Il “modello milano” ingrassa i parassiti del capitale finanziario immobiliaro e impoverisce le masse popolari

 

      Il blocco dominante milanese vanta primati in Italia e all’estero, contando sul “Modello Milano”. Questo modello, che si è affermato con Expo 2015 e prosperato nel 2016-2017, si basa sul ricatto occupazionale e disciplinare contro i lavoratori, sulla riduzione dei salari e la selezione della forza-lavoro, in particolare giovanile (stages, vouchers, apprendisti, lavoro interinale, lavoro a tempo determinato). Lo stritolamento del salario ha fatto sì che una massa crescente di giovani ed operai si sia impoverita lavorando sempre di più per garantire profitti, rendite e speculazioni finanziarie. Una conseguenza diretta del sottosalario e dell’impoverimento è l’indebitamento: sempre più proletari passano da una banca ad una finanziaria e da questa all’usuraio, portandosi dietro un debito che aumenta ad ogni passaggio, fino a quando non vengono esattori, esecuzioni e pignoramenti. Anche la piccola borghesia artigiana e commerciale della metropoli è passata sotto queste forche caudine. E una parte di lavoratori autonomi si è gettata ai piedi di gruppi che si stanno impadronendo di attività e settori un tempo riservata a singole categorie causando conflitti acuti (Uber e taxisti).

   La Giunta Sala, sorta nel 2016, ha cavalcato il Post Expo come volano urbanistico del Modello Milano e come centro di ricerca e studio di livello internazionale. Essa ha sospinto i suoi programmi urbanistici (dal trasferimento delle facoltà scientifiche della Statale da Città Studi verso l’area Expo, alla trasformazione edilizia delle sei aree ferroviarie di proprietà FS) grazie alla disponibilità di notevoli fondi pubblici (di Stato, Regione e Comune) e di finanziamenti bancari in un periodo di profonda crisi finanziaria. La realizzazione di questi mega progetti urbanistici finanziario-immobiliari comporterà enormi costi di costruzione, gestione e manutenzione delle infrastrutture di servizio (ospedali, metropolitane, collegamenti stradali e autostradali, ecc), necessari alle imprese e ai ricchi abitanti dei nuovi quartieri; e questi costi graveranno inevitabilmente sui lavoratori, con ulteriori aumenti di affitti, servizi e tasse.

   Nel 2016-17 il livello di militarizzazione, raggiunto con Expo si è ulteriormente elevato. Sono integrate tutti gli apparati di sicurezza pubblici e privati attrezzati di modernissime tecnologie securitarie, per garantire che affari e consumi miliardari scorrano normalmente nel centro delle metropoli e per prevenire e spezzare un possibile rivolta nei quartieri popolari, portando paura e terrore in nome della sicurezza

   Il “Modello Milano”, viaggiando sulla privatizzazione e sul supersfruttamento, arricchisce pochi ed approfondisce i conflitti su ogni terreno.

   I lavoratori hanno reagito al ricatto padronale e all’impoverimento, rivendicando aumenti salariali: nella logistica e nei trasporti, nella sanità e negli alberghi, nelle imprese-pescecane che fanno profitti imponendo salari da fame (come esemplifica la lotta dei ciclisti della Foodora[1])[2].

   C’è stata una resistenza tenace contro smobilitizzazioni e licenziamenti, condotta dai lavoratori Tim[3] e dai lavoratori delle fabbriche superstiti (INNSE Lambrate, K-Flex di Rocello, Conceria Motta di Cinisello, ex Ercole Marelli di Sesto, ecc.), che non si è allargata e unificata, anche laddove hanno operato forze combattive. Il forte limite di queste lotte sta nel fatto che non hanno spezzato i confini aziendali per obiettivi comuni.

   Lavoratori/ci immigrati/e non solo hanno partecipato attivamente alle agitazioni e agli scioperi nel settore della logistica e della sanità privata ma hanno anche assunto importanti ruoli sindacali, specchio dell’importanza che essi/e giuocano nell’apparato economico metropolitano. Aspetto questo riconfermato dall’enorme partecipazione alla manifestazione del 20 maggio 2017, organizzata strumentalmente dall’assessore Majorino in apparente dissenso col repulisti poliziesco alla Stazione Centrale[4]; ed appoggiata da un migliaio di associazioni ed enti delle varie etnie. Sui rifugiati, invece, la cui condizione di vita è disumana e insostenibile, si abbatte la mano dura di polizia ed esercito (operazione Strade Sicure).

   Per completare il quadro del movimento sociale va detto che, sulla questione degli alloggi, dopo la divisione apparsa tra i vari organismi nella manifestazione del 4 dicembre 2014 davanti a Palazzo Marino, i Comitati di lotta per la casa non sono più riusciti a sviluppare iniziative comuni. I comitati San Siro e Giambellino e Corvetto hanno operato localmente. Vi sono stati alcuni tentativi di gruppi di giovani anarchici e autonomi di occupare edifici degradati. Ma tuttora il movimento batte il passo, slegato dalle lotte del proletariato e subendo i colpi repressivi. Infine, gli studenti hanno partecipato alle maggiori manifestazioni ma senza esprimere forme avanzate di organizzazione.

   Gli scioperi ATM e quello dei trasporti del 16 giugno 2017, ha scatenato la rabbiosa canea antisciopero confindustriale-statale. E si innalza il controllo sulle lotte operaie e sulle agitazioni sociali. Questo controllo incombe su ogni momento della vita sociale dei giovani proletari e sottoproletari, nelle piazze, nei quartieri, nelle scuole, negli stadi e anche nello svago. Nelle periferie c’è un permanente stato di tensione, con un odio verso le forze di polizia da parte di settori di giovani proletari e (soprattutto) sottoproletari.

   La Giunta Sala tenta di avere l’appoggio di una parte della borghesia, della piccola borghesia commerciale, dei giovani occupati nei settori più dinamici dell’economia milanese (ricerca, finanza, moda, ecc.). L’operazione politica più importante della Giunta è stata la menzionata manifestazione del 20 maggio 2017 che ha attratto anche una parte dei centri sociali con slogan Nessuno è illegale. Sala si è inoltre caratterizzato in modo pragmatico come sindaco che sostiene le Unioni Civili, partecipa al Gay Pride e difende la tradizione antifascista. La linea Sala è chiara, ma è debole, il suo retroterra politico: il PD si va disgregando anche a Milano e nell’hinterland e perde importanti pezzi di potere locale a Sesto San Giovanni e a Monza, che sono città indispensabili per i progetti di grande sviluppo metropolitano.

   La destra affarista milanese è anch’essa in piena disgregazione: è in crisi il gruppo Fininvest e Berlusconi che non riusciva più a trovare sostenitori tra i commercianti, i professionisti e gli industriali; il gruppo di potere formigoniano ha fatto una fine sconcia, che ha lasciato Comunione e Liberazione senza ossigeno economico; gli appetiti smisurati della Lega che tramite la Giunta Maroni ha cercato di monopolizzare cariche e centri di potere pubblico, sono intollerabili per i suoi pseudo alleati. Infine i grillini milanesi e lombardi brillano per incapacità politica e beghe interne.

   In questo quadro di crisi e impotenza, diventa importante l’utilizzo della mano dura da parte dell’apparato statale, che si è intensificato con il cambio di guardia in Questura, Prefettura e Procura. Ed avanza il tentativo dei gruppi fascisti, in particolare Lealtà Azione e Casa Pound, di affermarsi sulla piazza milanese, con la protezione e la sponda della Lega con continue iniziative propagandistiche contro i profughi e i rifugiati, in chiave razzista e antieuropeista. La manifestazione paramilitare del 29 aprile 2017 al Cimitero maggiore ha avuto lo scopo di dimostrare che i gruppi fascisti sono pronti e disponibili se la situazione lo richiederà. Per ora si offrono come braccio delle manifestazioni contro la Giunta Sala, d’accordo con la Lega.

   Senza spaziare sull’arco delle formazioni di estrema sinistra è da segnalare l’esperienza del Cantiere, radicato in Zona San Siro che  aveva sviluppato la lotta per casa coinvolgendo molte famiglie di immigrati. In positivo c’è stata l’opposizione da parte di settori del movimento ai presidi organizzati da elementi di destra davanti alla Caserma Montello. La lotta contro razzismo e xenofobia è così diventata una delle trincee attuali dell’antifascismo democratico, che fa da sponda alle iniziative di Sala.

 

   Molti settori di estrema sinistra (aree di internazionalisti, m-l, anarchici, residui di autonomia) si sono mossi sul terreno del sindacalismo di base (appoggio alle lotte dei facchini e presenza nelle sedi sindacali). Hanno risentito la crisi del sindacalismo di base, che nel 2016 ha visto ben due scissioni: quella di SGB da USB e quello del Sol Cobas dal Si Cobas.

   È importante collegare la lotta per la difesa del salario e delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, contro l’impoverimento per indebitamento alla lotta per la casa e per la soddisfazione dei bisogni sociali di massa (sanità, scuola, trasporti, svago ecc.). Attaccare i piani urbanistici della Giunta, che puntano a sviluppare la metropoli dei ricchi e a espellere le masse popolari dalla città.

 

 

La casa popolare: un nuovo affare per la finanza e un sogno sempre più irrealizzabile per le masse popolari

 

   Il Consiglio Regionale lombardo nel luglio 2016 ha approvato una legge regionale (L.R. N. 16/2016 – Disciplina regionale dei servizi abitativi) in tema di case popolari, apportando alcune modifiche nel maggio 2017.

   Si tratta di un nuovo affare per la filiera legata al settore immobiliare e per la finanza parassitaria, per vendere ciò che resta del patrimonio pubblico e per contribuire a finanziare le imprese del settore, attraverso i fondi per la ristrutturazione degli alloggi, per garantire la proprietà immobiliare contro la morosità ed impedire la riduzione dei cani nel settore privato ed infine per sottoporre ad un controllo asfissiante le masse popolari, per le quali la casa popolare resta una chimera.

 

Mito e realtà dell’ideologia residenziale pubblica

 

   Una leggenda racconta che l’edilizia residenziale pubblica sia stata un’attività diretta all’acquisizione, alla costruzione e al recupero di fabbricati da destinare ad abitazioni per quelli che sono definiti i “ceti meno abbienti”, al fine di realizzare il miglioramento delle condizioni di vita di questi ultimi, applicando il principio solidaristico nel quadro della cosiddetta “giustizia distributiva”.

   Riteniamo che bisogna sfatare questo mito della “giustizia distributiva”, poiché mai la borghesia (e quelle italiana non è certamente un’eccezione) non ha alcun afflato solidaristico per i “ceti meno ambienti”. Mai si è sognata di costruire case popolari per venire incontro alle esigenze del proletariato.

   Nel secolo scorso l’edilizia popolare ha avuto la stessa dinamica di altri ambiti economici. Dinamica contraddistinta dai conflitti interni alla classe dominante, e dagli appetiti delle varie frazioni capitalistiche, nonché dalle forti lotte del proletariato. Sviluppo e contrazione delle costruzioni pubbliche si sono alternate quali conseguenze del processo di industrializzazione e di concentrazione operaia e proletaria nelle città (a partire dalla legge Luzzati del 1903), dall’avvento del fascismo (dove ci fu l’abrogazione del blocco dei fitti ed il divieto agli allora IACP di produrre direttamente cementi e materiali vari, fatto che dimostra in maniera chiara la volontà di agevolare le imprese edili), alla fine della Seconda guerra mondiale (a seguito delle distruzioni di parte del patrimonio pubblico e la conseguente ricostruzione[5]), all’ondata migratoria interna e alla congiuntura determinata dalla politica di finanziamento dell’edilizia pubblica da parte dello Stato (che tra il 1952 ed il 1954, ha destinato a tale scopo il 25% della spesa pubblica); a partire dalla metà degli anni ’70 con la fine del cosiddetto miracolo economico e l’inizio della crisi economica del capitalismo; fino alla complessiva finanziarizzazione dell’economia italiana dagli anni ’90 in avanti.

   In questa cornice le masse popolari si sono mosse per contrastare e combattere il finto afflato solidaristico della classe dominante, che si è manifestato, nel corso del tempo, con l’emigrazione forzata, l’eliminazione del blocco dei fitti, l’affitto di veri e propri tuguri, la costruzione di quartieri dormitorio e di case minime realizzate al minor costo possibile e con materiali il più scadente possibile (razionalismo urbanistico), con l’aumento dei fitti, degli sfratti e degli sgomberi.

   Negli anni Settanta si svilupparono tutta una serie di lotte che avevano l’obiettivo di ottenere abitazioni dignitose, contrastare il caro canone e sviluppare l’occupazione collettiva degli alloggi pubblici irragionevolmente lasciati vuoti. Vale la pena di rammentare, in proposito, la lotta contro l’aumento dei cannoni, condotta tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, che vide la partecipazione di migliaia e migliaia di nuclei famigliari impegnati in manifestazioni, nell’autoriduzione dei fitti degli alloggi allora gestiti dai vari IACP e dalle Giunte Comunali, che furono costretti in molte occasioni a fare marcia indietro e recentemente le lotte la sanatoria delle occupazioni cosiddette abusive che portò in alcune situazioni a regolarizzare molte situazioni abitative.

   In questo quadro l’edilizia popolare ha sempre avuto quale convitto di pietra – direttamente o indirettamente – il capitale finanziario (banche e assicurazioni), che sin dai primi anni del secolo scorso consentì ai Comuni di ottenere finanziamenti per costruire case popolari, mantenendo sempre, una condizione di supremazia sui Comuni e, poi, sugli IACP, così determinando il processo di sviluppo e/o contrazione dell’edilizia popolare.

   A ciò bisogna aggiungere che l’intervento dello Stato che è sempre stato caratterizzato da un lato a un finanziamento, estremamente ridotto dell’edilizia pubblica – a parte il suddetto periodo del dopoguerra, finalizzato principalmente ad incrementare l’occupazione lavorativa – e, dall’altro, dal tentativo di subordinare le gestioni locali a strumenti di intervento centralistico (INA CASA, e poi GESCAL), col preciso scopo di garantire la rendita immobiliare e favorire il settore industriale legato al cemento.

   Giusto perché non tutto trapassi impunemente nel dimenticatoio è opportuno rammentare, in proposito, che lo Stato ha sempre – sin dal 1923 – concesso l’esenzione dall’imposta sui fabbricati e fondi vari ed ancora va rammentato l’intervento dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA).

   L’INA, attraverso il settore specificamente costituito in proposito nel quadro del Piano Fanfani, Gestione INA-casa, ha gestito per anni la distribuzione dei fondi per la realizzazione delle case popolari, intervenendo persino sulle modalità di definizione delle caratteristiche degli   alloggi, con l’obiettivo di costruire il maggior numero con il minor costo, spesso in deroga alle previsioni dei P.R.G., provvedendo all’acquisto dei terreni, spesso collocati in posizione periferica, contribuendo in tal modo, al finanziamento diretto ed indiretto della rendita attraverso la valorizzazione fondiaria dei terreni privati, al finanziamento della filiera legata alle costruzioni immobiliari (imprenditori del cemento ed articolazioni varie), alla cementificazione territoriale ed alla realizzazione di quelli che sono diventati veri e propri quartieri dormitorio destinati al proletariato urbanizzato. Ed allorché il patrimonio INA-Casa venne posto in liquidazione (1963) lo Stato favorì la cessione degli alloggi in proprietà.

   In un quindicennio il giro degli investimenti raggiunse quasi 900 miliardi di lire.

   Altro che principio solidaristico e giustizia distributiva.

 

La situazione attuale

 

   La legge regionale approvata dalla Giunta regionale lombarda nel luglio 2016 è solo l’ultimo tassello di una serie di interventi da parte delle istituzioni (come il Piano Casa approntato dal Governo Renzi nel 2014), ma contiene alcuni elementi di novità. In realtà si può affermare che questa legge segna un punto di non ritorno nella dinamica di smantellamento definitivo dell’edilizia residenziale pubblica, decretandone persino le fine nominalistica. La nuova legge, infatti, non indica più neppure i termini edilizia residenziale pubblica, che - dopo oltre un quarantennio – letteralmente spariscono e vengono sostituiti da nuovi termini: servizi abitativi pubblici e servizi abitativi sociali. La modifica non è semplicemente semantica, risponde alla realtà ed alle nuove esigenze, in parte ormai affermate ed in parte ancora da imporre. Ma la fine delle case popolari è un fatto assodato, come meglio al termine dell’esame di legge, suggellata anche delle disposizioni transitorie e finali.

   Il fine della disciplina introdotta sarebbe quello di “soddisfare il fabbisogno abitativo primario e di ridurre il disagio abitativo dei nuclei familiari, nonché di particolari categorie sociali in condizioni di svantaggio” (art. 1 c. 1); il nuovo sistema dei servizi abitativi dovrebbe assolvere “a una funzione di interesse generale e di salvaguardia della coesione sociale(idem, c.2).

   Bisogna sottolineare che il passaggio semantico dove si afferma che il fabbisogno abitativo viene soddisfatto attraverso i servizi, significa che i servizi debbono essere pagati.

   La legge procede sin da subito ad evidenziare il lato affaristico che la contraddistingue, indicando i soggetti che provvederanno ad erogare e gestire i servizi abitativi al fianco di quelli erogati da ALER e dai Comuni; i cosiddetti “operatori accreditati, quali soggetti del terzo settore, cooperative ed altri operatori anche a partecipazione pubblica” (artt. 1 e 4). Insomma anche soggetti privati entrano nel business. Ma in fondo, non è che la presa d’atto di quanto già avvenuto: cooperative varie ed MM Casa, società del Comune di Milano ne fanno già parte.

   A questo punto, occorre comprendere cosa diavolo siano questi novelli servizi abitativi, tra i quali, peraltro, viene immediatamente in evidenza il tratto di sostegno alla rendita immobiliare.

   L’articolo 1 distingue infatti: a – i servizi abitativi pubblici che sono destinati a soddisfare il bisogno abitativo dei nuclei familiari in stato di disagio economico, familiare ed abitativo (traduzione: genericamente i poveri); b – i servizi abitativi sociali che sono destinati a soddisfare il bisogno abitativo dei nuclei familiari aventi una capacità economica che non consente né di sostenere un canone di locazione con un mutuo sul mercato abitativo privato né di accedere ad un servizio abitativo pubblico (traduzione: quelli che possono pagare un canone vicino anche se non eguale a quello di mercato); c – le azioni per sostenere l’accesso ed il mantenimento dell’abitazione che riguardano il mercato abitativo ed i servizi sociali (…) e le azioni volta a favorire la proprietà dell’alloggio (…) (traduzione: garanzia pubblica del versamento del cannone a favore dei proprietari privati e degli operatori accreditati che gestiscono gli alloggi destinati ai poveri, garanzia alle banche ed alle finanziarie erogatrici di mutui per l’acquisto di immobili).

   L’art. 3 dopo aver elencato le funzioni dei comuni, tipiche di questo ambito, introduce una novità. Stabilisce infatti che i comuni possono attivare servizi di agenzie per l’orientamento dei cittadini in merito alle opportunità di reperire alloggi in locazione a prezzi inferiori a quelli di libero mercato, lo svolgimento di azioni di sostegno alla locazione e di attività di garanzia nei confronti dei proprietari nei casi di morosità incolpevole.

   Queste agenzie per l’abitare – visto lo scopo – non pare che si differenzino dalle normali agenzie immobiliari.[6]

   La legge, poi, stabilisce che: “Al fine di incrementare l’offerta di servizi abitativi pubblici e sociali, l’apporto di unità abitative di proprietà da parte degli operatori accreditatori, costituisce titolo preferenziale nelle procedure di evidenza pubblica per l’affidamento della gestione dei servizi abitativi pubblici e sociali” (art. 4). In sostanza, gli operatori accreditati[7]  che dispongono di alloggi vuoti e vogliono evitare i problemi delle possibili morosità e o degli sfratti, possono metterli a disposizione dei servizi abitativi. In tal modo non solo godranno di maggiori titoli per entrare nel business (accreditamento) bensì otterranno la garanzia del versamento del canone, e occorrendo, disporranno di procedure più snelle e rapide per gli eventuali sfratti.

 

 

 

I servizi abitativi pubblici

 

   I primi servizi presi in considerazione dalla disciplina sono i servizi abitativi pubblici: quelli destinati genericamente ai poveri. Ma è proprio la legge che dispone che non tutti i poveri possono beneficiare di tale provvidenza. La nuova disciplina infatti stabilisce che “i nuclei familiari in condizioni di indigenza accedono ai servizi abitativi pubblici attraverso la presa in carico da parte dei servizi sociali comunali, nell’ambito di programmi volti al recupero dell’autonomia economica e sociale”. Segue la definizione della condizione di indigenza, corrispondente ad una soglia di povertà assoluta e di grave deprivazione materiale, con parametro economico l’assegno sociale erogato dall’INPS.

   In sostanza i poveri – per essere tali – sono solo quelli individuati e riconosciuti come tali dagli organismi assistenziali. Come nel medio evo, ma con metodi attualizzati dalla moderna filantropia, mediante il sistema di controllo pervasivo dei servizi sociali e per i pochi beneficiari, non solo si tratta di passare attraverso la cruna di un ago, bensì occorrerà anche sottoporsi ai diktat dei servizi (il cosiddetto programma di recupero dell’autonomia economica e sociale).[8]

   E non basta. Siccome come è noto che la povertà aumenta e non si può certo provvedere a tutti i poveri, lo stesso articolo pone dei paletti. Nei servizi abitativi pubblici, le assegnazioni riguardanti coloro che sono presi in carico dai servizi sociali comunali, sono disposte nella misura massima del 20% delle unità abitative annualmente disponibili.

   Per coloro che non sono presi a carico dei servizi sociali, evidentemente, resta sempre la provvidenza (nelle varie forme che si incarna come la Caritas) o la strada.

   Un elemento di interesse appare subito. Il regolamento che dovrà occuparsi di disciplinare le condizioni oggettive e soggettive di disagio, nonché i relativi punteggi per la formazione delle graduatorie, non pare che debba esplicitamente prevedere l’ipotesi dello sfratto da una abitazione privata tra quelle che determinano l’esistenza della conciliazione di disagio ed un maggior punteggio ai fini dell’assegnazione, come sino ad ora è avvenuto.

   Ipotesi – lo sfratto – che ha caratterizzato – e caratterizza – i nuclei familiari in condizione di indigenza che dovrebbero essere i principali fruitori di questi servizi.

   Per la precisione, l’ipotesi dello sfratto viene autonomizzata e può dar luogo ad una assegnazione di tipo emergenziale, ma limitata nel tempo. La legge stabilisce infatti che “Al fine di contenere il disagio abitativo di particolari categorie sociali, soggette a procedure esecutive di rilascio degli immobili adibiti ad uso di abitazione e per ogni altra esigenza connessa alla gestione di situazione di grave emergenza abitativo, (…). Aler e comuni destinano una quota del proprio patrimonio abitativo, a servizi abitativi transitori, (…), nella misura massima del 10 per cento delle unità abitative disponibili alla data di entrata in vigore della presente legge. Le unità abitative a tali fini individuate sono temporaneamente escluse dalla disciplina dei servizi abitativi pubblici. Tali unità abitative sono assegnate ai nuclei familiari in possesso dei requisiti per l’accesso ai servizi abitativi pubblici per una durata massima di dodici mesi non rinnovabili, (…). I comuni possono incrementare la disponibilità di servizi transitori con unità abitative conferite da soggetti pubblici e privati, compresi gli operatori accreditati, da reperire attraverso procedure ad evidenza pubblica e da disciplinare mediante apposite convenzioni”.[9]

   Insomma: gli sfrattati – che come è noto sono in assoluta maggioranza per morosità[10] - non hanno diritto, in quanto tali, ai servizi abitativi pubblici. Le unità abitative a disposizione degli sfrattati saranno limitatissime (il 10% delle disponibili) e per giunta per un periodo ridicolo (dodici mesi). In compenso, i soggetti privati – nessuno escluso – potranno conferire propri alloggi.

   Il canone di locazione dei servizi abitativi pubblici è destinato a compensare i costi di gestione, compresi gli oneri fiscali, e a garantire la manutenzione ordinaria per la buona conservazione del patrimonio immobiliare. Tuttavia, tra le novità occorre segnalare l’estensione del sistema dei controlli sui servizi abitativi pubblici, che prevede la realizzazione di impianti di videosorveglianza – che se ritenuti costi di gestione, partecipano alla formazione del cannone – e la possibile utilizzazione di servizi di guardia giurata. Per i fruitori – pochi – dei servizi abitativi pubblici – i poveri – ci sarà quindi un accurato e pervasivo sistema di controllo (preventivo: quello dei servizi sociali; e permanente: videosorveglianza e guardie giurate). Risultato: soldi anche per le imprese che si occuperanno dei sistemi di videosorveglianza e per quelle di vigilanza. La filiera si estende a nuovi soggetti.

   Non poteva mancare l’ennesima previsione di vendita degli alloggi pubblici. Vuoti liberi od assegnati. La legge stabilisce che gli enti proprietari possono procedere alla alienazione e valorizzazione di unità abitative esclusivamente per esigenze di razionalizzazione, economicità e diversificazione della gestione del patrimonio, nella misura massima del 15% delle unità abitative di cui risultano proprietari alla data di entrata in vigore di questa legge.

   In particolare, per quelli liberi, è prevista la vendita degli alloggi ubicati in aree o immobili di pregio e di quelli non assegnabili perché in stato di grave degrado.

   Tuttavia, è notorio che le ultime procedure di alienazione non sono andate proprio a buon fine. Alla Regione sono noti i dati relativi alla composizione sociale e alle capacità economiche degli assegnatari[11]e gli alloggi vuoti spesso non sono affatto appetibili. Quindi è prevista una alternativa alla vendita definita valorizzazione. Ovverosia:

a)    La locazione a cannone agevolata, di norma non inferiore al 40 per cento del canone di mercato;

b)    La locazione nello stato di fatto, a soggetti intermedi, quali enti, associazioni senza scopo di lucro e istituzioni, con finalità statutarie di carattere sociale;

c)     La locazione a usi non residenziali, al fine di promuovere la diversificazione funzionale all’interno dei quartieri e l’insediamento di attività economiche di nuova formazione.

 

   Insomma, al posto di destinare risorse per la rimessa in pristino degli alloggi e la conseguenza assegnazione ai poveri, gli alloggi locai ad altri soggetti con un canone agevolata ovvero a persone che si potrebbero definire al cosiddetto “ceto medio”.

 

I servizi abitativi sociali

 

   Lo spezzettamento del patrimonio pubblico regionale in servizi abitativi pubblici e sociali ha una finalità precisa, che ben si comprende leggendo anche le disposizioni riguardanti questi ultimi.

   La legge stabilisce che “Ai fini della presente legge il servizio abitativo sociale consiste nell’offerta e nella gestione di alloggi sociali a prezzi contenuti destinati a nuclei familiari con una capacità economica che non consente loro né di sostenere un canone di locazione o un mutuo sul mercato abitativo privato, né di accedere ad un servizio abitativo pubblico”. Ed il servizio abitativo sociale “comprende sia alloggi sociali destinati alla locazione permanente o temporanea, sia alloggi destinati alla vendita dopo un periodo minimo di locazione di otto anni”.

   In sostanza questi servizi sono destinati a coloro che, pur non potendo accedere al mercato privato immobiliare (locazioni o proprietà), possiedono comunque una capacità reddituale che consente loro di versare un cannone appetibile per i gestori (Aler o privati). E questi alloggi potranno anche essere ceduti al termine di un periodo di locazione corrispondente al termine del primo rinnovo di una locazione privata.

   Rientrano tra questi servizi quelli del cannone agevolato, quelli abitativi temporanei, i residenti universitari e i fondi immobiliari.

   Vediamo di cosa si tratta. Innanzitutto, i servizi abitativi a canone agevolato sono quelli cui si applica un canone che copre gli oneri di realizzazione, recupero o acquisizione, nonché i costi di gestione (art. 33). Ed il canone, come abbiamo visto è stabilito attraverso una convenzione che deve indicarne anche i criteri i parametri e i prezzi di cessione per gli alloggi concessi in locazione con patto di futura vendita.

   I servizi abitativi temporanei sono invece quelli da destinare al soddisfacimento del fabbisogno temporaneo di particolari categorie sociali, determinata da situazioni meritevoli di tutela, ragioni di lavoro, studio e salute.

   Infine, vengono costituiti i Fondi immobiliari per l’acquisizione, la realizzazione e la gestione integrata di immobili per i servizi abitativi sociali nonché per la promozione di strumenti finanziari anche innovativi dedicati a questo tema, con la partecipazione di soggetti pubblici o privati. A tal fine, la Regione si avvale della collaborazione di Finlombarda S.p.A. Tale linea di intervento è rivolta alle persone che non possiedono i requisiti per accedere a servizi abitativi pubblici, disponendo di un reddito che tuttavia non consente di accedere agli affitti a libero mercato.

  

   Azioni per l’accesso ed il mantenimento dell’abitazione: una garanzia per la rendita immobiliare e finanziaria.

   Terminiamo l’esame della nuova normativa con le cosiddette azioni per l’accesso ed il mantenimento dell’abitazione.

   Si tratta di un complesso di iniziative tutte finalizzate a favorire la proprietà immobiliare e la rendita finanziaria, senza dimenticare le imprese di costruzione ed altri soggetti imprenditoriali o le cooperative edilizie.

   Si parte con i cosiddetti aiuti ai nuclei familiari in difficoltà nel pagamento dei mutui. E si stabilisce che la Regione promuove intese con gli istituti familiari per sostenere i cittadini in gravi difficoltà economica, ovvero in situazione di insolvenza temporanea dovuta a morosità incolpevole nel pagamento delle rate del mutuo per l’acquisto della prima casa o per sfratti dovuti a pignoramenti immobiliari. Quale tipo di intese saranno promosse è facile da immaginare. L’aiuto più che alle famiglie in difficoltà, è fornito alle banche, delle quali sono arcinote le esposizioni conseguenti ai mutui non onorati.

   Si prosegue con i cosiddetti aiuti ai nuclei familiari per l’acquisto dell’abitazione principale. E si stabilisce che la Regione promuove misure di agevolazione finanziaria per favorire promuove misure di agevolazione finanziaria per favorire l’acquisto della prima casa da destinare ad abitazione principale. Comunque, è evidente che i benefici in ultima istanza saranno ancora banche e finanziarie

   Si passa poi alle cosiddette iniziative per il mantenimento dell’abitazione in locazione. La legge prevede:

a)    Il sostegno economico ai conduttori, con contratto registrato ad uso abitativo, in difficoltà nel pagamento del canone di locazione di cui alla legge 431/1998;

b)    L’attuazione di iniziative finalizzate al reperimento di alloggi da concedere in locazione a canoni concordati, ovvero attraverso la rinegoziazione delle locazioni esistenti, di cui all’articolo 11 della legge 431/1998;

c)     Il contrasto dei fenomeni della morosità incolpevole intesa come situazione di sopravvenuta impossibilità a provvedere al pagamento del canone locativo a ragione della perdita o consistente riduzione della capacità reddituale del nucleo familiare.

 

   Si tratta, quindi, di misure che mirano a sostenere il mercato delle locazioni private, garantendo il versamento del canone ai proprietari, ovvero facilitando questi ultimi attraverso contratti a canone concordato. L’iniziativa, in questo caso, è destinata alla rendita immobiliare.

   Tutto, bisogna porre in essere, per scongiurare un calo dei canoni.

   In più, per completare l’opera, viene stabilito che le predette iniziative possono essere intraprese attraverso la costituzione di agenzie per la casa, fondi di garanzia o attività di promozione in convenzione con imprese di costruzione ed altri soggetti imprenditoriali o cooperative edilizie. Un aiutino anche a questi ultimi non guasta, vista la nota crisi del settore. Dall’altro lato si prevede che presa in carico da parte dei servizi sociali. Ovverosia che gli indigenti non possono avere scampo al controllo preventivo dei servizi sociali.

   Ancora, si prevedono aiuti ai nuclei familiari in condizione di morosità incolpevole, ma su questo argomento si demanda il tutto ai regolamenti di Giunta.

   Non poteva mancare la costituzione dello specifico Fondo per l’accesso ed il mantenimento dell’abitazione, destinato alle finalità di questa ultima parte della disciplina ed in particolare per la concessione di contributi integrativi per il pagamento dei canoni di locazione, a favore dei conduttori con contratto registrato ad uso abitativo in situazione di difficoltà nel pagamento dei suddetti canoni.

   Infine, un aiuto anche ai costruttori. Nella più classica delle tradizioni.

   Tra le disposizioni transitorie e finali la legge dispone che: “Per gli interventi finalizzati alla realizzazione di unità abitative destinate a servizi abitativi pubblici e sociali, il contributo sul costo di costruzione non è dovuto. Per gli interventi di nuova costruzione riguardanti servizi pubblici, se previsti all’interno del piano dei servizi, gli oneri urbanizzazione primaria e secondaria non sono dovuti. Per gli interventi di nuova costruzione riguardanti servizi abitativi sociali, gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria possono essere ridotti da parte dei comuni fino al 100 per cento degli stessi. Per gli interventi di manutenzione straordinaria e di ristrutturazione riguardanti servizi abitativi pubblici e sociali, gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, se dovuti, sono quelli riguardanti gli interventi di nuova costruzione ridotti della metà, salva la facoltà per i comuni di deliberare ulteriori riduzioni”.

   Come abbiamo anticipato all’inizio dell’esame della nuova disciplina, di casa popolare, per le masse popolari, non se ne potrà più parlare.

   Abbiamo visto la suddivisione del complessivo patrimonio, che costituiva l’edilizia residenziale pubblica sul territorio, in servizi abitativi pubblici e sociali comporti che per le persone in stato di povertà sostanzialmente non resti più nulla.

    Ed a suggellare la normativa vi è la disposizione prevista dall’art. 43 c. 10: “Ai fini di quanto disposto dalla presente legge, l’espressione ‘edilizia residenziale pubblica’ presente in altre disposizioni regionali, legislative o regolamentari, deve intendersi equivalente all’espressione ‘servizi abitativi pubblici’, qualora non diversamente specificata, individuando un servizio di interesse economico generale, e in quanto tale, oggetto di specifici obblighi di servizio pubblico”.

 

Che fare?

 

   La questione abitativa è un nodo dei rapporti sociali.

   Mentre abbondano case vuote – private e pubbliche – nelle metropoli ed anche nei piccoli centri, aumentano sfratti e sgomberi. Ed il bisogno abitativo, che non può trovare alcuna soddisfazione nel mercato privato, non ha alcuno sbocco nell’edilizia pubblica. Nel 2014 la legge Renzi-Lupi aveva posto le premesse per questo ultimo sviluppo cui la Regione Lombardia si è adeguata. Il che prelude ad analoghi interventi anche in altre regioni.

   La leggere regionale lombarda del 2016 si inserisce nel solco tracciato del sostegno alla rendita ed alla finanza, dall’abolizione dell’edilizia residenziale pubblica, che viene smantellata e trasformata in un servizio abitativo finalizzato a produrre profitti per le imprese private che verranno accreditate ed otterranno la gestione degli immobili e strumento per ulteriori speculazioni ed affari di imprese varie, attraverso la svendita del residuo patrimonio pubblico esistente, la ristrutturazione la demolizione e ricostruzione. Profitti garantiti grazie all’aumento dei canoni e delle spese e dall’eliminazione – attraverso sfratti e sgomberi – degli inquilini delle masse popolari che non sono capaci di versare canoni e le spese.

   Ma l’esplosività della questione abitativa, raggiunta dopo un decennio di crisi, è il risultato combinato della prolungata – ed ormai datata - politica di abbandono e privatizzazione del settore pubblico, del tentativo di sostenere comunque rendita e finanza e della riduzione della perdita del salario, come dimostrano l’aumento esponenziale degli sfratti per morosità nel privato e nel pubblico e l’accumulo del debito nei confronti dei gestori del patrimonio abitativo. Debito che ha raggiunto cifre da capogiro e che viene a sua volta garantito attraverso l’istituzione di fondi e la capillare azione di recupero forzoso della morosità.

   Date queste premesse il problema è irrisolvibile sul mero terreno della difesa della casa, o peggio ancora, in nome di un inesistente diritto alla casa nel quadro del sistema capitalista. 

   Il punto centrale è - e resta - il rapporto antagonista tra capitale e lavoro.

   Orami da più di un trentennio i salari e pensioni scendono, mentre tra la gioventù è dilagata la precarietà del lavoro. E se non ci sono i soldi per sopravvivere è difficile pensare che ve ne possano essere per impiccarsi con un mutuo o per pagare l’affitto.

   Ma se è vero che il principale fattore che determina il livello dei consumi (qui inteso come quantità di mezzi di sussistenza necessari al lavoratore per riprodursi socialmente, il cui “bene casa” costituisce un articolo) è dato dal livello del salario, è altresì vero che il livello dal salario non si determina automaticamente né per effetto delle cosiddette “leggi di mercato”, ma sulla base dei rapporti di forza tra padroni e operai. Rapporti che, per quanto riguarda i lavoratori, sono determinati dalla loro capacità di lotta e organizzazione.

   In questi ultimi anni è rimasto certamente alto il livello di conflitto tra il variegato movimento di lotta per la casa e il potere centrale e locale. A Roma, Napoli, Milano – solo per citarne alcune – si è assistito a manifestazioni di varia natura. Tuttavia – nella sostanza – il movimento si è contraddistinto essenzialmente per iniziative contro gli sgomberi nel pubblico e in parte contro gli sfratti nel privato.

   Tuttavia, persino il livello insostenibile dei canoni nel privato, specialmente nelle città, è rimasto in secondo piano nelle azioni del movimento per il diritto alla casa.

   Ma un movimento di lotta per il diritto alla casa, che peraltro non ha alcun rapporto con quel che accade nel mondo del lavoro (fatto di per sé negativo), che limita la propria attività solo sul fronte degli sgomberi e degli sfratti, non intacca minimamente la l’attuazione dei piani del potere.

   Quali possono essere le prospettive per i proletari in questo quadro?

   In primo luoghi, i comitati per il diritto alla casa che compongono il variegato movimento non possono continuare ad agire come membra separate dall’organismo proletario ed agitare la questione abitativa come “vertenza sociale” slegata dai più urgenti e centrali problemi di vita e di sopravvivenza delle masse proletarie come quello della perdita del potere di acquisto del salario. La lotta sul terreno della casa deve porre a base dell’azione specifica la rivendicazione generale, di un salario minimo garantito a favore di disoccupati, cassintegrati, lavoratori dipendenti sottopagati e pensionati con la minima. Su questa base bisogna rivendicare di azzerare la morosità nei confronti di tutti gli inquilini e occupanti colpiti da disoccupazione, riduzione del salario e pensionati con la minima.

   In secondo luogo, i lavoratori non debbono sottostare alle decisioni statali ma devono, invece, sempre porre i loro bisogni e interessi a base di ogni loro richiesta. La rivendicazione corretta sarebbe quella che i canoni, in generale per le case private e pubbliche e salvo situazioni di bisogno e/o di indigenza, in cui va applicato, non superino il 10% del salario o della pensione del maggiore percettore.

   In terzo luogo, va svolto nei caseggiati popolari un lavoro capillare e metodico di propaganda e di organizzazione allo scopo di convogliare nelle azioni di difesa e lotta inquilini e occupanti, eliminando attriti e divisioni tra assegnatari e occupanti, tra occupanti storici e occupanti recenti, ed emarginando le condotte prevaricatrici individuali o di gruppo. Gli inquilini e gli occupanti debbono costituire la prima linea di difesa e lotta nel blocco degli sfratti e degli sgomberi e un baluardo nella difesa degli occupanti. Una parte di questo lavorio va svolta, inoltre, tra i richiedenti alloggio in lista di attesa per accelerare l’assegnazione delle case sfitte ed esercitare una pressione crescente per la requisizione e assegnazione di case vuote.

   In quarto luogo comitati per la casa debbono stringere forti legami tra loro, creare un fronte comune, attrezzarsi adeguatamente per potere affrontare la militarizzazione urbana. Gli sgomberi sono da tempo autentiche azioni militari in questa guerra non dichiarata contro le masse popolari messa in atto da parte della Borghesia Imperialista, e lo “stop agli sgomberi” richiede adeguati livelli di organizzazione. Fondamentale e decisa nell’impedire è la resistenza degli inquilini, la solidarietà del caseggiato. Trascinare nell’azione i caseggiati, coinvolgere il quartiere, sbarrare il passo alle “forze dell’ordine costituito”, contrastando le false “campagne di legalità” che mistificano la realtà perché la pretesa “legalità” è solo il paramento delle ruberie pubbliche e lo strumento di repressione ed esproprio della gente impoverita. Scacciare dai quartieri i fascisti che, per acquisire simpatie, chiedono case “solo per gli italiani”, nascondendo ipocritamente il fatto che di case vuote ce ne sono decine di migliaia   che restano da decenni sfitte per proprio per mantenere alte gli affitti e che ora vengono poste in vendita.

   In quinto e ultimo luogo bisogna collegare la lotta per la casa alla più generale battaglia di classe per l’esproprio degli alloggi di proprietà delle immobiliari, palazzinari, grossi e medi proprietari e la socializzazione dei mezzi di produzione.

   Occorre, quindi, un’organizzazione stabile capace di superare ogni settorialismo e ricondurre tutte le iniziative che già si avvolgono sul terreno della casa nel più ampio fronte di lotta politica allo Stato ed al dominio di classe.

   Solo così è possibile resistere effettivamente agli attacchi di Stato, finanza, immobiliari e padroni e soddisfare le esigenze di operai, disoccupati, pensionati proletari.                                                                        

  

                                         

IL DISASTRO DELL’ALER

 

 

    L’emergenza abitativa e la fallimentare gestione da parte dell’ALER del patrimonio immobiliare pubblico sono problemi che arrivano da molto lontano e che ancora oggi continuano a produrre strascichi.

   Già negli anni Novanta, ci furono le prime class action “all’italiana”, a tutela dei diritti abitativi degli assegnatari degli alloggi popolari.

 

 Queste class action “all’italiana”, avevano messo in luce un vero e proprio sistema di complicità all’interno delle istituzioni (in particolare di Regione Lombardia), e della magistratura, proteso a difendere gli interessi affaristici di ALER e dei suoi padrini politici. Negli ultimi 40 anni uno dei più grandi patrimoni immobiliari pubblici è stato depauperato.

   Nel 2013 emerge che l’indebitamento di ALER è di 345 milioni di euro[12]. Questo buco è stato creato da una gestione scellerata dei circa 68.000 alloggi popolari di cui la magistratura aveva sino ad ora omesso qualsiasi indagine, seppure erano emerse altre voragini e rapporti collusivi tra pubblico e privato anche nelle precedenti gestioni, affidate dal Comune di Milano dal 2003 al 2009, alla dir poco chiacchierata Romeo Gestioni S.p.A. (di sospetta vicinanza con la Camorra[13] che secondo la Corte dei Conti aveva già procurato danni all’erario per oltre 87 milioni di euro derivanti da una “gestione e inefficace” del patrimonio immobiliare del Comune di Napoli, nel periodo dal 1997 al 2007[14]), nonché alla Edilnord Gestioni S.p.A. e alla Gefi S.p.A., attraverso cui, come affermava con soddisfazione, il Vice Sindaco di Milano Riccardo De Corato che la nuova gestione avrebbe “elevato la qualità e gli standard del patrimonio immobiliare pubblico, rientrando nella volontà del Comune di finalizzare investimenti per nuove case e investimenti di risanamento[15]. Interventi, invero, deviati sulla Libia, facendo sparire oltre 80 milioni di euro, tramite ASET, un enorme buco nero in seguito ricaduto sulle spalle di ALER[16]. Due società apparentemente distinte, ma un’unica mostruosa creatura a due teste, società entrambe, infatti, amministrate, dagli stessi presidenti di ALER Luciano Niero e Loris Zafra e gestite dall’ex storico e potentissimo direttore generale di ALER l’Avv. Domenico Ippolito.

   Proprio, quando il Sindaco di Milano Pisapia e il Presidente della Giunta lombarda Roberto Maroni, preannunciarono la costituzione di una società pubblica, denominata “newco”, che nel giro di due mesi avrebbe dovuto sostituirsi alla gestione fallimentare di ALER[17]. Arrivò la perquisizione della sede di Viale Romagna[18] e l’arresto di Monica Goi [19], responsabile degli appalti pubblici di ALER, nonché il rinvio a giudizio dell’ex assessore regionale alla casa, Domenico Zambetti[20], già arrestato nel 2012, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e voto di scambio (per cui è stato rinviato a giudizio anche Alfredo Celeste, ex sindaco di Sedriano). I furbetti Maroni e Pisapia, per addolcire la pillola preannunciarono una riduzione dei cannoni di locazione, dando atto della necessità di contenere le morosità, ma senza toccare le tabelle degli stipendi dei dirigenti, a partire dai 190.000 euro del direttore generale l’Avv. Domenico Ippolito e degli altri 16 manager, tra architetti e semplici geometri, che si portano a casa dai 90 mila ai 130 mila euro lordi l’anno.

   La perquisizione nella sede ALER e i 16 arresti di funzionari pubblici disposti dalla Procura di Milano, aprirono uno squarcio del rapporto tra pubblico e privato in Lombardia e sui perversi intrecci di interessi nella gestione della cosa pubblica, riconducibili agli apparati dei partiti e alla consorterie massonico-mafiose-religiose, tra cui spicca la Compagnia delle Opere (braccio economico di Comunione e Liberazione), al cui vertice del sistema vi era l’ex Presidente di Regione Lombardia Roberto Formigoni. Inchiesta che ha aperto le porte del carcere a gregari di importanti aziende pubbliche, tra cui ALER Milano e di manager di aziende ospedaliere per reati di “corruzione e atti contrari ai doveri di ufficio, turbata libertà degli incanti”, in relazione agli appalti illeciti tra il 2006 e il 2012. In un passaggio finale dell’ordinanza del Gip milanese Giuseppe Gennari, titolare dell’inchiesta della Procura di Milano, si legge che più delle mazzette, è una rete fi relazioni basata sulla “appartenenza politica” e sul “sentire comune”, a farsi “sistema” e a condizionare le realtà imprenditoriali, facendo pagare questo inquinamento del mercato alla collettività. Insomma, la classica privatizzazione delle profitti associata alla socializzazione delle perdite.

   La “corruzione di appartenenza” è molto più pericolosa di ogni altra forma corruttiva, perché non lascia tracce e ha impedito     anche alla magistratura, in quanto potere corporativo e autoreferenziale di mettere a nudo questo sistema.

    A denunciare tutto ciò, c’è stata anche la società di revisione BDO[21], che nel dicembre 2013 ha presentato alla Regione Lombardia un rapporto di oltre trecento pagine sui disastrati conti di ALER, l’immobiliare pubblica più grande d’Italia e tra le maggiori in Europa. Il documento, pubblicato nel 2015 dal gruppo Espresso[22], è stato richiesto dalla Commissione regionale d’inchiesta su ALER, nominata proprio per far luce sui conti dell’Azienda lombarda. Il quadro emerso è quello di un colosso che già allora era sull’orlo del fallimento. Nel 2021 sono ormai 450 milioni di euro di debito solo verso le banche e fornitori che affliggono il bilancio; le entrate non riescono nemmeno a coprire le spese ordinarie di gestione. 

 

   Eppure l’emergenza sfratti e il fenomeno delle occupazioni nasce soprattutto da lì, dalle case popolari vuote (e inutilmente riscaldate) perché fatiscenti, prive di manutenzioni e non assegnabili. A Milano ce ne sono quasi 10.000.

 

    Fino al primo dicembre 2014, quando le 28.000 case del Comune di Milano sono passate alla gestione di Metropolitana Milanese. ALER amministrava 73.000 unità abitative, gran parte delle quali in pessime condizioni. Nel bilancio 2013 l’azienda regionale scrive chiaramente di non poter far fronte alle spese necessarie: “Risulta evidente che gli interventi di manutenzione straordinaria non possono essere finanziati se non tramite entrate straordinarie che derivino dalle vendite, in forte rallentamento, o da risorse da reperire sul mercato del credito, soluzione oggi impraticabile”.

 

   E qui apre il capitolo più problematico della gestione ALER. La domanda sorge, spontanea: “Perché mai ALER non poteva chiedere prestiti alle banche?”.  Semplicemente, perché ne erano già stati aperti fin troppi. Solo allora risultavano aperti 48 contratti di mutuo per 255 milioni di euro. Finanziamenti richiesti per le più svariate ragioni: dalla realizzazione di nuove costruzioni fino alla manutenzione straordinaria e addirittura allo svolgimento delle attività correnti, ogni anno più dispendiose. Una montagna di soldi, chiesti a Intesa San Paolo (78 milioni), alla Banca Popolare di Sondrio (72 milioni, e l’istituto è anche tesoriere di ALER), al Monte dei Paschi di Siena (38 milioni), a BNL (26 milioni), a Dexia Crediop Spa (sempre BNL, per 17 milioni), alla Banca Popolare di Novara (quasi 10 milioni), alla Cassa Depositi e Prestiti (quasi 9 milioni) e alla Popolare di Milano (oltre 4 milioni).

 

   A garanzia dei prestiti ottenuti ALER ha messo il suo stesso patrimonio immobiliare ipotecato, al 31 dicembre 2012 risultavano ipoteche sugli alloggi per un valore di 258 milioni. Appartamenti (e terreni) a Milano, Rho, Lainate, sul cui destino prende un grosso punto interrogativo. Ecco perché Gian Valerio Lombardi, ex presidente ALER, ha accelerato il processo di messa all’asta degli alloggi popolari. Una soluzione in piena antitesi col concetto di edilizia pubblica e che non fa altro che aggravare l’emergenza abitativa. Vendere all’asta le case pubbliche, costruite coi soldi dei lavoratori, significa, questo sì, toglierle dalla disponibilità di chi ne ha bisogno. A causa di questa scelta, infatti, il patrimonio immobiliare pubblico continua ad impoverirsi. È quindi evidente, a questo punto, come l’attività principale di ALER non sia quella di rendere agibili ed assegnare le case, ma di lasciare vuoti gli appartamenti in attesa di venderli al migliore acquirente, portando avanti nei fatti un vero e proprio business.

 

   Per contestualizzare, è importante fare un ulteriore passo indietro nella storia speculativa ALER. Come e quando è nata la voragine finanziaria che rischia di inghiottire l’ALER? La risposta è nelle carte: il 50% dei mutui è stato stipulato tra il 2006 e il 2007 e i derivati sono agganciati a finanziamenti decorsi tra il 2007 e il 2008.  Lo stesso periodo in cui l’azienda intraprende una serie di avventure speculative che oggi pesano sui suoi bilanci come mattoni. Basti pensare alle “figlie” di ALER (ora tutte in dismissione), delle quali ASSETT è la più conosciuta.

 

   L’inefficienza è sempre stata dominante in tutte le operazioni condotte non solo da ALER, ma anche dalle sue società satellite. Tra queste c’è ASSET, fondata nel 2005 e controllata da ALER al 100%, motivo per cui nel corso del tempo questi investimenti hanno scavato un’ulteriore voragine nei bilanci. Le operazioni condotte da ASSET riguardante lotti, vendita e commercializzazioni di complessi immobiliari, compresi alberghi, centri commerciali, turistici, industriali e ricreativi. Verrebbe da chiedersi che cosa abbia a che fare tutto ciò con l’edilizia popolare.  Ma andiamo avanti. Per realizzarle, la società ha dovuto contrarre mutui per molti milioni di euro. Dove si concentrarono le operazioni immobiliari? Una delle principali operazioni è quella di Pieve Emanuele, dove ASSET acquista diversi stabili per ristrutturarli e vendere alloggi di edilizia pubblica (si stipulano mutui per 32 milioni accompagnati da 41 milioni di finanziamento regionale). Un altro importante acquisto è quello di un complesso immobiliare interamente destinato alla vendita (tra un finanziamento e l’altro ASSET si indebita per 66 milioni di euro). Di queste due operazioni cosa s’è n’è fatto? Nulla. Per quanto riguarda Pieve Emanuele l’area non è stata riqualificata, gli appartamenti a Garbagnate non sono solo rimasti invenduti, ma alcuni a causa del deterioramento, causato dall’abbandono, sono stati demoliti chiedendo un ulteriore prestito ad ALER.

 

   Come se ALER fosse una multinazionale edilizia e non già un ente proposto alla sola tutela del patrimonio immobiliare pubblico, ASSET atterra anche in Libia nel 2007, dove si costituisce una nuova società per occuparsi di ristrutturare i palazzi storici. Perché invece di ristrutturare le case popolari, che sono da sempre lasciate cadere a pezzi, si è andati a sperperare denaro in Libia? Nel 2010 la società viene dichiarata fallita con annesse perdite per centinaia di migliaia di euro. Il fallimento di tutte le operazioni intraprese da ASSET è stato totale, è sempre andata in rosso, verrà fusa solo recentemente con ALER che ne acquisirà oltre al patrimonio immobiliare anche i 99 milioni di debiti.

 

   ALER è un secchio bucato. Perde soldi a ciclo continuo. Solo per l’elaborazione delle buste paga per i dipendenti, la spesa annua è di un milione di euro. Tra le carte, spunta un ennesimo mutuo (30 milioni) per il fondo pensione integrativo dei dipendenti ALER. Il fondo non era ancora stato costituito, mentre i 30 milioni costavano 500 mila euro di interessi passivi ogni anno e, perlomeno tra il 2011 e 2015 (periodo per quale si trovano dati disponibili), si sono pagati interessi a vuoto.

 

   ALER è dunque un’azienda di edilizia pubblica che nega alle masse popolari il diritto di ottenere un’abitazione, collettivizzando le perdite e privatizzando gli utili. In piena emergenza sfratti, bisognerebbe ampliare e non ridurre il patrimonio pubblico, per garantire a tutti il diritto alla casa e una vita dignitosa. Ma non è così. La politica adottata da Regione Lombardia nello stabilire i criteri di assegnazione è iniqua e paradossale. Addirittura, nel 2020, in piena pandemia determinata dal COVID-19 che ha accentuato gli effetti nefasti della crisi di sovrapproduzione di capitale, dove sono stati bruciati migliaia di posti di lavoro, la quota riservata ai nuclei familiari indigenti è stata diminuita dal 40% al 20%. Tutto questo con l’obiettivo di assicurare flusso di cassa all’Azienda, nonostante la recente retromarcia concordata col comune di Milano abbia riportato, almeno nel capoluogo lombardo, la soglia delle assegnazioni per le famiglie indigenti al 40%.

 

   Sono dunque ALER e Regione Lombardia in primis i veri responsabili delle condizioni dei quartieri popolari, che hanno subito anni di abbandono e speculazione.  Ci sono 10 mila case vuote e riscaldate, interi stabili chiusi per mancanza di ristrutturazione, case piene di infiltrazioni e a rischio folgorazione. Gli sgomberi non sono dunque la soluzione al problema abitativo, al contrario non fanno altro che aggravarlo. Anzi, a causa degli sgomberi, le case ricadono in uno stato di abbandono, senza considerare le migliaia di euro spesi per effettuarli. Quando si dice che cacciare gli occupanti sarebbe la soluzione si dice una falsità. Di case a disposizione ce ne sono già in abbondanza e il quadro che ne emerge è ancora più scandaloso se si considerano i 27.000 assegnatari in graduatoria in attesa di un appartamento.

 

   Infine, qualche nome e cognome. Chi sono i responsabili di tutta questa situazione? Sono i volti del centro-destra presenti nell’album delle foto di famiglia di ALER. Allora come oggi, Regione Lombardia è guidata da Attilio Fontana (Lega), degno erede di Formigoni (arrestato e responsabile dei tagli e della privatizzazione della sanità pubblica, di cui oggi più che mai si pagano le conseguenze) e Maroni, le cui parole d’ordine erano “Prima i lombardi”. Quest’ultimo ha stabilito come criterio fondamentale per l’accesso all’edilizia pubblica, “L’anzianità di residenza” solo chi può vantare una residenza anagrafica o lo svolgimento di attività lavorativa in Lombardia da almeno 5 anni ha diritto all’ingresso nelle liste di assegnazione (Legge Regionale 16/2016). Tra gli amministratori dell’azienda c’è un nome ricorrente quello di Domenico Ippolito. Entrato nel 1991 per non uscirne più; prima come responsabile amministrativo, poi come direttore del personale ed infine come direttore generale dal 1999 al 2013. Dal 2005 anche come amministratore delegato in ASSET e in CSI (controllata ALER). Un manager delle amicizie discutibili, era stato rimosso perché nel 2012 un’inchiesta lo vedeva coinvolto sulla compravendita di voti a favore dell’ex assessore regionale alla casa Domenico Zambetti (che fu arrestato), con la ‘ndrangheta. Finì sotto l’occhio del ciclone per l’appartamento dato in affitto a Teresa Costantino, figlia del boss Eugenio Costantino, che nel 2011 venne contattata personalmente dalla segretaria di Ippolito, Monica Goi, e assunta da ALER proprio presso la Direzione Centrale.

 

 

Il Piano Sgomberi 2020

 

   Altro punto forte della politica di ALER, oltre alla svendita del patrimonio immobiliare pubblico è quello degli sgomberi, tramite i quali si continua ad alimentare l’emergenza abitativa. Da anni prosegue una guerra agli occupanti, tanto l’allora assessore alle politiche sociali Stefano Bolognini (Lega) scrisse una lettera datata gennaio 2021 per chiedere il via libera per procedere con gli sgomberi già programmati e “stoppati” dall’emergenza sanitaria.

   A settembre 2020, in pieno periodo pandemico, è stata varata la versione aggiornata del Piano Operativo di Azione per la prevenzione e il contrasto alle occupazioni abusive di alloggi di proprietà pubblica (in seguito Piano Sgomberi), che aggiorna quello sottoscritto nel 2014. Firmatari: il prefetto Renato Saccone, l’assessore alle Politiche Sociali, Abitative e Disabilità della Regione Lombardia Stefano Bolognini, il vice sindaco del comune di Milano Anna Scavuzzo, il presidente dell’ALER Mario Angelo Sala e il presidente di MM S.p.A. Simone Dragone.

 

   Analizzando i dati forniti dagli stessi firmatari del Piano risulta paradossale tanto accanimento nei confronti degli occupanti, se si parte dal fatto che gli alloggi ERP occupati sono nettamente minoritari rispetto a quelli lasciati sfitti o inagibili. Veniamo subito ai numeri.

   Piano Operativo di Azione per la prevenzione ed il contrasto alle occupazioni abusive di alloggi ERP – Edizione 2014. Al suo interno viene fotografata la situazione del patrimonio immobiliare pubblico nella città di Milano: 89.496 alloggi, di 61.134 di ALER Milano e 38.362 di proprietà del Comune di Milano. Le occupazioni erano 4.016 a fronte di un vuoto abitativo (sfitto o inagibile) pari a 9.754 unità.

   Piano Sgomberi 2020. Sei anni dopo le unità abitative di proprietà ALER Milano sono 55.118[23] (-10 rispetto al 2014)[24], quelle di proprietà del Comune di Milano 23.064[25]. Le occupazioni passano a 3.872 (- 4% rispetto al 2014) a fronte di un vuoto abitativo pari a 9.893 unità (+ 1.5% rispetto al 2014). Ecco il risultato di 6 anni di politiche incentrate sulla svendita del patrimonio pubblico e di lotta senza quartiere alle occupazioni. Sei anni duranti i quali si è praticata “la messa in sicurezza degli alloggi sgomberati tramite la chiusura con posa della lastra all’ingresso principale e, se al piano terra, anche la lastratura delle finestre, rendendo del tutto inagibili gli impianti elettrici e i servizi igienici” (pagina 11, Piano sgomberi 2014).

   Gli stessi firmatari del Piano ammettono l’inefficienza del sistema di assegnazione delle abitazioni ERP (edilizia residenziale pubblica) con “graduatorie infinite (27.000 assegnatari nel solo comune di Milano)”. Liste di attesa infinite da una parte, lamiere e alloggi vuoti dall’altra. Come mai allora tanto accanimento nei confronti di chi si organizza per riappropriarsi di un diritto altrimenti negato?

    Le occupazioni abitative sono sempre più oggetto di pesanti operazioni giudiziarie e poliziesche, che mirano a derubricare l’affermazione di un diritto in un problema di ordine pubblico.  Ma il nodo centrale è l’emergenza abitativa ed è di ordine sociale. Solo inquadrando correttamente il problema questo può essere affrontato e risolto.

 

    Corvetto: problemi di un tipico quartiere popolare di Milano  

 

 

   Corvetto (in milanese Corvett) è un quartiere di Milano appartenente al Municipio 4.

   Il Municipio 4, con una superfice di 20,95 Chilometri quadrati e 157.425 abitanti (al 31/12/2015), si estende verso est del centro cittadino e comprende le seguenti aree: Porta Vittoria, Porta Romana, Acquabella, Cavriano, Quartiere Forlanini, Monluè, La Trecca, Morsenchio, Ponte Lambro, Calvairate, San Luigi, Gamboloita, Quartiere Corvetto, Quartiere Omero, Nosedo, Castagnedo, Rogoredo, Santa Giulia e Triulzio Superiore.

   All’interno del Municipio 4 ci sono i seguenti parchi: Parco Forlanini, Parco Monluè, Parco Vittorio Formentano, Parco Emilio Alessandrini, Parco Gino Cassinis e Parco Guido Galli.

   Vi sono le seguenti stazioni della Metropolitana Milanese:

-          M3: Brenta, Corvetto, Lodi TIBB, Porto di Mare, Rogoredo FS e San Donato;

-         M4: Forlanini FS e Quartiere Forlanini

   Nonché le seguenti stazioni ferroviarie:

-         Porta Romana, Porta Vittoria e Rogoredo.

 

   Il quartiere Corvetto prende il nome da Luigi Emanuele Corvetto politico e giurista genovese[26].

   In passato il quartiere veniva chiamato Gamboloita per la presenza di una cascina con questo nome, ora demolita.

   All’interno del Corvetto c’è il Quartiere Mazzini. Un complesso di edilizia residenziale popolare pubblica, che è il più esteso dei quartieri popolari realizzati fra le due guerre dall’Istituto Autonomo Case Popolari (IACP) di Milano, disposto su quattro isolati di forma trapezoidale e sorge alla periferia sud-est della città nei pressi del piazzale Gabriele Rosa.

   Il quartiere Mazzini fu realizzato fra il 1925 e il 1928, fu chiamato Regina Elena che era il nome della moglie di Vittorio Emanuele III. Questa denominazione fu cambiata in Mazzini dopo la Seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica.

    Il quartiere fu programmato per ospitare i “poveri e i poverissimi” ossia le persone in condizione di maggior disagio sociale.

 

 

La popolazione del quartiere Mazzini

 

   Secondo i dati ufficiali del Comune di Milano tra il 1991 e il 2002 la popolazione residente nel quartiere è diminuita del 7,8%.

   Nella sostanza ci troviamo di fronte a una popolazione anziana con un alto tasso di mortalità che non viene sostituita. Più del 50% della popolazione del Mazzini ha un’età superiore a 51 anni e almeno un terzo è composta da ultrasessantacinquenni (621 dei quali soli).

   Il 13% dei residenti non è di nazionalità italiana ed è proveniente, in gran parte, dall’area magrebina.

   Le criticità presenti inerente alle condizioni nell’offerta abitativa esistente riguardano il sovraffollamento e il sottoaffolamento.

   Risulta secondo i dati del Comune che il sovraffollamento è una condizione che coinvolge il 10% degli alloggi e il 24% degli abitanti- a soffrire di questo fatto sono le famiglie composte da 5 o più persone.

   Per quanto riguarda le occupazioni degli appartamenti risulta secondo statistiche del Comune di Milano del 2003 ci sarebbero 211 appartamenti occupati (quasi il 10% del totale) questo fenomeno è cresciuto nel periodo che va del 2002 e 2003. Bisogna dire che sotto l’etichetta “occupazione abusiva” racchiude e nasconde storie familiari tra le più variegate. Tutto ciò nasce da una domanda abitativa insoddisfatta (più avanza la crisi che colpisce le masse popolari, e sempre di più si cercano abitazioni a buon mercato).

   Può aiutarci a capire questa situazione un articolo di Oriana Liso pubblicato su Repubblica del 14 gennaio 2007 (molto prima del crack d’agosto): “Il Sunia ha registrato quest’anno per la prima volta più casi di morosità che di finita locazione nelle domande per le case popolari e un numero sempre più alto di espropri dovuti all’incapacità di pagare il mutuo. Senza contare un dato che le stime ufficiali non possono considerare, quello degli affitti in nero: per il Sunia sono il 35% del totale, per la massiccia presenza di studenti e extracomunitari”.

  

   In Corvetto, tra via Polesine e via Comacchio passa una linea di confine.

  Da una parte le case popolari di Aler del Quartiere Mazzini e dall’altra le case private dove un posto letto costa almeno 350 euro al mese.

   Milano dal febbraio del 2020 ha perso 12.000 residenti e il numero dei contratti d’affitto è crollato. Il prezzo di questi non è diminuito.

   Il Comune si comporta in questa situazione come il più furbo affarista. Infatti, ha deciso di guadagnare vendendo il più possibile gli stabili di sua proprietà situati in punti della città ad alto valore immobiliare. Nel frattempo, hanno progettato il trasloco degli assessorati verso zone periferiche dove gli investimenti porteranno alla creazione di circuiti di valore così da incentivare la riqualificazione dei quartieri.

   Ed è per questo motivo che l’assessorato all’urbanistica (adesso si chiama Assessorato alla Rigenerazione Urbana) è stato spostato in via Sile 8 in Corvetto. Si è trattato di un progetto avveniristico costato 65 milioni, che è una colata di cemento di sette piani, che è nascosta da innesti di verde, campi di basket e spazi di socialità.

   Per le masse popolari, la costruzione di spazi esclusivi non vuole solo dire avere meno posto in città, ma più sgomberi e sfratti e un aumento del costo della vita, proprio nel momento in cui per i lavoratori si stanno assottigliando i già esigui salari.

  Non è certamente un caso che nelle ultime settimane di gennaio e nelle prime di febbraio ’22 in diversi quartieri di Milano sono andate e camionette della Polizia e dei Carabinieri per sgomberare chi occupa degli appartamenti. Gli sgomberi non si sono mai fermai neanche nei periodi più difficili della pandemia.

   Finita la pandemia, si torna alla cosiddetta “normalità”, ovvero la normale brutalità contro le classi subalterne che cercano di resistere al peggioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro.

   Nella prima settimana di febbraio ’22 nel quartiere Ticinese ci sono stati diversi sgomberi e le persone che hanno cercato di opporsi sono state manganellate. Questi sgomberi non avvengono per caso, infatti, nel 2019 proprio nel triangolo di Via Gola è estato siglato un accordo tra la Cassa deposito e prestiti e Regione Lombardia che prevede di svuotare, ristrutturare e ripopolare le case, adeguando le abitazioni al contesto abitativo del dopo ristrutturazione. In altre parole espulsione dei ceti popolari dal Ticinese.

   Anche al Corvetto sono previsti dei cambiamenti. A partire dei sfarzosi uffici comunali in via Sile. Ne sono prova i diversi studentati in via di costruzione, prima su tutti quello del Politecnico in piazza Ferrara. Oppure i lavori previsti per le Olimpiadi che interesseranno lo scalo di Porta Romana e Rogoredo/Santa Giulia.

   Per non dimenticare la Fondazione Prada che ha da tempo messo le mani su buona parte del quartiere.

   Non si può non parlare del Corvetto se non si parla delle case popolari.

   L’ALER, ha da tempo ipotecato una consistente fetta del suo patrimonio immobiliare come garanzia per i prestiti ottenuti tra il 2004 e il 2013. Quattromila case a Milano, più di un altro migliaio in provincia, per un controvalore di 174 milioni di euro. Il Corvetto, sopra tutti: 1.681 alloggi popolari “impegnati” a copertura del debito. Segue, in questa classifica all’incontrario e che coinvolge anche una manciata di Comuni dell’hinterland, la zona Calvairate-Molise. Tutti i dettagli e i movimenti finanziari sono descritti nell’esposto che Iolanda Nanni, consigliera regionale del Movimento Cinque Stelle, ha depositato presso la Corte dei conti: un dossier di 70 pagine che si concentra in particolare sulla stagione 2005-2013 (quella precedente al commissariamento di Aler), che portò l’azienda sul filo del fallimento.

   Su Aler pesa ancora oggi un’esposizione che supera i 255 milioni di euro. Perché l’ALER coltivava ambizioni da società immobiliare e apriva mutui su mutui. Per contratti di quartiere da onorare, certo, sempre come si diceva prima, ma anche per le operazioni come Garbagnate, o quella analoga di Pieve Emanuele (a garanzia del debito, in questo caso, gli alloggi popolari di interi caseggiati in via Saponaro, di nuovo al Gratosoglio). Lo strumento di queste operazioni immobiliari come si diceva era la controllata ASSET, nata nel 2005 con l’obiettivo di comprare palazzi, riqualificarli e rivenderli, o acquistare aree edificabili e costruire. In soli 8 anni Asset ha aperto mutui per oltre 100 milioni; ha perso oltre 10 milioni tra 2010 e 2012; ne ha bruciati altri 3 nel 2013. La controllata comprava stabili e terreni, con le garanzie della «casa madre» Aler chiedeva (e otteneva) prestiti alle banche per residenze universitarie, tra cui lo studentato di via Attendolo Sforza. Altri mutui di Aler portano come causale il recupero dei sotto-tetti o il fondo pensione degli ex dipendenti (https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_gennaio_31/quelle-quattromila-case-aler-5af7fe9c-e77e-11e6-8168-2d40923ac04f.shtml).

   Per la cronaca bisogna ricordarsi che nel 2014 Corvetto visse una giornata di duri scontri tra aree di movimento (in particolare anarchici), occupanti e forze dell’ordine.

   Tutte le istituzioni borghesi presenti a Milano dal sindaco “progressista” Pisapia assieme al Presidente della Giunta Lombarda il leghista Maroni, alla Prefettura e all’Aler avevano dichiarato guerra alle occupazioni a scopo abitativo, con l'aiuto della macchina mediatica.
   La mattina del 18 novembre 2014 è cominciato con l’avvio dello sgombero di due spazi sociali - Corvaccio e Rosa Nera- e di sgomberi di alcuni occupanti delle case popolari di via Comacchio, in zona Corvetto. Il modus operandi degli sgomberi ricalca quello usato il giorno prima in Giambellino: utilizzo massiccio di lacrimogeni e manganelli, con diversi feriti e alcuni fermati. C’è stato un uso della forza spropositato che ha portato a cariche e lanci di lacrimogeni (che sono andati perfino dentro le abitazioni). Indicativo della follia poliziesca, è il lancio di lacrimogeni all'interno del mercato rionale in mezzo alla gente che faceva la spesa, e un insieme di cariche ripetute che hanno in un primo momento portato ad alcuni fermi.

   Sin dalle prime ore del mattino, centinaia di compagni e di occupanti si sono recati nel quartiere del Corvetto, mentre alcuni occupanti degli spazi sociali decisero di resistere allo sgombero salendo sul tetto. Durante la mattinata, gli studenti di una scuola adiacente a questi spazi sociali, uscirono dalle classi per una mobilitazione spontanea di solidarietà contro gli sgomberi. Molti studenti e studentesse furono fermati fisicamente dalla celere. Con l'arrivo di molte persone solidali - tra cui anche famiglie- si diede inizio ad un corteo che attraversò le strade del Corvetto, durante il quale non sono state esenti provocazioni da parte della polizia con manganellate sui manifestanti.

   Nel frattempo, sul tetto del Corvaccio, tre compagni continuano a resistere, mentre per la Rosa Nera, l'operazione di sgombero è terminata sulla tarda mattinata. I solidali continuarono in ogni modo a raggiungere il quartiere, dove si creò un presidio permanente in Via Cinquecento.


   Questa repressione contro le occupazioni nasce dal fatto che la casa è un terreno di lotta di classe, dove si scontrano interessi contrapposti e inconciliabili: un bene primario per i proletari, una merce per il Capitale che risponde alle feroci regole del mercato, poiché deve produrre profitto. È questa la natura del capitale, è per questi motivi che esso non potrà mai risolvere il problema della casa, in quanto come sistema di sfruttamento vive sulla disuguaglianza, la differenziazione dell’abitare (compresa l’esclusione).

   È ormai evidente che le politiche che hanno attuato tutti i governi siano di attacco alle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori e di frammentazione del corpo proletario.

   Con la svendita e la privatizzazione del patrimonio pubblico si aggiungeranno altri esclusi e tra loro gli immigrati, che sono gli ultimi arrivati nel mercato del lavoro.

   È un quadro di continua divisione sociale, rafforzato da potenti strumenti di rottura dell’unità e della solidarietà di classe.

   Per questo motivo bisogna combattere la cultura della rassegnazione e della delega all’interno dei quartieri popolari. Lavorare affinché le lotte che i proletari sviluppano sul terreno della casa, divengano riferimento, per tutti quelli che vivono questa condizione di precarietà individualmente. Ogni singola lotta che ciascun proletario porta avanti (dall’occupazione di un appartamento al non pagare un affitto oneroso) diviene oggettivamente una forzatura di quella legalità borghese che sancisce il dominio del Capitale.

   Ogni singola vittoria attesta i proletari su posizione di forza da cui partire per diffondere ed esercitare un esempio a tutto il proletariato. Bisogna lavorare, partendo dai nostri bisogni per ricomporre un tessuto proletario sempre più lacerato (inquilini delle case private, inquilini delle case pubbliche, sfrattati senza casa, occupanti, immigrati) costruendo e sviluppandolo ’organizzazione autonoma della classe nei territori e nei luoghi di lavoro, diventando un punto di riferimento un punto propulsivo di questa necessità: l’abolizione dello sfruttamento capitalistico.

 

  

I due volti della metropoli del capitale parassitario: case di lusso e posti-letto e posti alloggi e tuguri sovraffollati

 

   La politica urbanistica è sempre stata una delle manifestazioni più importanti del potere borghese. Fino al 1980 circa, essa ha contemperato i rapporti fondiari e quelli tra proprietà fondiaria e le altre frazioni della borghesia, tra le quali predominava il capitale industriale, che aveva la necessità di disporre di aree per la produzione e di una crescente forza-lavoro, da alloggiare a buon mercato. Il predominio dell’industria ha quindi favorito, in determinati periodi, la costruzione di case popolari a alloggi a riscatto.

   Il processo di accumulazione è entrato in crisi dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso. Dagli anni ’80 si è affermato il capitale parassitario (unione di capitale bancario-assicurativo-industriale-immobiliare) con la trasformazione dei grandi gruppi monopolistici in gruppi parassitari finanziari-immobiliari, non solo proprietari di fabbriche in funzione ma sempre di più di fabbriche smobilitate, le cui enormi aree sono divenute terreni da valorizzare, fonte di elevate plusvalenze e rendite, essenziali nell’epoca della crisi dell’accumulazione e dei crolli finanziari. Il dominio di questa forma di capitale ha inciso sulla politica urbanistica, in particolare a Milano e in Lombardia, sostituendo la rigidità dei piani regolatori generali con la flessibilità dei piani di governo del territorio, adattabili ad ogni occasione ed esigenza di valorizzazione urbana. Questa svolta è stata senz’altro utile al capitale parassitario ed alle sue grandi iniziative immobiliari, ma ha soddisfatto gli interessi di tutta la proprietà immobiliare, grande media e piccola, che ha avuto campo libero per sopraelevazioni, ristrutturazioni, sanatorie ecc.

   Orbene, a Milano i grandi progetti di riqualificazione e trasformazione urbana sono stati decine negli ultimi 25 anni e che sono state migliaia le iniziative edilizie di importanza minore. L’intensa attività edilizia si è sviluppata perché lo sviluppo immobiliare della metropoli ha garantito un crescente livello di cannoni e prezzi: Milano, infatti, è la metropoli del caro-affitti e dunque delle rendite elevate, che hanno contribuito a tenere i prezzi di vendita di case e terreni al livello necessario per le aspettative ed iniziative dei grandi, medi e piccoli speculatori

   Il caro-affitti a Milano poggia su due talloni: il posto letto e l’aumento continuo dei canoni dell’edilizia residenziale pubblica, in una situazione – che dura da un trentennio – di blocco della costruzione di alloggi popolari e di abbandono del patrimonio esistente.

   Il posto letto riguarda sia gli immigrati, per i quali può raggiungere i 300€ al mese in alloggi e tuguri periferici malridotti e stipati di disperati, sia gli studenti fuori-sede, per i quali ancora (dai 400€ nella camera a due letti ai 600€ della singola). Si tratta di decine di migliaia di contratti per gli uni e per gli altri[27].

   Quanto ai canoni delle case popolari, dal 1997 in avanti si sono accavallate le leggi regionali, che hanno portato gli affitti e anche le spese a un livello vicino a quello dell’edilizia privata, escludendo dagli aumenti del canone solo la c.d. fascia sociale, che corrisponde ai pensionati con la minima[28].

   Al contempo, il blocco della costruzione di alloggi popolari e l’esistenza di uno stock di circa 10.000 alloggi vuoti, perché inagibili e non manutenzionati da ALER e Comune di Milano, hanno ridotto al lumicino le assegnazioni di case di edilizia residenziale pubblica, gettando sul mercato privato non meno di 20.000 nuclei familiari iscritti nelle graduatorie.

   Su questi solidi talloni, il mercato dell’affitto a Milano è sempre stato tonico per la proprietà, anche nelle fasi più acute della crisi tra il 2010 e il 2014 e malgrado la continua riduzione dei salari individuali e dei redditi familiari dei lavoratori; ed è stato mantenuto vitale da un sistema di leggi statali e regionali, che hanno tutelato i proprietari e sfavorito gli inquilini (vedere la L. 431/1998 che ha definitivamente liberalizzato gli affitti e l’introduzione della cedolare secca sui redditi da locazione privata; vedere le leggi regionali sull’ERP e i contributi in conto affitto agli inquilini, che sono serviti ai locatori privati per non abbassare canoni insostenibili). La buona salute del mercato locativo si è così tradotta nella possibilità di spuntare canoni di 600-700€ mensili per il bilocale e di 800-900€ per il trilocale nei quartieri periferici, e affitti molto superiori nelle zone semicentrali e centrali della città. Insomma: investire nel mattone a Milano è convenuto, soprattutto a fronte del calo dei tassi obbligazionari e dei crack borsistici.

   Sulla base di questi specifici rapporti economici e sociali, favorevoli alla rendita, il capitale parassitario finanziario-immobiliare ha potuto valorizzare Milano, stravolgendo nell’ultimo quarto di secolo l’urbanistica e il volto della metropoli, nella quale sono sorti i nuovi quartieri di lusso e sono stati gentrificati i vecchi quartieri popolari, con il progressivo allontanamento di pensionati, lavoratori, giovani di fronte all’avanzata dei ceti possidenti.

   Tuttavia bisogna sempre avere presente che la Milano metropoli competitiva, città della finanza, dei quartieri per ricchi e polo mondiale del consumo di lusso non potrebbe esistere se le dominanti imprese bancarie e finanziarie, se i gruppi della moda e le imprese della ricerca, se i gruppi della sanità privata e le miriade di aziende commerciali, pubblicitarie, turistiche, di ristorazioni ecc. non avessero a destinazione la massa di forza—lavoro flessibile  e sottopagata, locale e immigrata, femminile e maschile, che la fa funzionare di giorno e di notte. Forza-lavoro che per sopravvivere si ammassa in periferia e nell’hinterland, in abitazioni dai canoni troppo elevati per i suoi salari, dalle quali viene poi espulsa e costretta a ricercare soluzioni peggiori, in coabitazione o in tuguri da occupare provvisoriamente.

   La metropoli del capitale parassitario ha dunque due volti, inscindibili e contrapposti, perché lo splendore del primo vive dell’immiserimento e della fatica del secondo.

  

il ruolo delle amministrazioni locali nella metropoli del capitale parassitario

 

   La moderna questione delle abitazioni a Milano, determinata da questi precisi rapporti di classe favorevoli al capitale parassitario finanziario-immobiliari e – dietro ad esso – a tutta la proprietà immobiliare, ha portato le amministrazioni locali (Regione e Comune di concerto con Governo e Prefettura) ad adeguare la propria azione al servizio del blocco di potere dominante e contro le masse popolari.

   Gli assessorati all’urbanistica di Regione e Comune sono diventati un apparato tecnico, numeroso e ben pagato ai suoi vertici, al servizio della valorizzazione immobiliare, cui si è votato anima e corpo,  partecipando ai progetti di urbanistica contrattata con i potenti rappresentanti della finanza immobiliare e i professionisti al loro servizio e poi elaborando il sistema legislativo e regolamentare della massima libertà del capitale edilizia su tutto il territorio (e anche al di sotto della superfice), espresso dal PGT.

   Dal canto loro gli assessorati all’edilizia residenziale pubblica, della Regione e del Comune, sono da più vent’anni i gestori della liquidazione del settore. L’edilizia residenziale pubblica è stata praticamente strozzata con la fine del sistema Gescal di finanziamento della costruzione di alloggi popolari in affitto o a riscatto, terminato definitivamente nel 1992. Successivamente, sotto l’impulso di leggi statali e regionali, essa è entrata nella fase della vendita di parte del suo patrimonio e dell’aziendalizzazione della gestione (sostituzione degli istituti Autonomi con le ALER), fondata sull’aumento dei canoni e sulla carenza di alloggi da assegnare, perdendo così la sua storica funzione di calmiere del mercato delle locazioni. Ed ormai, dopo la bancarotta dell’ALER, si prepara una nuova fase nella quale, come è avvenuto per la sanità, si apriranno le porte alla totale privatizzazione del settore, con l’ingresso di grandi investitore privati.

   Non si può peraltro affermare che lo Stato e le amministrazioni locali mancano di terreni e risorse per costruire alloggi popolari: è vero invece il contrario. I terreni ci sarebbero, ma vengono dirottati verso le opere di imbellettamento della città per i ricchi ed il consumo, come il progetto di Riaprire i Navigli.

   La riapertura dei Navigli, per cui il progressista Pisapia fece addirittura un referendum nel 2011, è già stata avviata con la riqualificazione della Darsena. Oggi, essa aleggia nei progetti della Giunta Sala, che sarebbero disponibile ad investire decine, se non centinaia di milioni di Euro, per dare lustro alle zone più centrali della città e più valore immobiliare ai ricchi proprietari dei palazzi che vi si affacciano.

   In questo quadro, il Settore ERP del Comune di Milano, che gestisce le graduatorie e le assegnazioni, si è trasformato nell’arcigno notaio della non-assegnazione: lo stesso PGT De Cesaris-Pisapia del 2012 fa l’inventario dell’impotenza, contabilizzando tra il 2009 e il 2012 una media di 1.100 assegnazioni di alloggi (di cui la metà dalla graduatoria e l’altra metà in deroga  alla graduatoria, per l’emergenza abitativa), a fronte di domande di assegnazione pari a 22.193 nel 2009, 20.120 nel 2010, 21.396 nel 2011 e 23.424 (dato preventivo) a fine 2012. Il PGT prevede altresì che nel quinquennio successivo fino al 2017 possa aversi la disponibilità di 6.800 alloggi (di cui 2.500 inutilizzati e recuperabili) a fronte di uno stock di 29.000 domande di assegnazione, con un deficit o bisogno abitativo di edilizia popolare pari a 22.200 abitazioni. È questo il risultato delle decine di programmi di urbanistica contrattata delle Giunte Albertini e Moratti, il cui scopo era quello di produrre migliaia di abitazioni di pregio e signorili, proprio come l’ADP per la rigenerazione degli Scali ferroviari, che si limita a programmare la costruzione di uno stock di 2.600 piccoli alloggi in housing sociale, pari al… 10% del fabbisogno stimato nel PGT.

   Impotenti sul piano delle assegnazioni, i dirigenti e funzionari del settore ERP e dei gestori ALER e MM, con l’appoggio di Polizia Locale, Assistenza Sociali, Polizia di Stato e Carabinieri, hanno sistematicamente operato per arginare e reprimere le occupazioni di alloggi popolari sfitti, fattore che si alimenta  dall’intollerabilità della situazione abitativa del proletariato giovanile italiano e immigrato. Gli occupanti vengono da anni immediatamente individuati e se possibile, denunciati come delinquenti da privare dei diritti essenziali[29] e indicati come responsabili della carenza di alloggi da assegnare a coloro che sono in graduatoria: alloggi che non ci sono e, soprattutto, non ci saranno perché questo è il risultato della spirale crescente dell’urbanistica predatoria a Milano, sotto il dominio del capitale finanziario-immobiliare.

 

Collettivo Comunista Metropolitano

2 DICEMBRE 2024

 

 

 

 



[1] https://www.valigiablu.it/rider-diritti-lavoro/  https://torino.repubblica.it/cronaca/2018/06/03/news/foodora_i_ciclisti_tornano_a_scioperare_vogliamo_uno_stipendio_minimo_-198033286/

 

[2] https://rbe.it/2018/05/09/perche-i-rider-di-foodora-hanno-perso-la-causa-radio-rbe/

 

[3] https://www.milanofinanza.it/news/telecom-italia-paga-l-uscita-anticipata-a-4-300-dipendenti-201902270832009207   https://www.slc-cgil.it/notizie-tlc-ed-emittenza/2621-tim-accordi-uscite-volontarie-art-4-e-quota-100.html

 

[4] https://www.ilpost.it/2017/05/03/operazione-polizia-stazione-centrale-milano/

 

[5] E relativi interventi legislativi come la Legge Tupini e la quasi contestuale Piano Fanfani nel 1949.

 

[6] Per inciso vale la pena di rilevare come queste agenzie per l’abitare somiglino molto alle agenzie per il lavoro di cui al Decreto legislativo 275/2003 (Art. 4 Agenzie per il lavoro 1. Presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è istituto un apposito alba delle agenzie per il lavoro ai fini dello svolgimento delle attività di somministrazione, intermediazione, ricerca e selezione del personale, supporto alla ricollocazione professionale. Il predetto albo è articolo 20, b) agenzie di somministrazione di lavoro a tempo indeterminato abilitate a svolgere esclusivamente una delle attività specifiche di cui all’articolo 20, comma 3, lettere da a) a h); c) agenzie di intermediazione; d) agenzie di ricerca e selezione del personale; e) agenzie di supporto alla ricollocazione professionale  e ad uno dei decreti del Jobs Act  (quello concernente gli ex disoccupati oggi semplicemente lavoratori a disposizione – “ La rete dei servizi per le politiche del lavoro è costituita dai seguenti soggetti, pubblici o privati: (…): e) le Agenzie per il lavoro, di cui all’articolo 4 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e gli altri soggetti autorizzati all’attività fi intermediazione ai sensi dell’articolo 12 del presente decreto”. Queste ultime si dovrebbero preoccupare di reperire lavoro per i disoccupati. Viene da pensare che le amministrazioni comunali e gli uffici provinciali del lavoro non abbiano personale sufficiente per fronteggiare queste incombenze. Ma, come è noto, a pensar male si fa sempre bene. In realtà alle diverse, ma affaristicamente simili, filiere, si aggiungono nuovi soggetti che partecipano alle rispettive greppie.

 

[7] Occorrerebbe aprire il capitolo del cosiddetto accreditamento, ma l’esperienza, in Regione Lombardia, del sistema di accreditamento della sanità è un esempio (in negativo) sotto gli occhi di tutti.

 

[8] Nella versione della legge antecedente alle modifiche intervenute nel maggio 2017 la misura del 10% delle unità destinate a tali soggetti aveva un riferimento mobile, ovverosia dovevano essere le unità disponibili annualmente. Ora sono a termine: solo quelle disponibili all’atto dell’entrata in vigore della legge.

 

[9] Si tratta dello stesso sistema utilizzato sempre per i disoccupati dal predetto decreto del Jobs Act al fine di ottenere qualche agevolazione (Art. 19 – Stato di disoccupazione – 1. Sono considerati disoccupati i lavoratori privi di impiego che dichiarano, in forma telematica, al portale nazionale delle politiche del lavoro di cui all’articolo 13, la propria immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa ed alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro con il centro per l’impiego).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[10] Provvedimenti di sfratto emessi a Milano – Ministero dell’interno – Ufficio Centrale di Statistica – Gli sfratti in Italia – anno 2015

 

 

 

 

Necessità locatore

Finita locazione

Morosità/Altra Causa

Totale

2005

2

1.210

1.270

2.481

2006 a

35

852

1.236

2.123

2007

32

728

1.302

2.062

2008

74

772

1.434

2.280

2009

76

246

2.252

2.574

2010

87

695

5.686

6.466

2011 a

20

718

4.359

5.097

2012

167

821

3.936

4.924

2013

0

243

3.886

4.129

2014

0

197

4.330

4,527

2015 a

0

169

4.076

4.245

 

a)       Dati incompleti

 

Dunque tra il 2005 3 il 2015 (pur con dati effettuati sono stati emessi a Milano 40.908 sfratti. 

 

[11] Nel patrimonio residenziale gestito dalle aziende Casa abitano poco meno di 2 milioni di persone. Le situazioni di estrema fragilità sociale sono vastissime. In particolare tra questi vi sono: 150 mila disabili; 500 mila ultrasessantacinquenni; 124 mila immigrati extracomunitari. Ed un terzo delle famiglie dichiara redditi al di sotto di 10 mila euro l’anno.

 

[12] https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/14_gennaio_21/aler-debiti-345-milioni-euro-serve-miliardo-la-manutenzione-22b34a06-8286-11e3-9102-882f8e7f5a8c.shtml

 

[13] https://www.ilsole24ore.com/art/anac-avvia-commissariamento-societa-romeo-metodo-corruttivo-e-camorra--AENOCi2?refresh_ce=1

 

[14] https://www.napolitoday.it/cronaca/danno-casse-pubbliche-87-milioni-romeo.html

 

[15] http://www.avvocatisenzafrontiere.it/?p=5373

 

[16]                           C.s.

 

[17]                           C.s.

 

[18] https://cronacamilano.it/cronaca/34789-perquisizione-aler-milano-viale-romagna-per-appalti-truccati-le-indagini-dei-carabinieri.html

 

[19] https://www.gazzettadimantova.it/territorio-mantovano/sedici-arresti-per-corruzione-il-gip-scoperto-il-sistema-formigoni-1.12200631

 

[20] https://www.milanotoday.it/cronaca/assessore-domenico-zambetti-condannato.html 

 

[21] https://www.bdo.it/it-it/home-it

 

[22] https://espresso.repubblica.it/attualita/2015/02/04/news/lombardia-il-disastro-delle-case-popolari-serve-piu-di-un-miliardo-per-rimetterle-a-posto-1.198102/

 

https://espresso.repubblica.it/attualita/2015/02/05/news/quel-manager-dalle-amicizie-discutibili-1.198187/

 

[23] 34.701 nella città di Milano.

 

[24] La riduzione del patrimonio immobiliare di ALER è dovuta alle aste pianificate dal 2014 in poi per ripianare i debiti contratti nel periodo precedente. In questo link sono disponibili i dati delle aste: https://ALERmipianovendite.it2014.2019/

 

[25] Questo dato include il solo patrimonio del Comune adibito a servizi abitativi pubblici. Al dato indicato vanno aggiunti ulteriori 5.833 unità abitative di proprietà destinati ad altri usi residenziali, in parte an che SAP (Servizi Abitativi Pubblici) ma fuori Milano di cui 5.041 nel Comune di Milano. Il patrimonio abitativo complessivo del Comune di Milano è pari 28,897 unità (Piano sgomberi 2020).

 

[26] https://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-emanuele-corvetto_(Dizionario-Biografico)/

[27] Oltre ai contratti per il posto letto il successo di Expo 2015 ha messo le ali al mercato delle locazioni turistiche, tipo Air BnB, che spinge in su, i canoni dei contratti di locazione ordinaria.

[28] Dopo un ventennio di aumenti dei cannoni e abbandono del patrimonio, peraltro, lo stesso concetto di edilizia residenziale pubblica, vecchio di un secolo, sta per essere sostituito dalla Regione Lombardia con quello di servizio abitativo.

 

[29] Un esempio lampante è l’articolo 5 del Decreto Lupi del 2014, che impone il ritiro delle utenze e il blocco anagrafico degli abitanti.