Nepal: grande vittoria della coalizione dei partiti comunisti

Riportiamo di seguito un articolo apparso sul quotidiano francese L’Humanité di Giovedì 14 Dicembre 2017, che dà notizia della vittoria elettorale della coalizione dei due maggiori partiti comunisti nepalesi, che, insieme, ottengono il 71% dei consensi elettorali. Questa vittoria elettorale non deve fuorviarci e credere che siamo di fronte ad una situazione rivoluzionaria in Nepal, in quanto il maggiore partito uscito dalle urne, il Partito Comunista Nepalese d’Unità Marxista-Leninista, ha ben poco di marxista-leninista, e appare sempre più un generico raggruppamento politico revisionista di sinistra. Occorre sottolineare il fatto positivo che l’alleanza di entrambi i gruppi, sino a qualche decennio prima acerrimi nemici e su posizioni opposte, sia riuscita a trovare un programma minimo, per fare uscire il paese dalla povertà e per una propria politica autonoma dalla vicina superpotenza indiana. L’unione tra questi due partiti, non a caso, si è realizzata, subito dopo il grande sisma che ha colpito il Nepal nel 2015, con la consapevolezza di unirsi per fronteggiare insieme, con maggiore forza, i soccorsi alle povere comunità rurali, fortemente colpite dal sisma. La loro unione ha avuto il sostegno e l’accoglienza della maggioranza del popolo nepalese e ciò ha avuto un riscontro elettorale. I maoisti uscivano da alcuni anni di vicissitudini politiche, perché, dopo aver vinto la guerra contro le forze più retrive e reazionarie del paese, che agivano all’ombra dei preti induisti e della feudale monarchia, che da secoli tiranneggiava uno dei paesi più arretrati e poveri del pianeta, dopo aver fondato la repubblica e imposto la laicità nelle istituzioni, erano rimasti invischiati nelle beghe del parlamentarismo borghese, di cui erano stati inconsapevoli fautori. Il fatto di aver raggiunto il 22% dei consensi elettorali dimostra una loro non secondaria presenza nella società nepalese, soprattutto nelle regioni rurali, e di una forte radicamento territoriale che ne fanno una delle forze politiche più forti e rappresentative del paese. Riteniamo che i maoisti, forti dei consensi ottenuti, sapranno ben far tesoro di questa vittoria per far pesare le istanze di classe nel paese e lavorare per migliorare il modo di vita dei nepalesi.
Ampia vittoria dell’alleanza di sinistra
L’Unione dei maoisti e dei comunisti del CNP-UML ottiene la maggioranza dei due terzi dei seggi in Parlamento. L’India osserva con una certa inquietudine.
La paura del rosso sbandierata in campagna elettorale dal Partito del Congresso Nepalese si è rivelata inefficace. La formazione dei guerriglieri maoisti e il Partito Comunista del Nepal d’Unità Marxista-Leninista, forti della loro alleanza, hanno stravinto le elezioni e, assai probabilmente, avranno la maggioranza dei due terzi (105 seggi secondo un conteggio ancora provvisorio) e governeranno le 7 assemblee regionali istituite grazie alla riforma costituzionale del 2015[1]. Il Partito del Congresso Nepalese, sino ad oggi al potere, con queste elezioni, si è ridotto ad un piccolo manipolo di soli 21 seggi. Gli elettori hanno anche bocciato la coalizione politica del Partito del Congresso Nepalese, formato con altri partiti minori, come quello Indù e i monarchici, destinati a fare da contrappeso al mastodonte comunista. L’alleanza formata dal Partito del Congresso Nepalese è stata vista contro natura, dato che in questi ultimi anni il Partito del Congresso si è posto come l’araldo dei mutamenti progressisti[2]. Da parte loro, i marxisti-leninisti e i maoisti non hanno disdegnato di farsi garanti della laicità e del federalismo. Queste elezioni hanno in realtà visto rinvigorirsi la dura battaglia portata avanti da tutte le varie componenti comuniste nepalesi all’epoca della redazione della Costituzione, quando soprattutto i maoisti (appena usciti dalla guerra popolare e forti del successo elettorale e dell’inaspettato consenso popolare, nota del traduttore) avevano respinto fermamente la concezione dello stato quale guardiano dei principi e dell’etica della religione induista, rigettando il sistema discriminante della suddivisione in caste della società, secondo i dettami della religione induista.
Dopo 10 anni di guerra popolare (1996-2006) che produsse 13.000 morti, e fece vincere l’idea repubblicana e la feudale monarchia fu abolita, il nuovo Nepal, laico e repubblicano, aspira alla stabilità politica, poiché, dopo la vittoria della Repubblica, la transizione democratica ha visto l’avvicendarsi sofferto al potere di 10 primi ministri, con cambi di governo repentini, che hanno indubbiamente rallentato lo sviluppo economico e sociale del paese. Altro punto dolente: il Nepal è tornato indietro di una decina d’anni a causa del sisma del 2015, che ha lasciato sul terreno oltre 9.000 morti.
L’alleanza dei due partiti comunisti, in campagna elettorale, ha anche promesso di aumentare il Pil per abitante da 760 $ a 5.000 $ per abitante. Un obiettivo che sembra comunque difficilmente raggiungibile. “Noi porteremo al paese la pace e la stabilità e avanzeremo sulla strada della prosperità” ha proclamato Khadga Prasad Sharma Oli (Segretari Generale del Partito Comunista Nepalese d’Unità Marxista-Leninista). Dopo il blocco petrolifero attuato dall’India nei confronti del Nepal (2015/2016) che aveva fatto scivolare centinaia di migliaia di nepalesi sotto la soglia della povertà, il nazionalismo promosso principalmente da Khadga Prasad Sharma Oli (Segretario Generale del Partito Comunista Nepalese d’Unità Marxista-Leninista) ha indubbiamente dato i suoi frutti e fatto ottenere al suo partito (un partito comunista revisionista, che però non rinuncia a definirsi marxista-leninista, nota del traduttore) il 49% dei consensi elettorali. Denunciando lo stato di povertà nella quale la vicina potenza India cerca di mantenere il Nepal, Khadga Prasad Sharma Oli, ex primo ministro, è apparso agli occhi dell’opinione pubblica nepalese come un leader che è capace di tenere testa ad una grande potenza come l’India. Una qualità essenziale in un paese povero e stretto nella morsa tra India e Cina.
Mantenere un sapiente equilibrio tra Cina e India
Khadga Prasad Sharma Olinon non ha mai nascosto le sue simpatie a favore della Repubblica Popolare Cinese. Finché è stato a capo del governo, ha anche firmato dei trattati storici commerciali con Pechino, mettendo fine alla totale dipendenza del Nepal dai porti indiani, in termini approvvigionamento energetico. Da allora il paese è egualmente integrato al progetto cinese della nuova via della seta, che dovrà permettere di sviluppare le proprie infrastrutture che ancora mancano al Nepal. Infatti, alla fine di Novembre 2017, l’arresto della costruzione della diga che doveva costruire la impresa cinese Gezhouba Group aveva raffreddato i rapporti bilaterali, ma Pechino assicura che il ritorno al potere di Khadga Prasad Sharma Oli permetterà al progetto di andare avanti. Sarebbe però superficiale vedere nel futuro Primo Ministro, che non gradisce gli insuccessi, una semplice marionetta della Cina. Una volta al potere, Khadga Prasad Sharma Oli si porrà l’obiettivo di mantenere un saggio equilibrio con l’India.
Articolo di Lina Sankari, Large victoire de l’alliance de gauche, su L’Humanitè di giovedì 14 Dicembre 2017, con note e traduzione di Ceccoli Silvano per il Circolo Culturale Proletario di Genova
[1] Il revisionista Partito Comunista Nepalese d’Unità Marxista-Leninista ha ottenuto il 49% dei voti e i loro alleati del Partito Maoista del Nepal, fautori di una decennale e vittoriosa guerra popolare, hanno ottenuto il 22% dei voti, la coalizione dei due partito comunisti ha raggiunto il 71% dei voti validi, un grande trionfo per i comunisti nepalesi
[2] Il Partito del Congresso Nepalese, per recuperare consensi nella moderna società nepalese, ha assunto atteggiamenti progressisti, contrari alla vecchia mentalità, che stava alla base del vecchio sistema feudale, sostenuto dagli induisti e dalle formazioni politiche reazionarie, come i nostalgici della monarchia (cacciata dal Nepal con un referendum fortemente voluto e vinto dai maoisti), con i quali invece, in queste ultime elezioni a nome dell’anticomunismo, ha dato vita all’alleanza elettorale, che ne uscita totalmente sconfitta.