L’INFORMAZIONE CAPITALISTA E I NUOVI GOVERNI PROGRESSISTI LATINOAMERICANI

 

In questi anni in America Latina i mezzi di informazione sono sempre più concentrati in poche mani e sempre più spesso al servizio del capitale, e li vede schierati contro quei governi socialistoidi e popolari, appartenenti al gruppo dei cosiddetti “bolivariani” o del “Socialismo del Secolo XXI” (Venezuela, Bolivia, Ecuador, Argentina, Nicaragua), che hanno avuto il merito di rompere l’isolamento politico ed economico in cui era stata relegata per decenni Cuba Socialista e hanno favorito, chi più, chi meno, politiche sociali tese a migliorare la qualità della vita delle proprie popolazioni, privilegiando un maggiore sviluppo della cultura, dell’educazione scolastica statale e della sanità pubblica, andando in totale controtendenza rispetto all’involuzione degli stati del primo mondo, dove lo stato sociale, anziché allargarsi, tende a essere smantellato, in nome delle privatizzazioni selvagge in mano al dominio incontrastato del capitale finanziario. Proponiamo qui le dichiarazioni rilasciate dal giornalista argentino Herman Schiller oppositore marxista di origini ebraiche, alla stampa ecuadoriana, dove argomenta la sua rinuncia ad un noto premio giornalistico argentino e dimostra la grandezza di un uomo di sinistra che non scende a patti con nessuno, pur di mantenersi fedeli agli ideali di cambiamento e per una vera società socialista, come aveva prospettato Marx. Le dichiarazioni del giornalista argentino ci fanno capire che in questi paesi con governi che si autodefiniscono socialisti o rivoluzionari, si è ben lungi da una società di tipo socialista e i mezzi di informazione sono in gran maggioranza in mano al capitale, che continua imperterrito a realizzare profitti, mentre le masse popolari e i lavoratori, forse se si esclude il Venezuela di Chavez, sono ancora in una fase arretrata e permangono seri problemi sociali ancora irrisolti. E’ il caso dell’Ecuador di Rafael Correa e, in parte, anche della Bolivia di Evo Morales e dell’Argentina di Cristina Fernandez. In questi paesi, in realtà, non siamo di fronte ad un processo socialista, come vorrebbero farci credere i nuovi governi bolivariani. Se così fosse i mezzi di informazione, come qualsiasi altro mezzo di produzione, sarebbero in mano alla classe proletaria al potere, come avviene, del resto, a Cuba. Siamo di fronte ad un interessante processo di crescita e di presa di coscienza nazionale di una classe sociale borghese (piccola e media), che sta attuando una sensibile politica di democratizzazione della società e una politica autonoma anti imperialista contro gli USA, che sino ad ieri erano i veri padroni dell’America Latina, che dominavano con la complicità di una aristocrazia compradora, che è poi quella che ora fa la vittima e usa i propri giornali per attaccare i governi in nome di una libertà di stampa, che in America Latina non è mai esistita. Questa classe sociale nuova, di estrazione borghese, formata da nuovi ricchi, in realtà sostiene un socialismo, che in realtà ha ben poco di socialismo e invece è una forma di democrazia progressiva e conta dell’appoggio di ampie masse popolari, perché ha capito che, per vincere la partita contro la vecchia aristocrazia, alleata degli USA, occorre avere dalla propria parte le masse e ha anche visto possibilità di arricchirsi enormemente se quelle ricchezze naturali che, sino a ieri avevano fatto la fortuna delle potenze imperialiste, in primis gli USA, ora possono fare la fortuna di chi gestisce la cosa pubblica e quindi della nuova classe emergente che ha approfittato della particolare congiuntura internazionale per scalare il dominio del sub continente latinoamericano. Però per continuare ad arricchirsi questo nuovo ceto dominante deve lasciare il lavoro a basso costo e continuare a lasciare le cose come stanno, facendo solo qualche piccolo accorgimento strutturale per non cambiare niente. Ecco perché i salari e le pensioni in Ecuador, Bolivia, Argentina e Nicaragua sono rimasti praticamente invariati alla situazione precedente all’arrivo al potere di questi nuovi governi e, se si esclude il Venezuela, dove le trasformazioni sociali sono maggiormente considerevoli ed è ampliamente dimostrato dai consensi ottenuti da Chavez nella recente tornata elettorale, le realtà sociali degli altri paesi “bolivariani” restano immutate, con bassi salari e alta precarietà giovanile, con profondi disagi, proteste e scioperi. Ho detto questo perché è necessario fare chiarezza. Non siamo di fronte a nuove società socialiste, ma le spinte popolari con cui questi governi sono giunti al potere e l’aria nuova di cambiamenti, che si respira un po’ ovunque in tutto il sub continente latinoamericano, fanno ben sperare che le contraddizioni qui sottolineate alimentino ulteriori passi in avanti, perché non ci si accontenti di società progressiste, con stati sociali efficienti (cosa del resto pur sempre meglio di tutto ciò che ha vissuto precedentemente l’America Latina), ma spingano a cambiamenti più radicali queste società. Siamo solo alla prima puntata e la posta in gioco è alta. Il merito dei movimenti bolivariani, anche se di comunismo hanno ben poco, è senz’altro quella di avere posto una netta linea di demarcazione di non ritorno alle vecchie aristocrazie coloniali e stanno spingendo i popoli verso lidi futuri migliori. In questa intervista si parla dell’egemonia ancora persistente dei media del capitale in queste nuove società e ciò sta a indicare che queste società non sono socialiste, perché se così fosse la dittatura del proletariato, che è ciò che contraddistingue la nascita di una società socialista, avrebbe sottratto ai capitalisti questi importanti e diffusi mezzi di informazione. E’ proprio l’esistenza di ciò e dello stesso grande capitale che comporterà a breve il dispiegarsi di una feroce lotta di classe e, allora, si vedrà se i conviti militanti bolivariani, che in questi anni hanno riempito le piazze di molti paesi latinoamericani, sapranno portare fino alle ultime conseguenze la lotta antimperialista e per il socialismo che la situazione politica richiederà. Vediamo ora cosa ha da dirci questo sincero marxista e dalle sue parole cerchiamo di imparare qualcosa di più sull’attuale situazione politica dell’America Latina.

Circolo Culturale Proletario di Genova

Silvano Ceccoli

Dicembre 2012 

 

 

Schiller: “I grandi mezzi di informazione sono al servizio del grande capitale”

Il giornalista argentino afferma che le aziende di informazione difendono la libertà di impresa e non la libertà di stampa. Nonostante sia critico nei confronti del governo di Rafael Correa, si schiera a favore del governo di Correa quando si tratta di combattere contro i monopoli e qualifica come calunnie le accuse contro il governo di Correa di violare i diritti di espressione.

Schiller Herman è balzato alla ribalta sui media sudamericani per aver rifiutato di condividere con il giornalista reazionario ecuadoriano César Ricaurte il Premio 2012 alla Libertà di Espressione, che ogni anno la casa editrice argentina Perfil, assegna ad un giornalista argentino e a un giornalista straniero.  Herman Schiller è noto per essere un giornalista della sinistra radicale argentina e non ha mancato in passato di criticare Correa per le sue dubbie scelte politiche, soprattutto quelle di politica interna. E’ un personaggio scomodo a sinistra e non si è mai lasciato sedurre dal potere e ha sempre usato parole molto dure contro le destre latinoamericane. Nato nel 1937 a Buenos Aires,  nel 1977 fonda il settimanale ebraico argentino “Nuova Presenza”. Scritto in lingua ebraica è l’unica rivista argentina a denunciare i crimini della dittatura militare. Nel 1982, insieme al rabbino Marshall Meyer fonda il “Movimento Ebraico per i Diritti Umani”, sempre in prima fila contro la criminale dittatura militare argentina. Nel 2000 entra a far parte in qualità di docente dell’Università Popolare delle Madri di Piazza di Maggio, con il compito di insegnare Storia del Movimento Operaio. In seguito é stato candidato a Vice Governatore dell’amministrazione di Buenos Aires per la compagine della “Sinistra Unita”.  Alla domanda del giornalista del quotidiano ecuadoriano el ciudadano che chiedeva il motivo per cui aveva rifiutato il Premio Perfil, Schiller rispondeva che il motivo era essenzialmente “perché io sono un uomo della sinistra rivoluzionaria e non un socialdemocratico, perché la sinistra rivoluzionaria non può condividere un premio con un provocatore di destra, che si sta unendo alle forze golpiste dell’Ecuador. E questa è una buona opportunità per chiarire che questo non significa che io sia un sostenitore incondizionato di Rafael Correa, poiché Correa ha molte cose luminose che abbiamo potuto osservare, ma anche tante ombre, che pure abbiamo denunciato”[1]. Alla domanda della redazione del quotidiano guayquileño El Telegrafo[2], giornale filo governativo, favorevole al Presidente Rafael Correa, che gli chiese in quale contesto si era deciso di attribuirle il Premio Perfil, Schiller così risponde: “Mi chiamarono per dirmi che Perfil tutti gli anni dà un premio nazionale e uno internazionale. Quello nazionale avevano deciso di darlo a me, perché io ero stato una vittima del sistema, mentre il premio internazionale ventilarono l’idea che avrebbero potuto darlo a Julian Assange. Ma pochi giorni dopo questa possibilità fu scartata e decisero di dare il premio all’ecuadoriano César Ricaurte, direttore di Fundamedios. A quel punto decisi di rifiutare il premio, perché io non volevo condividerlo con un uomo della destra ecuadoriana. Io sono un membro della sinistra rivoluzionaria latinoamericana che lotta per il socialismo e in nessun modo voglio condividere un premio con qualcun altro che sta lottando per l’esatto contrario, per la restaurazione del neoliberismo, della politica delle privatizzazioni, per l’egemonia dei media di comunicazione e per avere contatti e rapporti con settori così nefasti come la mafiosa controrivoluzione cubana a Miami”. A quel punto il giornalista chiede a Schiller: “Come ha fatto a capire che il nome di Assange era stato tolto dal Premio?” Schiller: “Era una notizia che mi avevano fornito inizialmente. Io non posso garantire se mi fu data in mala fede, affinché io accettassi il premio. Quando chiesi che era successo con Assange, mi risposero che non potevano darglielo, perché non poteva recarsi in Argentina a ritirarlo. Ciò era una cosa palesemente ovvia, dato che Assange sta praticamente incarcerato nell’Ambasciata Ecuadoriana a Londra”. Allora il giornalista de El Telegrafo aggiunse: “Era una cosa che si doveva sapere con molto anticipo….”.  Schiller: “Certo. Io ho la sensazione, senza prove, che in realtà non volessero affatto premiare Assange. Quello che volevano premiare era Ricaurte e utilizzarmi come contrappeso per dare un premio a un altro che sta criticando un governo democratico come quello di Correa in Ecuador.” Giornalista: “Come considera la linea di Perfil?”  Schiller: “Io sono parte di un settore di sinistra che è critico nei confronti del governo argentino di Cristina Fernandez Kirchner, però esiste una forte opposizione di destra portata avanti dai mezzi di informazione. I partiti di destra sono inesistenti. L’opposizione di destra è dentro i media, nei quotidiani Clarín, la Nación e anche in aziende editoriali come Perfil. Quando mi attribuirono il premio io ho pensato ‘Bene siamo due trasgressori, in nessun modo io ho da perderci’. Giornalista: “Come si è formato la sua opinione su Ricaurte?”. Schiller: “Per prima cosa io seguo la informazione giornalistica nota in tutto il mondo e, secondo, ho avuto modo di leggere gran parte del suo lavoro giornalistico. Per esempio un suo articolo che mi causò molta indignazione è uno dal titolo “Stato di Propaganda”, che pubblicò sul quotidiano ecuadoriano “Hoy” (= “Oggi”). Ciò che mi indignò in questo articolo fu quando assimila il governo di Correa con quello di Hitler. Io non sono un sostenitore di Correa, anch’io ho delle critiche contro Correa, ma paragonarlo a Hitler è una grossolana assurdità. E’ quello che si chiama banalizzazione dell’Olocausto. Poco tempo fa successe qualcosa di simile a Buenos Aires, quando un quotidiano pubblicò un editoriale che paragonava la gioventù kirchnerista a quella hitleriana. Io sono molto critico nei confronti del governo di Cristina Fernandez Kirchner, però fare paragoni di questo tipo è una cosa barbara. Non è possibile fare dei paragoni così scemi. Io sono stato molto colpito dall’Olocausto e ho perduto i miei quattro nonni ad Auschwitz, ho una buona parte della mia famiglia sterminata nell’Europa nazista e realmente mi sono indignato di sentir questo signore paragonare un governo democratico, eletto con voto popolare, a quel governo che fu uno dei peggiori dell’umanità”. A questo punto il giornalista chiede a Schiller qual è la sua opinione su Rafael Correa. Schiller così risponde: “Correa ha luci e ombre. Luci come lo sforzo di costruire uno stato aperto e per il riconoscimento della diversità culturale dell’Ecuador. Leggi come quella sulla Sovranità Alimentare e sull’Acqua, il Piano Nazionale di Sviluppo, il Buon Vivere prevedono investimenti nella educazione scolastica e nella sanità. Le ombre della sua politica sono la repressione a settori indigeni che non hanno avuto risposte soddisfacenti alle loro richieste, alla presenza di prigionieri politici e io sono una persona legata a organismi di difesa dei diritti umani e non mi piace sapere che in Ecuador ci sono molti prigionieri politici. Voglio sottolineare che è questa una critica fraterna ad un governo democratico che gode del sostegno del popolo e che è salito al potere con il voto popolare”. Giornalista: “In Ecuador si assiste ad uno scontro tra il Governo e una parte dei mezzi di comunicazione…”. Schiller: “In questo scontro io sto con il governo, ben al di là delle sfumature. Quello che pretendono i potenti mezzi di comunicazione non è la libertà di stampa, essi non lottano per questo, se non per la libertà di impresa. In Argentina c’è libertà di impresa e non di stampa. Io sono un giornalista che in questo momento è emarginato. Dovevo fare un programma in una radio di un quartiere popolare, ma i mezzi di comunicazione statali non mi hanno permesso di farlo. In Ecuador può darsi che qualcosa di simile stia avvenendo, ma sempre sarò a favore di coloro che lottano contro le imprese private dei mezzi di comunicazione, perché sono dei veri e propri monopoli. La concentrazione dei mezzi di informazione in poche mani è qualcosa di molto pericoloso. Giornalista: “Crede che è un fenomeno che è diffuso in tutta il Sudamerica?” Schiller: “Le grandi concentrazioni dei mezzi di informazione sono al servizio del gran capitalismo e stanno attaccando i governi, in alcuni casi timidamente democratici, in altri casi socialisti. Io non so, sinceramente, dove collocare il governo di Rafael Correa, ma so che lo stanno attaccando perché non gli piace e non serve i loro interessi.”

Giornalista: “Ma a Correa lo accusano diversi governi di violare la libertà di espressione, di aver dato avvio a processi contro giornalisti…”  Schiller: “Questo fa parte del piano della calunnia. Sta succedendo la stessa cosa in tutta l’America Latina. I mezzi di informazione, con il capitale concentrato e in mano alla destra, stanno accusando tutti i governi democratici della stessa colpa: di violare la libertà di espressione. Senza dubbio non esiste la libertà di parola come piacerebbe a me, ma, all’opposto, la informazione nelle mani di un monopolio non la desidero, ciò è senz’altro peggiore. Questi mezzi di informazione, come è successo in Argentina, sono quelli che hanno sostenuto le peggiori dittature. Per esempio, il quotidiano “La Nación” (= “La Nazione”) di Buenos Aires in poco più di un secolo ha sostenuto il nazismo, il franchismo in Spagna e la ultima dittatura genocida con 30.000 scomparsi. Costoro che sono tra coloro che chiedono libertà di stampa dovrebbero andarsi a rivedere gli editoriali terribili di quei tempi.

Oggi questi mezzi di informazione continuano a sostenere la dittatura, perché considerano i responsabili di genocidio che sono incarcerati, in quanto sono stati giustamente giudicati e processati, come dei prigionieri politici.”

 

 

 

 

 

 

 

 

Herman Schiller



[1] Vedi el ciudadano di Domenica 30 Settembre 2012, a pag. 5 dove vi è l’intervista a Herman Schiller col titolo “Monopolios mediáticos pelean con uña y dientes para no perder sus privilegios” a firma ER/@rojapoesia.

[2] Da questo punto in poi il testo corrisponde alla traduzione dell’intervista a Herman Schiller apparsa sul quotidiano El Telegrafo, Lunedì 1 Ottobre 2012,  a pagina 4, con il titolo Schiller: “Los grandes medios están al servicio del gran capital”, a cura della Redazione Attualità del quotidiano.