DONNA: IDENTITÀ DI GENERE E LOTTA DI CLASSE

Il genere umano, come accade tra i mammiferi, si riproduce per via sessuata. È l’identità che specifica la necessità della sua differenza tra maschio e femmina, ivi comprese le varianti tra questi due poli. Questa la natura espressa nella sua fredda astrazione logica. La storia dell’uomo, in quanto storia di lotte di classi, ha determinato uno stravolgimento coercitivo sugli individui concreti, portatori naturali di questa differenza, rendendoli funzionali alla forma di dominio e alla sua conservazione. Il controllo e la sottomissione del genere femminile è risultato essere la base della stabilità sociale di molte forme di organizzazione comunitaria, più o meno estesa, con modalità anche diverse, ma con forti similitudini relativamente alle trasmissioni patrimoniali per la gestione e l’aumento delle ricchezze. La certezza della discendenza maschile e la stabilizzazione dei nuclei familiari per assicurarsi la riproducibilità sociale di una nazione, di uno stato o di un determinato gruppo politico-sociale, contro altri simili gruppi, si è potuto realizzare grazie all’asservimento del genere femminile. Il genere femminile è quindi stato relegato nel corso degli ultimi millenni, sia fisicamente che ideologicamente ad una inferiorità “naturale”, e sottoposto a violenze d’ogni tipo, alla emarginazione e al degrado sociale, grazie a parametri ideologici ancor oggi duri a morire nel senso comune degli abitanti del nostro pianeta. Tutto ciò conferma l’immobilità e la trascendenza di un potere che, per mezzo del privilegio maschile, è riuscito a scavare un abisso vitale e comunicativo trai sessi, a favore dell’obbedienza e del consenso necessario alla propria conservazione e riproduzione[1]. Su questo grado di consapevolezza sino ad oggi raggiunto siamo impegnate e impegnati quotidianamente a misurarci, per vedere di riuscire a difendere alcune tappe di migliori condizioni di vita conquistate negli ultimi 100 anni da strati sempre più estesi di umanità, grazie a lunghe lotte di massa. Contro queste lotte, con una forte connotazione di classe, si dibatte l’odierno potere capitalista, oggi dominante, per impedire la conquista di migliori condizioni di vita delle masse, per rendere sempre più complesso e difficile il cammino della maggioranza dell’umanità verso la sua liberazione dalle forme di sfruttamento. Ecco dunque svelato il motivo per cui i poteri dominanti odierni ricorrono spesso alla costante manipolazione della coscienza sociale per impedire, non solo la scalata al cielo delle classi subalterne, ma in particolare della emancipazione femminile dall’attuale dominio di classe, oggi sempre più in contraddizione nei confronti di uno sviluppo sociale umano in costante e graduale crescita, che sta pericolosamente superando l’attuale sostenibilità dello stesso sistema sociale capitalista. Sistema che oggi domina incontrastato nella maggior parte del pianeta.

La battaglia per l’emancipazione delle donne è uno dei principali cardini dell’emancipazione dell’umanità dai fardelli dello sfruttamento. Se è vero che, come ebbe a sostenere Lenin, alle cui parole le compagne del Circolo Culturale Proletario di Genova aderiscono pienamente: “bisogna saper combinare la lotta per la democrazia con la lotta per il socialismo, subordinando la prima alla seconda”[2], allora rientra pienamente nella lotta di classe per una società socialista, la lotta per l’emancipazione delle donne. Anzi, Lenin giunse ad affermare che una società alle cui fondamenta non sussisteva la liberazione del genere femminile non poteva definirsi socialista, in quanto tale, poiché l’emancipazione della donna è, e deve essere, uno dei principi cardine delle libertà che un processo di trasformazione socialista deve mettere nei suoi obiettivi primari. Parlare di comunità socialiste per quelle società dove il ruolo della donna è fermo a tipologie legate a rapporti di produzione di natura borghese o piccolo-borghese, significa, di fatto, dare una visione distorta della realtà. Significa definire erroneamente “socialista” ciò che in realtà non lo è. Fu il socialismo scientifico, fondato da Marx e Engels, nella seconda metà dell’Ottocento, a trattare per la prima volta la questione femminile in relazione alla proprietà e ai rapporti con la proprietà, la famiglia e lo stato, poiché nel processo storico la condizione della donna e la sua collocazione storica sono intimamente legate a questi tre fattori. Un decisivo inquadramento scientifico della questione femminile fu fornito da Engels nella sua opera L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, del 1884, in cui segnalò come il passaggio dal diritto materno al diritto paterno diede inizio alla sottomissione del genere femminile. La demolizione storica del diritto materno fu la grande sconfitta storica del genere femminile a livello planetario e il sesso maschile divenne padrone della casa, relegando la donna a serva domestica e schiava della lussuria dell’uomo padrone. In tal modo la donna divenne un mero strumento riproduttivo.  Per il socialismo scientifico la condizione della donna si basa sui rapporti di proprietà, sulle forme di proprietà che si pratica sui mezzi di produzione e sulle relazioni produttive che su quelle si ergono. Questa tesi marxista è importante, perché stabilisce che l’oppressione connessa alla condizione femminile ha come radice la formazione, la nascita e lo sviluppo del diritto di proprietà dei mezzi di produzione e che, pertanto, la sua emancipazione è altresì legata alla distruzione di tale diritto. Questa scoperta del marxismo è importante, perché fa chiarezza sul fatto che l’oppressione del genere femminile non è sorta in uno stadio della storia dell’uomo in cui vi è stata una semplicistica suddivisione del lavoro e di ruoli professionali in funzione dei sessi, che avrebbe emarginato la donna all’ambito domestico, lasciando all’uomo i ruoli importanti della società e ponendolo alla guida politica delle comunità. Nonostante molti sedicenti marxisti abbiano abbracciato questa tesi della suddivisione dei ruoli lavorativi, tale teoria altro non è che una replica della vecchia ideologia della borghesia che, sin dal suo apparire, ha sempre sostenuto la immutabilità e debolezza della “natura femminile”, contraddicendosi con l’idea del marxismo scientifico circa la trasformabilità implicita nei processi evolutivi storici, che intende la storia come svolgimento di lotte di classi. Le conclusioni a cui giunse Engels è il prodotto di una attenta analisi circa la condizione della donna nello svolgersi della storia. Per i comunisti la politicizzazione delle donne, la loro partecipazione attiva ai fatti della politica è il primo passo per una presa di coscienza verso l’emancipazione femminile. Marx scrisse: “chiunque conosca qualcosa della storia sa che i grandi cambiamenti sociali sono impossibili senza l’elemento femminile. Il progresso sociale si può misurare esattamente dalla posizione sociale del sesso cosiddetto debole”[3]. E dello stesso avviso era Lenin, come abbiamo avuto modo di dire.

    La Rivoluzione d’Ottobre fu senza dubbio un momento importante per la liberazione della donna dei paesi sovietici. La giurisprudenza bolscevica abbatté tutte le barriere e le catene che impedivano alle donne di poter vivere al di fuori dell’oppressione paternalistica e maschilista.  Naturalmente, la reale uguaglianza giuridica realizzata dai bolscevichi non diede immediatamente la libertà alle donne sovietiche, ma doveva essere il punto di partenza per una piena e completa uguaglianza tra i sessi. Di questo ne era pienamente consapevole lo stesso Lenin che, a questo proposito, scrisse: “Quanto più ci disfaremo della ruggine di vecchie leggi ed istituzioni borghesi, tanto più chiaramente vedremo che si è solo sgomberato il terreno per la costruzione, ma non è ancora iniziata la costruzione stessa….La donna continua ad essere schiava del focolare, nonostante le leggi liberatrici, perché essa è curva, oppressa, abbruttita, umiliata dalle piccole occupazioni domestiche, che la trasformano in cuoca e bambinaia, che dissipano le sue qualità in un lavoro assurdamente improduttivo, meschino, snervante e fastidioso. La parola emancipazione della donna non si realizzerà se non nel paese e nel momento in cui comincerà la lotta di massa diretta dal proletariato, padrone del Potere dello Stato, contro questa piccola economia domestica o, più esattamente, quando comincerà la sua trasformazione di massa in una grande economia socialista”[4].

Noi riteniamo fermamente che non vi potrà essere una realistica emancipazione del genere femminile senza la trasformazione dell’odierno sistema sociale in una società più giusta e solidale, in una società socialista. Anche se molte di voi storceranno il naso nel leggere queste affermazioni, che apparentemente sanno di vecchio, non c’è nulla di più realistico oggi, di fronte al dilagare della intolleranza, del razzismo e della xenofobia più becera, usciti dai reconditi luoghi dell’animo umano in cui erano stati relegati dalla storia, di armare d’utopia i nostri canti e le nostre azioni quotidiane, per far ritornare la speranza a quei milioni di esseri umani che colpiti da carestie, fame e guerre, cercano pace e rifugio nelle nostre terre e cercano di far tornare il sorriso alla gente delle nostre città opulente, intorpidite da una società dove tutto è merce e grigio egocentrismo. Noi vorremmo che si riflettesse maggiormente sul fatto essenziale che senza lotta di classe, senza una partecipazione attiva delle donne alla lotta per il cambiamento politico e sociale non è possibile parlare di reale emancipazione del genere femminile. Nell’attuale società, dominata dalle forze imperialiste, la stragrande maggioranza delle donne del nostro pianeta è ingabbiata nella subordinazione alla vita domestica e alla riproduzione biologica. In questi ruoli marginali e subordinati sono relegate milioni di donne, sia che appartengano ai paesi capitalistici ad economia “avanzata”, sia che provengano dai paesi oppressi dall’imperialismo. Le donne si trovano condannate ad una vita decisa per lo più da altri, destinate, loro malgrado, ad una vita scandita dalle esigenze e dalle necessità della famiglia. Molte altre, più sfortunate, si trovano, non per loro volontà, coinvolte in conflitti armati, dove la forza e la violenza la fanno da padrona e le donne sono le prime a pagare in termini di sacrificio e di abnegazione per la cura e la difesa dei propri figli e dei propri cari. Se la storia, come noi pensiamo, è lo svolgimento di lotta di classi, l’emancipazione del genere femminile non potrà che realizzarsi assieme alla emancipazione delle classi lavoratrici e, solo così, si potrà assistere alla nascita di un nuovo mondo che noi, in quanto comuniste, riteniamo sia possibile e realizzabile, con il concorso di tutte e di tutti.

 

 

Il MOVIMENTO DELLE DONNE NEL NOSTRO PAESE

Il movimento femminista italiano è sempre sceso in campo in importanti momenti della storia del nostro paese, non solo nei momenti in cui si è fatta più acuta la lotta di classe, ma ha saputo conseguire obiettivi non di poco conto, come la legge sul divorzio e poi la Legge 194 sull’aborto. La componente femminile spesso ha avuto un ruolo non secondario anche in altre lotte del movimento operaio e del lavoro. Importante, nell’ultimo decennio, è stata la sensibilizzazione delle donne portata avanti dal movimento femminista circa la violenza che colpisce le donne nella nostra società maschilista, in cui non vi è solo un potere politico a stragrande maggioranza maschile, ma vi è anche un atteggiamento culturale che favorisce e non punisce adeguatamente la violenza sulle donne, che spesso, in casi di stupro, da vittime si trasformano in colpevoli istigatrici di chi le ha fatto violenza. Occorre ricordare, se tutto ciò non è sufficiente a fare chiarezza sulla gravità della situazione della violenza che subiscono le donne nel nostro paese, che in Italia muoiono dalle 90 alle 100 donne all’anno a causa delle violenze subite in ambito familiare. Un’altra segnalazione che esprime la grave condizione delle donne nei paesi del cosiddetto “Occidente Avanzato” ci viene dal Consiglio d’Europa che, nell’ambito dell’ “Osservatorio Criminologico e Multidisciplinare sulla Violenza di Genere”, ha reso pubblici ulteriori dati che dimostrano che, nella “civile e progredita Unione Europea” “..la prima causa di morte delle donne – in età compresa trai 16 e i 44 anni – è la violenza subita in famiglia, dal padre, dai fratelli, dal fidanzato, dal marito”[5] Se questa è la situazione europea, in Italia, in particolare, la situazione delle donne è forse ancora più drammatica. Un più recente studio, effettuato dal Consiglio sui Diritti Umani dell’Onu, ha constatato che in Italia viene uccisa una donna ogni 3 giorni e che nel 76% dei casi è il convivente, l’ex, o addirittura un figlio, il responsabile di questi omicidi. La signora Rashida Manjoo, Avvocato e Docente universitaria di Diritto Pubblico di Cape Town, in Sud Africa, incaricata di svolgere una missione nelle città italiane e relatrice speciale dell’Onu sulla violenza contro le donne, ha parlato di “Femminicidi”.[6]  Se fossimo ingenue potremmo rimanere sorprese del fatto che questi dati, di fronte ai quali molti intellettuali del panorama politico italiano si sono dimostrati ipocritamente increduli, non abbiano trovato spazio presso la quasi totalità degli organi di informazione del nostro paese, se non in maniera poco visibile e con un basso profilo informativo. Al contrario, siamo consapevoli del fatto che venga perseguito un disegno da parte delle forze reazionarie dominanti e delle stesse gerarchie della Chiesa Cattolica, volto ad oscurare anche la più semplice riflessione e ad ostacolare l’eventualità che le donne incomincino a creare ambiti organizzati di lotta.  Sin dalle scabrose vicende a luci rosse che hanno visto coinvolto in prima persona l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, è emerso chiaramente come l’attuale classe dominante borghese maschilista consideri i rapporti con il genere femminile: corpi dediti al sesso in cambio di favori e soldi. Vale a dire la totale mercificazione economica e politica del corpo della donna, vista solo come un piacevole arredo da utilizzare per i festini a sfondo sessuale e per fare da tappezzeria alle kermesse di governo e partiti di governo. Di fronte a tutte queste notizie di rapide carriere politiche, fatte da giovanissime e compiacenti fanciulle, senza alcun merito specifico, se non quello di frequentare abilmente letti e festini sexy del Cavaliere di Arcore e del suo entourage, la parte femminile dell’opinione pubblica italiana più seria e consapevole della gravità dei fatti emersi su tutta la stampa non di regime, decise di organizzare una civica protesta di sdegno totale contro il governo Berlusconi e contro la sua maniera di intendere il ruolo della donna nella politica e nella società. Le manifestazioni, tenutesi il 13 Febbraio dell’anno scorso in tutte le piazze d’Italia, raccolsero centinaia di migliaia di donne e di uomini, che misero sotto accusa il regime di Berlusconi e mostrarono un variegato mondo femminile con la voglia di riprendere nelle proprie mani l’iniziativa politica. Certamente non dobbiamo confondere le oceaniche manifestazioni che si tennero Domenica 13 Febbraio 2011 con la rinascita del movimento femminista italiano. Eravamo ben lontani dagli slogan e dalle motivazioni che avevano portato in piazza decine di migliaia di donne Sabato 14 Gennaio 2006, quando la parte più cosciente del movimento femminista italiano aveva chiamato in piazza le donne contro la violenza in famiglia e per strada, in difesa della legge sull’aborto e rivendicando un ruolo politico decisionale maggiore per il genere femminile. Non dobbiamo dimenticare che quella manifestazione del Gennaio 2006 fu la decisa risposta delle donne a tutta una serie di attacchi portati avanti dalle forze clericali e oscurantiste del paese. I vertici ecclesiastici e la destra, appena defenestrati dal governo da una risicata maggioranza elettorale di centro-sinistra, subito dopo aver conseguito un risultato positivo al referendum sulla procreazione assistita, diedero vita, nei mesi successivi, a tutta una campagna pubblicitaria su media per liquidare la legge 194 sull’interruzione di gravidanza, il tutto accompagnato dai ripetuti tentativi dell’ex squadrista Storace di bloccare la sperimentazione della pillola Ru486 e dagli interventi nei consultori degli squadristi del fantomatico clericale “Movimento per la Vita”[7]. In maniera sempre più invasiva e irrispettosa delle scelte in campo sessuale, la Chiesa Cattolica ha da sempre preteso di imporre un unico modello familiare ed un unico concetto del significato di vita, quelli tipici di una società retrograda e imperialista. Per cui il modello di famiglia che si vuole imporre “quale espressione e garanzia della natura stessa dell’amore umano”[8], legittimando il ruolo di subordinazione della donne al coniuge e alla famiglia, attraverso l’accettazione passiva e “naturale”, da parte del sesso femminile, del compito riproduttivo e di cura dei componenti famigliari, è in realtà il modello responsabile della maggior parte dei casi di violenza sulle donne. Resta comunque sintomatico che, di fronte agli scandali a luci rosse del Palazzo, dove alla donna, per bocca degli stessi protagonisti dei festini, in primis dell’ex-Presidente del Consiglio, veniva assegnato un ruolo del tutto subalterno, di mero esibizionismo estetico, atto a soddisfare i bisogni corporali e di ostentazione tutti al maschile, l’opinione pubblica femminile, e con essa il movimento femminista del nostro paese, dopo un periodo di torpore e assenza nelle piazze, abbia saputo reagire e far sentire la propria ostilità a quel governo di destra e al suo modo di trattare le donne. Le piazze delle città d’Italia piene di donne Domenica 13 Febbraio 2011 furono senz’altro ben più partecipate e sentite di mille altre manifestazioni portate avanti da una opposizione, sia parlamentare che extra parlamentare, sterile, che da tempo non riesce più a captare le istanze di opposizione ben presenti nel paese e nelle classi più disagiate, ma hanno ampiamente dimostrato, in questi ultimi anni, di essere solo dei gruppi politici autoreferenziali, integrati nella casta politica, senza agganci sociali e totalmente slegati dal mondo del lavoro e dalla vita reale di tutti i giorni. Di fronte alla crisi del sistema economico capitalista e ai provvedimenti antipopolari che l’attuale governo Monti vuole imporre al paese per uscire dalla crisi, le donne sono tra i soggetti più colpiti e su cui ricadrà la mannaia sociale: saranno le prime a essere espulse dai posti di lavoro e saranno le prime a subire in famiglia, come in società, i risultati nefasti della crisi. Le donne devono quindi organizzarsi e far sentire la loro voce di protesta, per riappropriarsi di tutti quegli spazi di agibilità politica nel movimento di massa che inevitabilmente, prima o poi, farà la sua degna comparsa, come naturale reazione alle controriforme che sta mettendo in campo l’attuale governo Monti. Per questo crediamo che per i cosiddetti partiti di opposizione sia giunta l’ora di smetterla con alchimie elettoralistiche e sforzarsi di dare vita ad un movimento di massa, che crei aggregazioni politiche e sociali nuove, per far fronte all’arroganza della politica di questo nuovo governo oligarchico, rappresentato dal governo Monti. E per la riuscita di un grande movimento di massa pensiamo sia essenziale la partecipazione delle donne e del movimento femminista italiano, senza del quale, ogni reale cambiamento sarebbe monco e impossibile da realizzare. All’interno del movimento che resiste, tra gli studenti, tra i precari e tra i lavoratori in lotta, tra i cittadini che si oppongono alla Tav, in questo particolare frangente storico, compito delle donne è tenere alta la tensione sulle tematiche della emancipazione femminile, anche e soprattutto nel nostro paese, perché le forze oscure della reazione clericale sono sempre pronte a riprendersi, più di prima, gli spazi perduti e a insinuarsi nelle menti della maggioranza dell’opinione pubblica del nostro paese, sfruttando l’egemonia culturale di cui godono le forze reazionarie e le strutture ecclesiastiche in tutta la penisola. La lotta contro tutto ciò che rappresenta reazione, intolleranza e parassitismo deve essere condotta costruendo forme di aggregazione e di rappresentazione democratica di un potere che affermi gli interessi fondamentali delle donne e delle classi oppresse della società italiana. Questo deve essere  l’impegno prioritario di tutte le donne femministe, comuniste e rivoluzionarie, in questo momento storico.

 

 

 

LA CRITICA AL RELATIVISMO E LA QUESTIONE FEMMINILE

Secondo le compagne del Circolo Culturale Proletario di Genova, occorre chiarire che, di fronte alle ondate immigratorie che hanno coinvolto il nostro paese e tutti i maggiori paesi del cosiddetto “Occidente Avanzato”, si deve avere un giusto approccio ispirato a principi umanitari, che hanno nella solidarietà di classe il cardine principale dell’agire politico delle donne. Adottando questo principio base, occorre, con fermezza, stabilire che, anche se è giusto ed umanamente corretto accettare ed accogliere con spirito laico le varie diversità etniche che arrivano nel nostro paese in cerca di lavoro e di una vita un po’ più decente, occorre altresì essere ferme e decise nel difendere i principi laici e progressisti che le donne, organizzate in strutture democratiche, hanno saputo conquistarsi, a prezzo di sacrifici e difficoltose lotte, negli ultimi decenni nei paesi occidentali. Questi diritti conquistati nei maggiori paesi occidentali dal variegato movimento delle donne, ottenuti in un contesto socio-politico in cui ebbe un ruolo rilevante il movimento operaio e le sue avanguardie, di cui il movimento femminile ne è stato parte attiva e integrante, non sono da mettere nel dimenticatoio, ma sono parte del patrimonio politico che si lascia alle giovani generazioni, nel tortuoso cammino verso una società più giusta, dove l’emancipazione del genere femminile è la parte più importante e consistente, assieme alla richiesta dell’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. In questi ultimi venti anni di riflusso e di regresso sociale, politico ed economico a livello di massa in tutto il pianeta, causati dall’avvento dell’imperialismo in ogni angolo del pianeta, i pochi che hanno saputo tenere faticosamente alta la bandiera della difesa dei diritti civili, contro il regresso delle stesse democrazie più avanzate, sono stati i movimenti ispirati al laicismo e al femminismo, assieme ai vari movimenti ecologisti locali. Il relativismo[9] culturale e giuridico è una nefandezza, un obbrobrio giuridico e ideologico abilmente messo in atto da una serie di istituzioni dei paesi avanzati, per rendere agevole nei paesi imperialisti del primo mondo lo sfruttamento economico e sociale di masse immigrate, egemonizzate e subordinate al dominio ideologico e culturale di gruppi di potere teocratici e reazionari dei loro paesi d’origine, funzionali agli stessi poteri imperialisti dominanti sul pianeta. Occorre, quindi, principalmente, in qualità di cittadine e di cittadini del mondo, nel senso laico del termine, battersi per sconfiggere questa visione relativistica, che gioca sull’equivoco della giusta accoglienza e della tolleranza per aprire varchi e falle nella rete degli stessi diritti civili entro i paesi laici e più progrediti. Occorre fermare, assieme al relativismo, i rigurgiti di una cultura reazionaria, sempre latente anche nei paesi più avanzati, che vuole far regredire le società sino ad oggi più progressive ai livelli di 60 anni fa, ad una situazione antecedente alle principali conquiste civili e sociali, che si sono ottenute con dure lotte nel secolo appena trascorso. Le forze oscurantiste della reazione, sia quelle del primo mondo dei paesi imperialisti, che quelle dei paesi post-coloniali, intendono azzerare, per le giovani generazioni, che si stanno timidamente affacciando alla politica attiva, la memoria di una lunga, anche se complessa e talvolta vincente, stagione di lotte, che ha visto protagoniste le donne e il movimento per l’emancipazione del genere femminile. Nel secolo scorso quel movimento riuscì in alcune occasioni a raggiungere traguardi considerevoli in molte parti del mondo, accompagnando le vittorie del mondo del lavoro per una vita più dignitosa e libera dalle catene della servitù mercantile o religiosa. Insieme alla lotta del movimento operaio degli anni ’60 e ’70 e a quella dei paesi colonialisti contro le potenze imperialiste per la propria indipendenza, il movimento per l’emancipazione delle donne è stato un momento fondante e caratterizzante di queste stesse lotte, contribuendo a cambiare il modo di vita e i costumi degli uomini e delle donne nelle società, conquistando diritti civili e umani nel mondo, che sono diventate conquiste irreversibili, imprescindibili dal nuovo modo di vita, che si è andata progressivamente affermando tra tutti gli abitanti del pianeta. La reazione oscurantista della borghesia imperialista, che è riemersa negli ultimi venti anni nel mondo, ha cercato in mille modi di demolire quelle conquiste, andando a colpire gli anelli più deboli di quei movimenti di liberazione. Non a caso i primi a essere colpiti sono stati i popoli in via di sviluppo. I tenori di vita di questi popoli, già precari, sono regrediti notevolmente, dando luogo a quel fenomeno migratorio verso paesi più ricchi, a noi tutte noto. In questi paesi post-coloniali le masse sono finite presto alla mercè di vecchie strutture teocratiche e reazionarie, rispolverate dall’oscurità dei secoli, che sono divenute, in parte, funzionali al dominio e allo sfruttamento socio-economico dell’imperialismo vigente. E non sarà certo un caso se nel corso del 2011 abbiamo visto masse di giovani precari e studenti, tra cui la presenza delle donne è stata consistente, scendere in campo in Tunisia e in Egitto a richiedere a gran voce la caduta dei regimi compromessi con l’opulento Occidente e per prendere nelle proprie mani un futuro migliore. E non sarà un caso che nella Libia indipendente, i ribelli del Governo provvisorio, installatosi a Tripoli solo grazie all’aiuto delle forze imperialiste dell’Occidente (con oltre 10.000 bombardamenti aerei), per primo provvedimento hanno imposto il velo alle donne libiche e ripristinato la poligamia islamica, che nella Libia laica e socialista di Gheddafi erano stati aboliti definitivamente. Ancora una volta gli interventi del mondo libero e democratico dell’Occidente ha creato situazioni di notevole regresso nella vita di milioni di donne libiche. Ciò dimostra, una volta di più, che l’intervento dell’Occidente in Libia è stato dettato solo per appropriarsi del petrolio libico che Gheddafi aveva nazionalizzato, e non certo per combattere una presunta dittatura, né per portare la libertà al popolo libico, men che meno alle donne libiche. 

In un contesto globale come quello odierno, si inserisce a pieno titolo la lotta delle donne per la loro emancipazione, non solo nelle società tribali post-coloniali e nelle società teocratiche patriarcali, ma anche nelle nostre società più avanzate. Nel nostro paese la lotta per l’emancipazione delle donne non può non escludere il coinvolgimento dell’immigrazione femminile, che tanto spazio ha tra le masse immigrate, che fuggono da fame, guerre, povertà e repressione. Dall’incontro del femminismo locale con quello immigrato potrebbe nascere un adeguato e nuovo movimento femminile organizzato, che sappia infondere, anche alle nuove arrivate, quei principi laici di democrazia, partecipazione ed eguaglianza, ancora vivi nella vita di gran parte dei paesi avanzati, e possa coniugare vecchie lotte con le nuove per il diritto di cittadinanza e per sostenere le donne immigrate nel difficile compito di liberarsi del giogo patriarcale o religioso che ne condiziona vita e pensiero. Solo se si riesce ad unire nel nuovo movimento donne dei paesi più progressivi con donne provenienti da realtà più retrograde si potrà dar vita ad una nuova stagione di lotte, per imporre un mutamento di tendenza e sostenere così le stesse istanze emancipatrici anche nella maggior parte dei paesi post-coloniali, dove domina spesso la dittatura dei vari fondamentalismi. Difendersi oggi dai fondamentalismi per lo più religiosi, ma anche da quello del mercato, in cui ogni cittadina e cittadino sono meri numeri produttivi e di consumo, far avanzare l’emancipazione del genere femminile nel nostro paese di riflesso significa lottare per alleviare e aiutare anche le donne di quelle parti del mondo, dove le loro condizioni di vita sono decisamente peggiori. Potrebbe significare di dimostrare, ancora una volta, che in qualche parte del pianeta è possibile cambiare, producendo speranza e aprire così nuovi orizzonti per un ulteriore sviluppo e diffusione dei diritti civili e delle donne, con la consapevolezza che, senza una vera emancipazione del genere femminile, non potrà mai esserci nessun altro mondo nuovo possibile, in quanto l’emancipazione della donna significa liberazione del 50% e oltre della popolazione umana, senza la quale non è possibile realizzare nulla di significativamente progressivo.

Noi, compagne e compagni del Circolo Culturale Proletario di Genova, pensiamo che occorra prendere coscienza della realtà effettiva e battersi, affinché le leggi dei paesi, in cui non sono riconosciuti i diritti umani nei confronti delle loro cittadine e dei loro cittadini, non siano assolutamente applicate nei paesi giuridicamente più evoluti, ma, anzi, che vengano riconosciuti ai soggetti immigrati interessati una sorta di asilo giuridico, affinché vengano rispettati i diritti civili e umani nei confronti di questi immigrati, ripudiando quindi ogni relativismo politico-giuridico.

L’emancipazione dell’uomo non potrà avvenire senza la totale emancipazione della donna, perché non può esserci società socialista, se le catene che legano le classi e i generi non verranno definitivamente spezzate.

 

Scritto dalla compagna Edith a nome della

Commissione Femminile del Circolo Culturale Proletario di Genova



[1] Queste prime righe del documento sono riprese dall’interessante articolo di Carla Filosa, Astrazione di genere e differenza, apparso sulla rivista La Contraddizione, n° 112, Gennaio Febbraio 2006, pagg. 3-10.

[2] Da una lettera di V. I. Lenin a Ines Armand, datata 25 Dicembre 1916. Ines Armand (1875-1920) seguace e collaboratrice di Lenin, nacque da padre inglese e da madre francese e svolse in Russia la sua attività politica. Le condizioni agiate della sua famiglia non la distolsero dai problemi sociali più acuti, al contrario ebbe sempre un grande interesse per le classi più umili e per la vita delle masse lavoratrici, che la avvicinò al movimento socialista. Entrò a far parte dei bolscevichi nel 1904 e fu arrestata dalla polizia zarista nel 1905: nel 1907 fu deportata nella fredda città nordica di Arcangelo, sotto il governo reazionario di Stolypin. Riuscì da questo carcere a fuggire nel 1909, un mese prima che scadesse la sua pena. Trovò rifugio a Bruxelles e poi a Parigi, dove continuò nel suo lavoro rivoluzionario . Tornò in Russia nel 1912 e partecipò a Pietrogrado alla campagna elettorale per la IV Duma, a favore dei bolscevichi e per questo stesso motivo fu nuovamente arrestata. Rilasciata un anno dopo, scappa all’estero dove diviene corrispondente del giornale comunista russo L’operaio (Работница). Prese parte alla Conferenza di Zimmerwald nel 1915, a quella di Kienthal nel 1916 e poi dal febbraio 1917 è di nuovo in Russia, precisamente a Mosca, dove svolge attività politica. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, a cui prese attivamente parte, si occupò dell’organizzazione delle operaie sovietiche. Nel 1919 presiede e organizza la I conferenza Internazionale delle donne comuniste. Nel 1920 malata si recò per curarsi nel Caucaso, con le sue sedi termali e il clima mite. Lo scoppio della guerra civile in quelle zone la costrinsero a ritornare a Mosca, ma morì di colera durante il viaggio di ritorno.

[3] Carlo Marx, Lettera a Kugelmann, 1888. Ludwig Kugelmann era un famoso ginecologo ebreo di Hanovre, in Francia, di idee comuniste e ammiratore e lettore di Marx con il quale intrattenne in vita una lunga relazione epistolare.

[4] V. I. Lenin, Il contributo della donna all’edificazione del socialismo, capitolo apparso nello scritto dal titolo Una grande Iniziativa (sull’eroismo degli operai nelle retrovie. Con riferimento ai “sabati comunisti”), del 28 Giugno 1919 e  pubblicato in opuscolo separato nel Luglio dello stesso anno (vedi  V. I. Lenin, Opere, Roma, Editori Riuniti, Vol. 29, 1967, pagg.39/393)

[5] Ripreso da Emancipazione Donna, foglio dell’Associazione Donne Maoiste, n° 4 del 9 Gennaio 2006.

[6] Il rapporto di Rashida Manjoo, Special Rapporteur on Violence against Women, si può leggere sul sito delle Nazioni Unite: www.ohchr.org. Vedi anche l’articolo di Patrizia Albanese, “In Italia una donna uccisa ogni tre giorni”, apparso sul quotidiano genovese Il Secolo XIX, di Venerdì 24 Febbraio 2012, pag. 7.   

[7] Già G.W.F. Hegel, nell’opera Filosofia dello Spirito, contrariamente a quello che ne pensa la Chiesa Cattolica, sosteneva: “La vita di un bimbo non nato assomiglia a quello di una pianta. Come quest’ultima non ha un’assimiliazione intermittente, ma una nutrizione a flusso continuo...Quando il bimbo, lasciato lo stato vegetativo nel quale si trova nel corpo della madre, è messo al mondo, egli passa al modo di vivere animale. È per questo che la nascita è un salto prodigioso”. Quindi l’embrione di un essere umano è una potenzialità umana nel corpo materno, ma non è ancora un essere umano a tutti gli effetti, cosa che sarà nel momento in cui viene al mondo. Naturalmente questa teoria materialistica è combattuta duramente dalla Chiesa Cattolica e da altre religioni, che considerano un essere umano a tutti gli effetti il feto e quindi gridano all’omicidio nel caso di aborto.

[8] Affermazione fatta dal Cardinale Ruini alla conferenza stampa del 27 Novembre 2005 (dal quotidiano La Repubblica di Lunedì 28 Novembre 2005).

[9] Si chiama relativismo l’applicazione, in paesi avanzati, nei confronti di immigrati, delle norme riguardanti il diritto della famiglia e di culto vigenti nei paesi di provenienza. Con l’applicazione dei principi del relativismo in Francia è possibile per un marocchino chiedere il ricongiungimento familiare per la seconda moglie e ricomporre così la sua famiglia poligama in Francia, dove invece sin dalla Rivoluzione Francese le donne avevano visto riconoscere lo stato di monogamia e un francese incorrerebbe nella legge se sposasse più di una donna. In nome del relativismo giuridico, in Canada, una moglie araba picchiata dal marito non è stata indennizzata e il marito non ha subito condanne, perché ciò è legittimo per la legge araba. Se in Inghilterra prevale il riconoscimento di un multiculturismo, che riconosce alle proprie comunità di gestire, al loro interno, l’applicazione delle leggi dei loro paesi d’origine, in Francia e Canada, come abbiamo visto, prevale il relativismo. Mentre molti paesi europei non hanno ancora affrontato seriamente il problema, solo la Svezia, sino ad oggi, ha preso una netta posizione contro queste due forme che portano a applicare leggi che violano i diritti delle donne in paesi avanzati e si è dichiarata per la difesa, comunque, dei diritti civili e umani, ripudiando ogni forma di relativismo.