FIRENZE, DOMENICA 17 MARZO 2013

 CONVEGNO "1953-2013: CON STALIN PER IL SOCIALISMO"

 

 

Si è svolto Domenica 17 Marzo 2013, a Firenze - a partire dalle ore 9:30, presso il salone del Dopo Lavoro Ferroviario di Santa Maria Novella, sito in via Alamanni 4 - il convegno "1953-2013: con Stalin per il socialismo".
 L'incontro è stato patrocinato da: Associazione Stalin, Centro Culturale Edizioni La Città del Sole, Comunisti Sinistra Popolare-Partito Comunista, rivista marxista-leninista-maoista Guardare Avanti, Partito Comunista Italiano Marxista-Leninista, Piattaforma Comunista.
Sono presenti anche molti compagni sia a titolo personale che a nome di associazioni o gruppi o che hanno aderito all'appello, come il nostro Circolo Culturale Proletario di Genova che è stato uno dei primi gruppi che ha aderito all’iniziativa e vi ha partecipato inviando il compagno Ceccoli Silvano. La sala è affollata, i presenti sono valutabili in circa duecento unità.
L'iniziativa comincia con la lettura - effettuata da Alessandro Zingone, il giovanissimo segretario della sezione partenopea di Comunisti Sinistra Popolare-Partito Comunista - dell'introduzione concordata tra le associazioni promotrici, per poi proseguire con la diffusione dell'inno nazionale sovietico, ascoltato da tutti i presenti in piedi col pugno chiuso alzato.
A seguire un rappresentante di ciascuna delle forze promotrici (rispettivamente Luciano Bronzi, Sergio Manes, Marco Rizzo, Paolo Dorigo, Domenico Savio, e Sandro) legge l'intervento preparato, che si dipana - inframezzato dai messaggi di saluto inviati da diversi soggetti [Nuova Associazione Stalin di Francia; Comitato di Coordinamento della Conferenza Internazionale dei Partiti e delle Organizzazioni Marxisti-Leninisti che riportiamo qui di seguito; Stalin Society della Gran Bretagna e del Pakistan; Organizzazione Temprando l'Acciaio di Spagna;] - sulle diverse sfaccettature dell'opera di Stalin, e sul controverso significato dato al termine marxismo-leninismo dalle diverse forze presenti.
Su quest'ultimo tema c'è chi polemizza (Paolo Dorigo) con quelle organizzazioni maoiste, che si sono "affrettate a prendere le distanze da questo convegno, considerandolo un passo indietro", e chi invece (Domenico Savio) identifica il tema con il bolscevismo sovietico, e pertanto valuterà "se esistono le condizioni per continuare la collaborazione" con le varie entità.
Esaurite le relazioni iniziali, si assiste ad alcuni compagni che portano il proprio contributo; tra questi prende la parola il compagno Silvano Ceccoli - del Circolo Culturale Proletario di Genova - il quale auspica, come già il segretario nazionale di Comunisti Sinistra Popolare-Partito Comunista (Marco Rizzo), che "questo non sia un episodio isolato, ma rappresenti il primo passo verso la ricostituzione del Partito Comunista in Italia: una necessità resa ancora più urgente dal completo fallimento del revisionismo". Ceccoli  si augura che le forze presenti al convegno possano in futuro unirsi per dare vita a quel partito comunista di cui si sente la urgente necessità tra i lavoratori e tra la classe proletaria. Un partito comunista che metta come punti principali nell’agenda del suo agire politico il conflitto capitale/lavoro, l’internazionalismo proletario, l’antifascismo e l’antimperialismo, punti su cui non possono convergere i veri marxista leninista. Ceccoli ha poi letto l’intervento scritto dal nostro compagno Eros Barone e fatto proprio dal Circolo Culturale Proletario di Genova. Intervento che è riportato qui di seguito.
Per concludere, l'assemblea raccoglie l'invito ad intensificare l'attività in comune, ed annuncia la prossima pubblicazione, nelle forme possibili, degli atti del convegno odierno, con la viva speranza che questa intensa giornata possa produrre in futuro un cammino politico comune.

 

Firenze, 17 marzo 2013

 

 

 

 

 


 

 

Messaggio inviato dal Comitato di Coordinamento della Conferenza Internazionale dei Partiti e delle Organizzazioni Marxisti-Leninisti (letto dal compagno Aldo Serafini)

 

Ai nostri compagni ed amici italiani promotori dell'incontro "Con Stalin per il Socialismo" e a tutti i partecipanti


Il Comitato di Coordinamento della Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti (CIPOML), saluta con entusiasmo l'indovinata iniziativa che avete preso per ommemorare il sessantesimo anniversario della morte del compagno Stalin, grande dirigente comunista e del proletariato internazionale.

Sulla figura di Stalin la borghesia locale ed internazionale ha versato tonnellate di calunnie, di menzogne, di insulti, così come ha deformato la sua vita e la sua opera colossale.
L'antistalinismo, promosso dall'imperialismo, dalla borghesia e dalla reazione internazionale, è una forma di anticomunismo. E nell’antistalinismo, incoraggiato dai riformisti, dai revisionisti, dai rinnegati, cadono, a volte inconsapevolmente, molte persone che pur senza essere anticomuniste fanno il gioco della reazione.

Questa campagna, benché duri da più di mezzo secolo, non ha potuto cancellare la figura del nostro compagno e dirigente Stalin. Non possono e non potranno cancellarlo perché i fatti, non solo quelli teorici - la sua opera è di valore universale per i militanti comunisti - ma i risultati pratici, ottenuti
dall'URSS grazie alla direzione del Partito Comunista (bolscevico) di tutta l’Unione, capeggiato da Stalin, sono innegabili.

L'Unione Sovietica passò dall’essere un paese che alla morte di Lenin lottava per superare i problemi creati dagli attacchi della reazione internazionale, ad essere una potenza mondiale. Fu l'Armata Rossa che sconfisse la belva nazista, nelle battaglie di Kursk e di Stalingrado, contribuendo alla liberazione di mezza Europa e conquistando Berlino, il 2 maggio 1945. Tutto
ciò, è necessario ripeterlo, con il Partito diretto da Stalin e con l'eroico popolo sovietico che soffrì perdite enormi senza che nulla potesse frenare il suo slancio.

Queste cose sono note, ma occorre ricordarle, particolarmente alle nuove generazioni, perché la campagna anticomunista continua. Ma né il fango sparso dal traditore Krusciov col suo rapporto "segreto", né la glasnost di Gorbaciov e dei suoi successori, dei dirigenti dei partiti che sono caduti nel revisionismo più abietto e nell’opportunismo, sono riusciti a cancellare la memoria collettiva dei comunisti, dei proletari, dei popoli. Nella stessa ex URSS persiste la certezza che nell'epoca di Stalin si ottennero grandi successi nella costruzione del socialismo ed un benessere, oggi perduto, che riempirono di orgoglio il popolo sovietico ed i comunisti di tutto il mondo.
Stalin, è per tutti noi un vero gigante, a dispetto delle menzogne e delle calunnie versate contro lui. E da lui dobbiamo continuare ad imparare.

In questo momento in cui la crisi mondiale dell'imperialismo colpisce brutalmente i popoli, particolarmente in Europa (Grecia, Portogallo, Spagna, Italia…) e sul proletariato e gli strati popolari viene scaricato il peso delle misure dettate dalla troika UE-BCE-FMI che seminano disoccupazione, fame, miseria e ci fanno arretrare di un secolo, noi comunisti dobbiamo
metterci alla testa delle rivendicazioni e delle lotte che si sviluppano in ogni dove.
Purtroppo, in molti paesi la divisione, l'incomprensione della necessità  dell'unità, ci indebolisce e ci impedisce di compiere adeguatamente questo compito. Perciò è necessario lavorare con coraggio per conquistare l'unità comunista, discutendo senza pregiudizi né settarismo, eliminando gli ostacoli
di ogni tipo che ostacolano tale unità. Impegnarci in questa lotta è anche la migliore forma per rendere omaggio a Stalin, a Lenin a tutti i comunisti che sacrificarono la loro vita per la comune causa rivoluzionaria nel mondo.

Un'unità comunista che dev’essere forgiata sui principi del marxismo-leninismo e dell'internazionalismo proletario, condicio sine qua non affinché sia reale e solida; un’unità che dobbiamo avere a cuore ed alimentare continuamente.

Compagni ed amici, vi auguriamo fervidamente che l'incontro che celebrate in omaggio al compagno Stalin sia già un passo importante nell'inizio della ricerca di quell’unità così necessaria a tutti noi.


Onore e gloria al compagno Stalin!

Viva il marxismo-leninismo!

Avanti sulla via dell'internazionalismo proletario!


Comitato di coordinamento della CIPOML


Marzo 2013


 

Con Stalin, per il socialismo

 

 

Intervento letto dal compagno Ceccoli Silvano del Circolo Culturale Proletario di Genova al convegno di Firenze per il 60° anniversario della morte di Stalin

(17 marzo 2013)

 

 

   La ricorrenza del sessantesimo anniversario della morte di Iosif Vissarionovic Giugasvili, detto Stalin (1879-1953), costituisce un’occasione per interrogarsi sul ruolo di una personalità che, dopo aver dominato la scena della politica interna del suo paese e la scena della politica internazionale del mondo intero nella prima metà del ventesimo secolo, ha continuato a proiettare una lunga ombra sugli sviluppi politico-ideologici dei decenni successivi sino ai nostri giorni.

   Può allora essere utile ricordare il significato di questo soprannome, pronunciando il quale (“Sa Stalina!”, ossia ‘Per Stalin!’) milioni di soldati sovietici combatterono e sacrificarono la loro vita per la difesa del primo paese socialista del mondo nel corso della seconda guerra mondiale: Stalin, cioè ‘acciaio’, un soprannome che indica due qualità essenziali di questo metallo, la durezza e la flessibilità, e la loro incarnazione in un leader bolscevico che lo stesso Lenin ebbe a qualificare come “quel meraviglioso georgiano” (definizione etnica che compare nel sottotitolo di una bella biografia di Stalin scritta da Gianni Rocca[1]). Poiché una figura come quella di Stalin non permette di operare un taglio netto fra la leggenda (sia eulogica sia demonizzante), che ben presto si è formata attorno ad essa, e la concreta funzione storica che questa personalità ha svolto nel “secolo degli estremi”, proverò ad accendere su questo soggetto ad alta tensione interpretativa alcuni ‘flash’ che ne fissano quelli che, secondo il mio giudizio, sono i tratti salienti.

 

   Il primo ‘flash’ permette di cogliere, attraverso un episodio avvenuto nel 1927, tanto la dimensione, per così dire, ideal-tipica del conflitto fra due personalità, quali quelle di Trotzki e di Stalin, che rappresentano (non solo) due concezioni (ma anche due vie e due linee) contrastanti della rivoluzione socialista, quanto la solidarietà, per così dire, antitetico-polare che le accomuna nell’àmbito di un periodo drammatico della storia del movimento operaio e comunista. Si tratta della riunione plenaria del comitato centrale del partito comunista bolscevico in cui Trotzki, chiamato a rispondere dell’accusa di essere un controrivoluzionario, gridò a un certo punto del suo discorso, volgendosi a Stalin: «Che cosa aspetti, dunque, a farmi arrestare? Quando  mi farai arrestare?». «Non abbiamo fretta – rispose Stalin – ti faremo arrestare il 17 brumaio» [ossia un giorno prima di quel 18 brumaio 1799 in cui Napoleone Bonaparte, attuando un colpo di stato militare, dètte vita ad un modello di azione politica che, nel linguaggio marxista, sarebbe divenuto sinònimo della volontà, da parte di un ‘salvatore della patria’, di impadronirsi di tutto il potere per esercitare, con il sostegno dell’esercito, una dittatura personale].

   Se poi qualcuno fra i giovani presenti a questo convegno si domandasse che razza di animale politico sia il trotzkismo, potrebbe essere opportuno fornire le informazioni essenziali per soddisfare questa curiosità. Lev Davidovic Bronstein, detto Trotzki, è stato un esponente di primo piano del movimento rivoluzionario russo e ha svolto una funzione importante dapprima nella rivoluzione del 1917 e poi nel corso della guerra civile organizzando l’Armata Rossa. Il resto della sua attività politica e teorica è inseparabile dallo scontro con Stalin, che lo vide sconfitto: in un primo momento espulso dal partito comunista (1927), poi esiliato dalla neonata Unione Sovietica (1929) e infine ucciso in Messico da un agente staliniano (1940). A Trotzki e alla sua ideologia si ispira la cosiddetta Quarta Internazionale, dissidenza storica dal movimento comunista bolscevico, le cui molteplici (e contrastanti) ramificazioni si protendono sino ai nostri giorni e godono di un particolare rigoglio in alcuni paesi europei, come la vicina Francia.

   Orbene, a parte la famosa battuta di Thorez, segretario del partito comunista francese, che la conosceva assai bene, sulla vocazione scissionista di tale dissidenza

- “i trotzkisti, quando sono due, formano un partito e, quando sono tre, si dividono” -, il carattere essenziale del trozkismo è la sua somiglianza/differenza rispetto al leninismo, che emerge in particolare dalla teoria della ‘rivoluzione permanente’. Questa teoria pone l’accento sull’unità del mercato capitalistico mondiale e afferma la continuità del processo rivoluzionario, non distinguendo tra le sue differenti fasi e obliterando perciò le particolarità nazionali, le condizioni specifiche della lotta fra le classi quali risùltano in ciascun paese dalla storia e dalla tradizione nazionale, in una parola la necessità di individuare le leggi specifiche della rivoluzione in ogni paese. È tipico di Trotzki sopravvalutare il ruolo delle influenze esterne e non cogliere il ruolo delle forze interne, che mèdiano quelle influenze nella formazione sociale specifica. Lo strabismo ‘internazionale’, congiunto alla miopia ‘nazionale’, lo ha così condotto a spiegare tutte le sconfitte  subìte dai partiti comunisti nel periodo tra le due guerre mondiali con l’influenza, a suo giudizio nefasta, di Stalin e della Terza Internazionale. È tipica, inoltre, l’incomprensione della dialettica marxista che non permette a Trotzki di capire che la legge dello sviluppo ineguale del capitalismo determina la legge dello sviluppo ineguale della rivoluzione. L’ineguale sviluppo dei diversi paesi capitalisti, ma anche l’ineguale sviluppo, in ogni formazione sociale, rispettivamente, della base economica e delle sovrastrutture politiche e ideologiche circoscrivono, di regola, la rivoluzione ad un solo paese, mentre una rivoluzione che si verifichi in un certo numero di paesi è un caso eccezionale. A causa dell’evidente schematismo che caratterizza il suo metodo (degenerato con i suoi seguaci o in un aperto revisionismo o in  un elementare dogmatismo) Trotzki individua nella società una struttura semplice, tale per cui la contraddizione principale in linea teorica (quella fra proletariato e borghesia) lo è anche in via di fatto, sempre e dappertutto, durante l’intero periodo della transizione dal capitalismo al comunismo. Parimenti schematica e sostanzialmente meccanica è la concezione trotzkista del rapporto fra la teoria (che prevede la pratica) e la pratica (che applica la teoria). Un’altra concezione tipicamente trotzkista è quella che afferma come verità assiomatica l’egemonia della città nella rivoluzione borghese e quindi, per simmetria, l’egemonia del proletariato nella rivoluzione proletaria (egemonia di cui, per tralasciare altri contro-esempi, la rivoluzione cinese, che ha avuto la sua forza motrice principale nelle masse contadine, costituisce una chiara smentita). Né miglior fortuna è toccata alle teorie sullo ‘Stato operaio degenerato’, sulla ‘casta burocratica’, sul ‘bonapartismo’ e sul ‘Termidoro’, con cui Trotzki, dopo la sua sconfitta, cercò di definire la natura sociale dell’URSS.[2]

 

   Il secondo ‘flash’ riguarda la svolta decisiva segnata nel corso della seconda guerra mondiale dalla battaglia di Stalingrado (1943): un evento di cui il filosofo tedesco Ernst Cassirer colse il significato epocale non solo in termini storici, ma anche in termini teoretici, effigiandolo come lo scontro decisivo fra la destra e la sinistra hegeliane, rappresentate rispettivamente dalla Germania nazista e dalla Russia sovietica. A questo proposito, è utile sottolineare quanto sia importante riflettere sulla storia del movimento comunista internazionale per superare, come ha ben messo in evidenza Domenico Losurdo, una debolezza di fondo, teorica e politica, della sinistra: la tendenza a fare appello all’analogia piuttosto che all’analisi concreta della situazione concreta.[3] La rivoluzione d’Ottobre scoppia, come è noto, a partire dalla trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria: Lenin smaschera il carattere mistificatorio della parola d’ordine della difesa della patria e rivolge un appello affinché, in ogni realtà nazionale, i comunisti si impegnino in primo luogo per la disfatta del proprio paese e del proprio governo. È dalla spinta di questo possente movimento che scaturisce, come è noto, la Terza Internazionale. Se è vero che innegabili ed enormi sono i meriti storici della Terza Internazionale, è altrettanto vero che a lungo essa ha oscillato e stentato prima di elaborare una strategia all’altezza della situazione radicalmente nuova che si era venuta a creare. Ritardi e incertezze nascevano in effetti dalla tendenza a pensare la nuova ondata rivoluzionaria che stava montando sul modello di quella che aveva dato vita alla Russia sovietica: si scrutava il “movimento reale” alla ricerca della nuova guerra imperialista da trasformare, ancora una volta e secondo il modello ritenuto canonico, in guerra civile rivoluzionaria. Non ci si rendeva conto di quella particolare struttura riflessiva all’opera nelle vicende storiche per cui, proprio in virtù della loro vittoria, i bolscevichi avevano reso improbabile o impossibile la ripetizione meccanica della precedente esperienza. Del mutamento intervenuto nella realtà storica fu invece consapevole Lenin: «…dall’ottobre 1917 siamo divenuti tutti difensisti, fautori della difesa della patria». L’esistenza stessa della Russia sovietica, risultato della rivoluzione vittoriosa, introduceva nel quadro internazionale un elemento del tutto assente nel primo conflitto mondiale, un elemento del quale in ogni paese i comunisti dovevano tenere conto, se volevano procedere ad un’analisi concreta della situazione concreta. Ma non era solo l’esistenza di un paese impegnato nella costruzione del socialismo a conferire una natura e un significato nuovi agli urti bellici fra le grandi potenze che si andavano moltiplicando. Non bisogna infatti dimenticare che, insieme con l’appello alla trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria, i bolscevichi lanciano anche l’appello agli schiavi delle colonie affinché spezzino le loro catene e conducano guerre di liberazione nazionale contro il dominio imperialista delle grandi potenze. Il nazifascismo si presenta come un movimento di reazione estrema anche a questo secondo appello. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, prima ancora di aggredire Polonia e URSS, la Germania nazista disgrega la Cecoslovacchia e dichiara in modo esplicito che la Boemia-Moravia è un “protettorato” del Terzo Reich: il linguaggio e le istituzioni  della tradizione coloniale sono chiaramente rivendicati e il loro àmbito di applicazione esteso anche all’Europa orientale.

   Ciò significa che sin dall’inizio il secondo conflitto mondiale presenta caratteristiche radicalmente diverse rispetto al primo. Non si tratta più di trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria; la lotta contro l’imperialismo si intreccia ora strettamente all’appoggio alle guerre di liberazione nazionale dei popoli investiti dall’espansione coloniale e alla guerra per la difesa dell’Unione Sovietica. Di queste radicali novità il movimento comunista si rende conto a partire soprattutto dal settimo Congresso dell’Internazionale (1935). Accade così che la nuova ondata rivoluzionaria comincia a svilupparsi quando, messo da parte il gioco delle analogie, il movimento comunista procede ad un’analisi concreta della situazione concreta. Quei pochi (Bordiga, Trotzki ecc.) che continuano ad agitare meccanicamente la parola d’ordine della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria si rivelano in realtà prigionieri di una "frase" e finiscono col separarsi dal corpo del movimento comunista. La nuova strategia troverà la sua espressione più alta in due eventi grandiosi: la Lunga Marcia dei comunisti cinesi che, guidati da Mao Zedong, percorrono migliaia di chilometri, in condizioni assai difficili, per porsi alla testa della guerra di difesa nazionale contro l’imperialismo giapponese; l’appello di Stalin ai popoli dell’Unione Sovietica perché si uniscano nella Grande Guerra Patriottica contro le orde hitleriane. È così che si sviluppa, dopo la rivoluzione d’Ottobre, una seconda gigantesca ondata rivoluzionaria, grazie alla quale il campo socialista conosce un’enorme estensione, mentre i popoli che conducono le rivoluzioni anticoloniali infliggono duri colpi all’imperialismo.

 

   Il terzo ‘flash’ riguarda quei critici e denigratori dell’azione di Stalin che ne hanno negato l’acume politico, attingendo i loro sofismi dal vieto campionario dei pregiudizi e delle deformazioni creati ad arte dalla propaganda anticomunista di stampo americano. Tralasciando, per la loro miseria intellettuale, quelle irrilevanti osservazioni di natura psicologica sulla personalità di Stalin che rivelano, per dirla con Hegel, “l’ottica del cameriere” applicata all’analisi storica, vale la pena di sottolineare che anche chi ritiene di criticare i presunti errori di Stalin prima e dopo l’attacco della Germania nazista all’Unione Sovietica deve riconoscere, sia pure a denti stretti, i meriti di Stalin nella conduzione della grandiosa controffensiva  dell’Armata Rossa, che porterà i soldati sovietici a innalzare, il 2 maggio 1945, la bandiera rossa sul palazzo del Reichstag a Berlino.

   Per quanto riguarda poi l’epurazione dei quadri di comando dell’Armata Rossa (1937-1938), Ludo Martens ha precisato nel suo importante volume dedicato a Stalin che essa fu decisa dopo la scoperta della cospirazione militare che il generale Tuchacevskij stava preparando in combutta con le frazioni opportuniste del partito comunista e si rivelò determinante (non per indebolire ma) per rafforzare la successiva resistenza ideologica, politica e militare dello Stato sovietico nel corso della guerra, che il gruppo dirigente del partito sapeva essere inevitabile, con il fascismo. Eliminando la quinta colonna, Stalin salvò la vita a molti milioni di sovietici, poiché questi morti sarebbero stati il prezzo supplementare da pagare nel caso in cui l’aggressione esterna avesse potuto giovarsi dei sabotaggi e dei tradimenti interni. Certo, il generale Zukov e gli altri capi militari non avevano mai accettato l’inevitabilità di questa epurazione e non avevano nemmeno capito il significato politico del processo a Bucharin; ciò nondimeno, Zukov nelle sue Memorie (tomo II, Edizioni Fayard, Parigi, 1970) confuterà le menzogne di Chruscev sugli errori e le responsabilità di Stalin nella seconda guerra mondiale, sottolineando giustamente che la vera politica di difesa era cominciata nel 1928 con la decisione, da parte di Stalin, di promuovere l’industrializzazione a tappe forzate. Stalin, infatti, preparò la difesa dell’Unione Sovietica costruendo più di 9000 industrie tra il 1928 e il 1941 e seguì la linea strategica di impiantare all’Est del paese una nuova potente base industriale: partendo da questa premessa, Zukov rende perciò omaggio “alla saggezza e alla chiaroveggenza” di Stalin sia prima che durante la guerra, virtù “sancite in modo definitivo dal sommo giudizio della storia”. Per attaccare il prestigio di Stalin, che fu incontestabilmente il più grande capo militare della guerra antifascista, i suoi nemici amano chiacchierare sull’“errore” che commise non prevedendo la data esatta dell’aggressione. In realtà, Stalin sapeva meglio di chiunque altro quale barbarie avrebbe colpito il suo paese nella eventualità di un attacco della Germania nazista e lo stesso Zukov ricorda che, se fu scosso nel momento in cui apprese la notizia dello scoppio della guerra, “dopo il 22 giugno 1941 e per tutta la durata della guerra Giuseppe Stalin assicurò la ferma direzione del paese, della guerra e delle nostre relazioni internazionali”.[4] A tale proposito, può essere allora opportuno ribadire che, in una fase come quella attuale, in cui sembra di essere tornati al periodo 1900-1914, quando le potenze imperialiste decidevano tra loro le sorti del mondo, l’esperienza dimostra che il pensiero e l’opera di Stalin costituiscono, assieme ad altre fondamentali ed essenziali lezioni della storia del ventesimo secolo, una parte integrante del patrimonio ideale, politico e morale del proletariato e delle classi subalterne.

 

   Il quarto ‘flash’ dimostra con quale lucidità nell’analisi comparativa e con quale sensibilità per il valore concreto delle persone Karl Barth, uno dei massimi teologi cristiani del ’900, abbia tracciato la corretta linea di demarcazione storica che separa (e contrappone) il nazismo e il comunismo: «Bisognerebbe aver perduto ogni buon senso per mettere sullo stesso piano, sia pure per un momento, il marxismo e il ‘pensiero’ del terzo Reich, un uomo della statura di Giuseppe Stalin e quei ciarlatani di Hitler, Göring, Hess, Göbbels, Himmler, Ribbentrop, Rosenberg, Streicher. Mentre tutti i progetti del nazismo erano chiaramente irrazionali e criminali, l’impresa che è stata iniziata nella Russia sovietica rappresenta, malgrado tutto, un’idea costruttiva […]. Essa è sempre la soluzione di un problema, che anche per noi è urgente e grave e che noi, con le nostre mani pulite, non abbiamo ancora debitamente affrontato: la ‘questione sociale’».

 

   Il quarto ‘flash’ lo fece scoccare nel 1956 Concetto Marchesi, latinista e comunista, tracciando nell’intervento all’ottavo congresso del PCI, all’indomani del ventesimo congresso del PCUS, il memorabile paragone fra «Tiberio, uno dei più grandi e infamati imperatori di Roma», che «trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito, il massimo storico del principato», e «Stalin, meno fortunato, [cui] è toccato Nikita Krusciov». Concetto Marchesi ebbe il coraggio di denunciare la natura controrivoluzionaria della critica calunniosa e denigratoria svolta da Krusciov nei confronti di Stalin e, insieme, la lucidità di intuire le conseguenze della successiva stagnazione politica e sociale che avrebbe investito l’Unione Sovietica.    

 

   Il quinto, più che un ‘flash’, è un razzo pirotecnico sparato a suo tempo da un testimone insospettabile, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (la verità a volte ama rivelarsi nelle voci più avverse): «Il marxismo-leninismo è stato una grande ideologia, che ha mosso milioni di persone verso obiettivi di giustizia e di liberazione. Marx è stato il più grande economista classico del XIX secolo e Lenin il più grande teorico rivoluzionario del XX secolo. La forza e il prestigio del marxismo-leninismo sono stati così grandi, che tante persone hanno, proprio per questo motivo, appoggiato e giustificato lo stalinismo» (dichiarazione fatta il 16 aprile 1998 durante la trasmissione televisiva “Porta a porta” condotta da Bruno Vespa). Sarebbe un esperimento mentale interessante quello di domandarsi che cosa succederebbe oggi se un uomo politico di peso paragonabile a quello di Cossiga avesse il coraggio e la spregiudicatezza di esprimere dei giudizi sul marxismo-leninismo e su Stalin come quelli che ho riportato. Ma il dover constatare che oggi è impossibile e perfino inconcepibile ascoltare, sia pure da un anticomunista di ferro che ami ‘épater le bourgeois’, un giudizio così controcorrente è solo una conferma di quanto sia vero ciò che Stalin ebbe ad affermare: «Se dovesse cadere l’Unione Sovietica, un’enorme ondata di restaurazione si abbatterebbe sul mondo, sui lavoratori di tutti i paesi, sui popoli coloniali». Ed è essenzialmente per questa ragione che, oggi più che mai, ogni autentico comunista sa che la lezione di Stalin, insieme con quella di Marx, di Engels e di Lenin, resta fondamentale per lottare contro il capitalismo, sconfiggere l’opportunismo e avanzare verso il socialismo.

 

 

Eros Barone

Circolo Culturale Proletario di Genova.

 

 



 


 

 

 

 

 

 



[1] G. Rocca,  Stalin, quel meraviglioso georgiano, Mondadori, Milano 1988.

[2] Una valida analisi critica è quella condotta da K. Mavrakis, Trotzkismo: teoria e storia, Mazzotta, Milano 1972. 

[3] Cfr. D. Losurdo, La sinistra italiana e i nuovi Hitler, 2002.

[4] L. Martens, Stalin. Un altro punto di vista, Zambon Editore, 2005, pp. 234 e 266.