a una reale verifica nelle fabbriche tramite la massa degli operai e degli impiegati.
La falsificazione della contabilità si gioca su alcuni punti centrali, poiché è impossibile verificare la contabilità aziendale solo attraverso i soli libri contabili. Occorre dunque:
- L’eliminazione delle scorte: poiché è facile usare il doppio o triplo bilancio (nei due sensi) e la verifica è possibile solo sul posto. Gli operai possono farlo benissimo, perché se sono diminuite le scorte lo notano immediatamente (sono loro che le maneggiano);
- Acquisti di nuovi macchinari presentati come riparazioni, per nascondere l’aumento del capitale derivante dall’aumento dei profitti come un aumento delle spese generali. Anche questa operazione si può verificare solo in loco, perché gli operai sanno benissimo se le macchine sono state riparate o se sono nuove.
Con questo sistema si sviluppa l’effettiva dinamica del controllo operaio, ed è una delle forme più pure di contestazione del potere dei capitalisti da parte dei lavoratori.
2. Controllo operaio dei sistemi di remunerazione
La razionalizzazione dei sistemi di remunerazione è attualmente introdotta in tuta l’industria. Senza entrare nei dettagli, si può comunque constatare che ci sono varie tecniche, tutte con lo stesso scopo: l’atomizzazione degli operai, rendendo assolutamente opaco il calcolo dei salari.
In moli paesi europei è capitato che gli operai notavano che la loro busta paga, era talmente complicata che non riuscivano a sapere quanto guadagneranno il mese dopo. Sessant’anni fa era molto più semplice: tutti gli operai di una fabbrica sapevano esattamente quanto guadagnavano e potevano prevedere la paga del mese dopo, ed erano quindi coscienti delle loro possibilità di rivendicazione. Ora, praticamente è impossibile trovare due operai della stessa fabbrica che prendano lo stesso esatto salario. Da parte degli operai c’è una reazione più o meno istintiva contro queste nuove forme, una reazione che riteniamo molto sana che dobbiamo appoggiare. Dobbiamo aggiungervi un’altra forma di contestazione dei padroni, o rifiutando l’introduzione di queste nuove forme di remunerazione, o esigendo il controllo di tutti gli operai sul calcolo dei salari, questi controllo che non deve rimanere passivo ma deve comportare una sorta di diritto di veto.
3. Controllo operaio dei ritmi di lavoro
Da alcuni anni è osservabile, soprattutto quando c’è la crisi e le aziende licenziano, c’è la tendenza alla notevole accelerazione del ritmo di lavoro. I sindacati più combattivi hanno risposto a questa situazione istituzionalizzando una sorta di collaborazione critica, introducendo cronometristi sindacali in contrapposizione a quelli padronali: questo provoca prima scontro, poi accordi.
Alcuni “estremisti” del sindacato considerano questo come una forma di controllo operaio. In realtà, si tratta piuttosto di una partecipazione. Non per questo si deve essere contrari : sarebbe assurdo, la situazione peggiorerebbe ulteriormente per gli operai.
Il reale controllo operaio comincia quando gli operai rifiutano i risultati e riportano essi stessi la catena alla velocità precedente (vedere i casi di autoriduzione dei ritmi).
4. Controllo dei licenziamenti e rifiuto della chiusura di fabbriche
Negli anni Sessanta e soprattutto Settanta ci sono state diverse esperienze a proposito in tutta Europa. In quegli anni le iniziative in questo senso sono state numerosissime e spesso accompagnate da occupazioni di fabbriche. Ma se è una cosa eccellente che gli operai rifiutino sistematicamente le chiusure e non riconoscono più al padrone il diritto di serrata, l’esperienza ci ha dimostrato che a questo stadio, il problema è difficilmente risolvibile nel quadro di aziende in fallimento. Quando gli operai occupano una fabbrica che il padrone intende chiudere, abbozzano un gesto di rivolta politica, ma non danneggiano economicamente il padronato.
Nel caso di fabbriche in fallimento, ci si può muovere in due direzioni:
- Gli operai rilevano direttamente la fabbrica: in teoria, non ci si può opporre comunque, perché questo può condurre ad azioni esemplari. Ma vi è in questo una dinamica molto rischiosa. Se infatti gli operai si limitano alla gestione delle fabbriche condannate, arrivano a una situazione economicamente insostenibile e si trovano a dover applicare autodistruzioni delle condizioni di vita e di lavoro. Resterebbero in questo modo dipendenti dalle finanze statali e da organismi privati (banche). Non si fa il socialismo in una fabbrica sola (tra l’altro in bancarotta).
- La seconda soluzione è la più logica: quando gli operai negano al padrone il diritto di chiudere le fabbriche, devono dimostrarlo occupando quelle non ancora fallite. Si tratta dunque di estendere in quel momento le occupazioni di fabbriche a livello locale, regionale e per rami di industria, L’estensione della lotta di classe resta il fattore principale.
occupazione di fabbriche, autogestione, nazionalizzazione sotto controllo operaio
Agli albori del movimento operaio ci fu quel movimento denominato Luddismo.
Esso fu la prima forma di protesta collettiva che era volta alla distruzione delle macchine. Quasi tutta l’Europa poté assistere nel corso del secolo XVIII alle rivolte operaie contro la cosiddetta bandmuhle (macchine per tessere nastri e passamani). Tale lotta operaia contro le macchine cominciò già dalla sua invenzione. Ma essa si trasformò in lotta di massa solo all’inizio del XIX secolo. Il movimento “luddista” ebbe la sua culla a Nottingham, nell’Yorkshire e nel Lancashire, praticava in modo organizzato la distruzione delle macchine. Il capo del movimento era una figura mitica, il “Generale Ludd”. Essendo la polizia impotente, contro i luddisti, il governo impiegò l’esercito; e per riportare definitivamente i lavoratori alle macchine fu decretata la pena di morte per chi distruggeva le macchine. Nel gennaio del 1813 furono impiccati tre luddisti e una settimana dopo, per un attacco alla fabbrica di Cartwright, l’inventore del telaio meccanico, furono impiccate altre quattordici persone. Con l’aiuto di un provocatore il governo fu in grado di sbaragliare il movimento luddista. Comunque, questi metodi di lotta, proseguirono anche in seguito e riguardarono in particolare quelle fabbriche che di tanto in tanto introducevano nuove macchine. Così all’inizio degli anni Trenta del XIX secolo i braccianti diretti da John Swing, una figura altrettanto mitica come quella del “Generale Ludd”, bruciarono i granai e distrussero le trebbiatrici meccaniche. Ancora nel 1831 i minatori in sciopero nel Nothumberland distrussero gli impianti di ventilazione.
L’introduzione del macchinario sconvolgeva la vita degli operai e questi reagivano con quel fenomeno definito luddismo che fu un fenomeno internazionale: “L’ostilità degli operai si esprimeva solo in un confuso sentimento di odio nei confronti dei loro sfruttatori, nel desiderio di vendicarsi dei capitalisti. La loro lotta si traduceva allora in rivolte isolate di operai che distruggevano gli edifici e rompevano le macchine, malmenavano i dirigenti della fabbrica, ecc. Era la prima forma del movimento operaio, la sua forma iniziale, ed essa è stata necessaria perché l’odio per il capitalista è stato sempre e dovunque il primo impulso che ha portato gli operai a difendersi. Ma il movimento operaio russo ha superato questa fase iniziale. Superata la fase dell’odio confuso verso il capitalista, gli operai hanno cominciato a capire l’antagonismo di interessi che oppone la classe operaia a quella dei capitalisti” (da un articolo di Lenin, per la Russia, scritto in prigione il 25 novembre del 1896).
Attualmente la situazione appare capovolta. Il movimento operaio deve difendere i macchinari dal tentativo dei capitalisti di distruggerli.
Nelle lotte come quella dell’INNSE a Milano, per difendere i posti di lavoro a qualunque costo, siamo di fronte allo sviluppo embrionale di un’idea in grado di acquisire forza propria. Se un’azienda viene strappata alla chiusura, ad una speculazione edilizia o finanziaria, se il capitale fugge e la fabbrica resta, è naturale che in seguito sorge la domanda: per chi, cosa e come produrre.
Come il capitalista produce per il profitto, i lavoratori producono non per sé ma per il salario. E in questo consiste la loro alienazione: alienati dalla produzione perché ciò che producono è in funzione solo per la necessità del salario, alienati perché costretti a dedicarsi quasi fosse una missione di fede ad un’azienda che non controllano e non possiedono, alienati dalla paura di perdere il lavoro. Forme velate di cottimo, straordinari e obbedienza e perfino slealtà nei confronti nei confronti nei loro compagni di lavoro; tutto questo e anche di più può sgorgare da quest’alienazione.
Anche la routine del lavoro e dello sfruttamento può tuttavia rapidamente entrare in crisi. È indubbiamente il caso della situazione attuale del capitalismo mondiale, travolto da una crisi che rovescia tutti i proiettili dai cannoni della normalità capitalista.
Cosa succede ad esempio quando non solo la lotta per il salario, ma anche la difesa dell’esistenza stessa della fabbrica, avvengono contro i meccanismi del capitalismo? Ne può nascere la determinazione ad occupare la fabbrica e a difenderla.
La situazione in America Latina
In America Latina da tempo si è sviluppato un movimento di occupazione delle fabbriche. Un primo impulso si è verificato in Argentina, come risultato del crack del 2001. Nel giro di pochi mesi chiusero 1700 imprese e 700.000 lavoratori rimasero disoccupati. La grossa parte di queste occupazioni, su trattava di piccole e medie aziende letteralmente abbandonate dal padrone. La modalità era quindi quello di occupare prima che le macchine andassero in rovina per rimetterle in moto. Uno dei casi più noti fu la fabbrica di ceramica Zanon, la quale producendo senza padrone passò nel giro di tre anni da 260 a 460 dipendenti, con un aumento della produzione di mattonelle 20.000 metri al mese a 300.000 e il calo degli incidenti sul lavoro da una media di un morto e 500 infortuni all’anno a 33 infortuni tutti lievi. I prodotti erano destinati a prezzi accessibili a ospedali, uffici pubblici o case dei quartieri popolari. La lotta della Zanon è stata molto dura e il gran merito dei lavoratori è stato quello di non arrendersi mai, rifiutando ogni compromesso. Ad agosto del 2009 la Zanon è stata espropriata dalle autorità statali e posto sotto il controllo dei lavoratori.
Il movimento in Argentina, dopo le grandi mobilitazioni del 2001, è rifluito per tutto un periodo costringendo molte delle aziende occupate a trasformarsi in cooperative. Dall’inizio del 2009 sono ripartite decine di occupazioni.
La cooperativa è di per se l’ultimo stadio prima del fallimento o del definitivo riassorbimento all’interno del mercato. In una cooperativa è teoricamente rimosso il rapporto di gerarchia interno all’azienda. I soci in assemblea possono formalmente costituirsi in padrone collettivo. Ma il capitalismo non agisce solo e fondamentalmente per i meccanismi interni ad un’azienda. La concorrenza tra merci si occupa di riportare all’interno della fabbrica le logiche del massimo profitto. Posti di fronte alla concorrenza di beni prodotti comprimendo al massimo i costi, i lavoratori sono presto posti ad autosfruttarsi il più possibile sopravvivere. La scelta è tra fallire o venir meno all’ispirazione originaria della lotta. A questo si aggiunge che molte aziende occupate argentine sono state dirette gruppi politici settari, i quali hanno fatto poco o nulla per collegarle al grosso della classe operaia sindacalizzata.
Un caso diverso è quello venezuelano. Qui il fenomeno si è sviluppato nel pieno flusso del processo rivoluzionario bolivariano. La serrata padronale del 2002 ha posto l’intera classe operaia di fronte al problema di gestire la produzione. La discussione sul controllo della produzione non ha perciò riguardato solo aziende in crisi o di dimensioni minori, ma ha toccato addirittura il colosso petrolifero Pdvsa. Tra le prime aziende ad essere occupate ci sono state una cartiera, la Venepal (oggi Invepal), e una fabbrica di valvole per l’industria petrolifera, la Inveval. Nello stimolare il movimento Hugo Chavez ha avuto un ruolo importante. È stato proprio lui a lanciare lo slogan “fabbrica chiusa, fabbrica occupata”. A migliaia i lavoratori lo hanno preso in parola e diverse decine di stabilimenti sono stati occupati, con risultati alterni. Alcune fabbriche, come la Sanitarios Maracay, sono state per un periodo recuperate e messe in produzione dai lavoratori, ma il movimento è stato sconfitto a causa del boicottaggio aperto della burocrazia statale. Altre, come l’acciaieria Sidor, sono state nazionalizzate in seguito a durissime vertenze sindacali. In altre ancora, come il colosso dell’alluminio Alcasa, sono state sviluppate forme di elezione di delegati di reparto per favorire il controllo operaio sulla produzione.
Per occupare una fabbrica e renderla in grado di produrre in maniera duratura, non basta tuttavia la buona volontà dei lavoratori o un presidente che lancia proclami. Alla fabbrica occupata o nazionalizzata devono arrivare le materie prime ed i finanziamenti e deve ricevere commesse. Se l’apparato statale rimane in gran parte quello precedente, che privatizzava e chiudeva stabilimenti, saboterà fin dall’inizio il lavoro della fabbrica nazionalizzata.
Da tenere conto che in Venezuela, non è era stata eliminata per la maggior parte delle attività produttiva la proprietà privata dei mezzi di produzione. Da qui si può capire dove ci sia la borghesia che si oppone all’avanzamento del processo rivoluzionario. Essa è costituita da quei dirigenti del Partito, dello Stato e delle organizzazioni di massa che si opponevano ai passi in avanti e necessari verso il socialismo è al cambiamento dei rapporti di produzione e dei rapporti sociali.
Cercando di essere più precisi, qui non si vuole sostenere la tesi della burocrazia come classe, questa posizione sottintende una concezione dello Stato come luogo neutrale di confronto-scontro fra le classi, e non come uno strumento della dittatura di una classe sull’altra; perciò, è una concezione estranea al marxismo.
Per definire una classe, è importante stabilire di chi è la proprietà delle forze produttive, se ha o no la facoltà di disporne a proprio giudizio. Si potrebbe dedurre che essendo una parte dell’economia è gestita dallo Stato, che la classe dominante sia la burocrazia giacché personificazione dello Stato. In realtà, tutto ciò è pura mistificazione, poiché l’uguaglianza formale sotto il profilo della proprietà nasconde un’ineguaglianza sostanziale dal punto di vista della capacità (o della possibilità) di tradurre questa proprietà in possesso reale.
Dal punto di vista della disponibilità reale, solo una parte della burocrazia può disporre a piacimento dei mezzi di produzione.
Una parte della burocrazia, non tutta la burocrazia “in quanto classe”, salvo che non si voglia cadere nell’assurdo che un usciere del Ministero dell’Istruzione abbia lo stesso potere di un manager di un’azienda di Stato.
In sostanza la borghesia si colloca all’interno della burocrazia (e cioè all’interno dell’apparato del partito e dello Stato) ed esercita il suo dominio attraverso la mediazione della burocrazia stessa.
Questa situazione nasce dal fatto che la fase transitoria che sta vivendo il Venezuela dove c’è il vecchio (apparati dello Stato sotto l’influenza borghese, una parte dell’economia dove vige la proprietà privata ecc.) e il nuovo (fabbriche recuperate, organismi popolati ecc.), questa situazione crea inevitabilmente una profonda contraddizione.
Questo significa che la borghesia che agisce all’interno degli apparati statali e di partito tra i tanti mezzi che hanno usato per sviare il movimento di occupazione delle fabbriche è stata la propaganda parola d’ordine ambigua della cogestione operaia. Come dice il termine, la cogestione implica la presenza di più soggetti. Il termine si presenta quindi sia a definire una gestione partecipata dei lavoratori ad un’azienda capitalista, sia la sua acquisizione da parte dei lavoratori sotto forma di cooperativa, sia la nazionalizzazione sotto il controllo operaio. Nel primo caso siamo di fronte siamo ad un tentativo di rendere i lavoratori complici impotenti della gestione padronale. Viene creata una cogestione formale tra rappresentante dell’azienda e dei lavoratori, ma la proprietà la detiene capitale e quindi in ultima analisi il potere. Ai lavoratori viene riservato il diritto di essere complici del proprio sfruttamento, coprendolo magari con un veste di democraticità. Del secondo caso, la trasformazione in cooperative, ne abbiamo già parlato prima: i lavoratori sono spinti sulla via dell’autosfruttamento o della trasformazione in padroncini. Non producono per la collettività ma per massimizzare il profitto della propria azienda.
Il terzo caso (che è quello che rivendichiamo): la nazionalizzazione sotto il controllo operaio garantisce maggiormente (ovviamente dentro un quadro che vede un avanzamento verso il socialismo con il cambiamento dei rapporti di produzione e di quelli sociali)[2] la proprietà collettiva e le finalità sociali della produzione. I lavoratori non hanno quindi bisogno di autosfruttarsi perché il capitale a cui possono attingere per gli investimenti è l’intero capitale statale. Al contempo la produzione viene controllata dal basso dall’assemblea operaia e dai rappresentati da essa eletti. La proprietà pubblica si occupa della pianificazione generale delle finalità della produzione, mentre la singola assemblea operai della sua realizzazione. Tra i due livelli deve esistere necessariamente un rapporto dialettico e democratico continuo.
In embrione questo modello vive e si sviluppa alla Inveval. Gli operai della Inveval hanno rifiutato qualsiasi forma di cogestione che non fosse la nazionalizzazione dell’azienda sotto il controllo operaio. Grazie alla loro lotta, l’Inveval è un’azienda pubblica sotto il controllo operaio. I suoi profitti sono sociali tanto quanto il capitale di investimento è pubblico. Ma all’interno dell’azienda sono i lavoratori a decidere modalità di lavoro e produzione. Inveval non aspira ad essere un’isola nel mercato capitalista, ma un pungolo e un esempio continuo nel processo rivoluzionario. Per questo ha contribuito a fondare il Freteco (il fronte delle aziende occupate)[3] che coordina e promuove il movimento per l’occupazione , l’espropriazione e lo sviluppo del controllo operaio nelle aziende venezuelane.
In Brasile il governo “progressista” di Lula si schierò violentemente contro le occupazioni di fabbriche. [4]
La fabbrica occupata più rappresentativa, la Cipla-Interfibra, è stata sgomberata con la forza dalla polizia nel maggio 2007 ed ai dirigenti delle mobilitazioni sono stati addebitati decine di capi di accusa. La Cipla era stata occupata a partire occupata a partire dal novembre 2002, come reazione da parte dei lavoratori ad una situazione intollerabile, con mesi di stipendi arretrati non pagati e il rischio di una probabile chiusura di questa fabbrica di materie plastiche che impiegava circa 800 lavoratori. Nei cinque anni di occupazione hanno fatto funzionare gli impianti da soli, aumentando la produzione, riducendo la settimana lavorativa a 30 ore con salari più alti della categoria in tutto il Brasile.
Il movimento panamericano delle fabbriche occupate
Gli operai brasiliani che sono stati i promotori del movimento delle occupazioni delle fabbriche, non hanno rinunciato alla rivendicazione della nazionalizzazione sotto il controllo operaio, per questo motivo si sono fatti promotori del movimento delle fabbriche occupate in Brasile, e successivamente hanno rivolto la loro attenzione all’intero continente.
Nel dicembre 2007, i compagni brasiliani hanno promosso una riunione fra 690 delegati in rappresentanza di decine di fabbriche occupate da 12 paesi dell’America Latina che si sono ritrovati per l’incontro panamericano delle fabbriche occupate proprio a Joinville nei locali della Cipla.
A questo primo incontro ne è seguito un secondo a Caracas dal 25 al 27 giugno del 2009. Più di 200 lavoratori hanno partecipato in questa occasione, arrivati da ogni parte del mondo, compresi il Paraguay, la Bolivia, il Messico, l’Argentina, il Brasile, il Venezuela e il Canada. Il dibattito fra i partecipanti si è incentrato sulle forme di proprietà che devono assumere le fabbriche occupate. Lalo Paret, del Movimento Nazionale delle Fabbriche Occupate in Argentina, ha parlato dell’importanza di distinguere tra le cooperative di lavoratori e la nazionalizzazione delle fabbriche sotto il controllo operaio. Le cooperative non arrivano al nocciolo del problema: il capitalismo. Se i lavoratori gestiscono un’azienda secondo il modello cooperativistico, saranno costretti a far propria la logica competitiva del capitalismo. La nazionalizzazione sotto controllo operaio, al contrario, assicura che gli interessi dei lavoratori non vengano sottomessi ai diktat del mercato. Luis Primo del Freteco, ha sottolineato che uno dei principali problemi che la classe operaia si trova ad affrontare in Venezuela e negli altri paesi è come trasformare la gestione capitalista in gestione operaia. Jorge Paredos, presidente del sindacato alla Inveval e membro del consiglio di fabbrica, ha sostenuto l’importanza di eliminare la proprietà privata, di combattere la burocrazia e lo Stato e ha analizzato come il coordinamento sotto la sigla del Freteco è stato fondamentale nell’organizzazione di queste lotte. La preoccupazione che è emersa in ogni momento del dibattito è quella di condividere le esperienze di ogni fabbrica occupata e di unificare le lotte. Non a caso la risoluzione finale approvata all’unanimità all’assemblea si conclude con la frase: “La nostra solidarietà è permanente”.
Di fronte alla crisi
Nella storia abbiamo assistito a diversi tipi di casi di occupazione di fabbriche. Il movimento può svilupparsi immediatamente in maniera generalizzata come risultato dell’esplosione di un processo rivoluzionario. In alcuni casi il capitale cerca di riassorbire il movimento istituzionalizzando e legalizzando forme di cogestione tra azienda e lavoratori. Così, ad esempio, in Germania o in Gran Bretagna negli anni Settanta si moltiplicarono gli organismi composti da rappresentanti sindacali e padronali.
Oppure, come è successo in Argentina, può verificarsi una situazione in cui il proletariato complessivamente non è in grado di mettere in discussione il capitalismo, ma singoli settori di lavoratori sono costretti dal collasso della produzione a difendere la propria fabbrica occupandola e persino provando a metterla in funzione. In questo caso il movimento può rimanere limitato ad un singolo stabilimento o ad un ristretto numero di aziende. A questo punto il pericolo più grosso viene dall’isolamento della lotta e dall’illusione cooperativista. In mezzo a questi due poli c’è una quantità infinita di casi e sfumature. Tutto lo spettro delle possibilità è oggi presente in America Latina. Ma la discussione potrebbe riguardare l’Europa e il resto del mondo molto prima di quello che si pensi.
Intanto, bisogna prendere atto di lista che si allunga: nel marzo 2008 i lavoratori delle officine ferroviarie svizzere di Bellinzona rispondono all’annuncio di 420 licenziamenti con lo sciopero e l’occupazione delle officine, vincendo su tutta la linea dopo una lotta di 35 giorni che ha coinvolto l’intera popolazione del Canton Ticino.[5] All’inizio di dicembre dello stesso anno i lavoratori di Chicago (USA) della fabbrica serramenti Republic Windows and Doors occupano lo stabilimento e ne impediscono la ventilata chiusura,[6] a febbraio 2009 viene occupata in Indonesia l’azienda di lavorazione del legno PT Timur Setalan e in Ucraina la Kherson, fabbrica di macchinari rinominata simbolicamente dai lavoratori azienda di Stato.[7] Il 4 marzo è il turno dell’azienda di imballaggio scozzese Prisme e Aradco – principale indotto Chrysler – del distretto industriale di Windsor (Ontario, in Canada).[8]
Il 24 marzo 2009 si conclude dopo 7 settimane di lotta dei lavoratori della filiale irlandese della Watford Crystal, mentre il primo aprile vengono occupati gli stabilimenti della Visteon – indotto Ford – in Gran Bretagna e Irlanda dopo l’annuncio di 600 licenziamenti. A luglio i lavoratori occupano sull’isola di Wight, sempre in Inghilterra, la fabbrica di pale eoliche Vestas. Su un’isola raramente toccata in precedenza dalla lotta di classe, i lavoratori resistono per 18 giorni prima di essere sgomberati con la forza dalla polizia su ordine della magistratura.[9]
I casi che abbiamo citato non nemmeno tutti e sono tra i più diversi. Ma al di là delle specificità di ciascuno, fanno parte di una reazione allo stesso processo generale.
L’esperienza latino-americana evidenzia che l’occupazione ed il controllo operaio non possono coincidere con il sistema capitalista e ne mettono in discussione lo stesso funzionamento ed il ruolo della classe dominante, la borghesia.
Le esperienze del controllo operaio e delle fabbriche recuperate ci deve insegnare che se l’impianto ideologico e di partito sono essenziali, lo sono però in relazione ad un processo rivoluzionario che è un movimento d’insieme della classe; e quindi più livelli di coscienza e organizzazione, che devono essere posti in condizione di contribuire e sentirsi partecipi.
Per questo bisogna avere una visione più ampia, viva ed articolata del processo rivoluzionario. In cui certo il Partito ha il suo ruolo fondamentale, ma in funzione di una dinamica complessiva che trova nei Soviet, nelle Comuni, la forma concreta del potere proletario, di quello Stato proletario che non è già più Stato nel senso proprio del termine.
Collettivo Comunista Metropolitano - Milano
Gennaio 2025
[1] https://www.researchgate.net/publication/277272554_Nazionale_e_globale_nella_rinascita_dellInternazionale_socialista_1945-1951
[2] Le vicende dell’URSS e dei primi paesi socialisti sono eloquenti. Ed esse dicono che la questione decisiva non è tra pubblico e privato (quindi come oggi in Cina la questione decisiva non è il rapporto tra il settore pubblico e settore privato) : le aziende in URSS e nei paesi socialisti europei restarono pubbliche anche dopo la presa del potere dei revisionisti moderni, ma anno dopo anno il ritmo dello sviluppo si attenuò, la qualità dello sviluppo cambiò si segno, la corruzione e la criminalità dilagarono e infine il declino giunse fino al crollo. La contraddizione è tra classi: la proprietà pubblica funziona come fattore di progresso in tutti i campi se a guidarla vi sono i fautori del socialismo ed è quindi connessa a una trasformazione generale in corso della società sul piano, culturale e del resto dei rapporti sociali: potere degli operai organizzati attorno alla dittatura del proletariato, promozione dell’universale partecipazione delle masse popolari alle attività politiche, culturali e a tutte le attività (democrazia proletaria).
[4] Con Bolsonaro ovviamente la situazione si è ulteriormente peggiorata.
[5] http://www.dirittidistorti.it/documenti/4-pubblicazioni/47-officine-bellinzona-una-storia-esemplare.html
[6] Falce e Martello, Per uscire dalla crisi occupare resistere produrre, A.C. Editoriale Coop a r.l., Milano, 2009.
[7] C.s.
[8] Falce e Martello, Per uscire dalla crisi occupare resistere produrre, A.C. Editoriale Coop a r.l., Milano, 2009.
[9] C.s.