Una bella iniziativa del Circolo Culturale Proletario:

 la presentazione del volumetto su Buranello, Fillak e i GAP

presso la libreria “L’amico ritrovato”

 

   Giovedì 18 Aprile 2019, alle ore 18,00, si è tenuta, presso la Libreria L’Amico Ritrovato, in via Luccoli 98r, a Genova, la presentazione dell’opuscolo “Giacomo Buranello, Walter Fillak e i GAP”, autoprodotto dal Circolo Culturale Proletario di Genova. Di fronte ad una trentina di persone, il Professore Eros Barone, Presidente del Circolo Culturale Proletario di Genova, ha tenuto una accurata e lunga relazione in cui ha specificato le varie differenze tra le definizioni di Resistenza, guerriglia e guerra di popolo. A proposito dei vari tipi di fronti, il Professore Barone ha precisato le differenze tra il fronte unico, rappresentato dai partiti che si richiamano alla classe operaia (cfr. il III Congresso del Komintern nel 1921), il fronte popolare, estensione del fronte unico ai partiti che organizzano il ceto medio progressista e antifascista, e il fronte patriottico (o nazionale) che raggruppa tutte le forze politiche interessate a battersi per l’indipendenza nazionale. Ha, inoltre, richiamato la rigorosa discriminante di classe messa in evidenza dal compagno Pietro Secchia quando scrive: «La concezione opportunista secondo la quale ci sarebbe un interesse della nazione al di sopra e al di fuori degli interessi del popolo lavoratore che forma la grande maggioranza della nazione, è una concezione importata nella classe operaia dai socialsciovinisti, dagli agenti della borghesia» (Nazionalismo borghese e patriottismo proletario. Estratto dal discorso di P. S. al Congresso della Federazione comunista di Novara il 4 febbraio 1951, p. 30, citato da S. Bertelli, Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del PCI 1936-1948, Rizzoli, Milano 1980, p. 299).

 

   Il Professore Barone ha poi affrontato il tema complesso del rapporto tra terrorismo urbano e Resistenza, sottolineando i dilemmi politici e soprattutto etici che hanno profondamente segnato tale pratica, ponendo molto spesso i gappisti di fronte alla difficile scelta di dover uccidere a sangue freddo. Ma ha altresì riconosciuto che il contributo militare dei GAP è stato essenziale per sconfiggere l’attesismo delle componenti moderate della stessa Resistenza e per sconfiggere quella ampia “zona grigia” della popolazione italiana che non stava con i partigiani e non era ostile ai nazifascisti. La sua esposizione è stata ricca di puntuali riferimenti bibliografici, tra cui i più citati sono stati Claudio Pavone, con la sua opera Una guerra civile (1943-1945) (1990), e Santo Peli, autore del saggio Storie di GAP. Terrorismo urbano e Resistenza (2014), la prima opera storiografica dedicata ai GAP, uscita ben dopo settant’anni dai fatti che tratta. Il Professore Eros Barone ha poi spiegato brevemente perché la Resistenza Italiana è stata essenzialmente una “rivoluzione interrotta”, che ha smorzato le aspirazioni di cambiamento sociale che avevano spinto i comunisti e anche molti socialisti, i quali rappresentavano assieme la stragrande maggioranza dei resistenti armati, a prendere le armi contro i nazi-fascisti. E ciò è avvenuto soprattutto nelle file comuniste con la nota “svolta di Salerno” (marzo 1944), impressa da Palmiro Togliatti, che accentuò gradualmente l’aspetto nazional-popolare, che prevalse nella Resistenza sulle profonde aspirazioni di riscatto politico-sociale. In tal modo, la “svolta di Salerno” di Togliatti trascinò gradualmente il Partito Comunista Italiano dal marxismo-leninismo al revisionismo. Il Professore Barone ha rivendicato, con puntuali argomentazioni, basate sui fatti politici e militari, che la Resistenza ha costituito, nel nostro paese, il punto più alto mai raggiunto dal proletariato nella sua lotta per il potere e che il ruolo dei comunisti, con il loro alto contributo di caduti, è stato decisivo per la vittoria della Resistenza.

 

   Tra le tante figure che col loro sacrificio hanno contribuito alla vittoria sul nazi-fascismo si è voluto ricordare proprio Giacomo Buranello e Walter Fillak, due giovani coetanei genovesi, coscientemente comunisti, che con le loro gesta, il loro impegno e il loro sacrificio hanno segnato profondamente la Resistenza genovese.    Il Professore Eros Barone ha letto una preziosa testimonianza su Giacomo Buranello di Mario Carrassi (1921-2006), partigiano e deportato nei lager, compagno di Giacomo Buranello e di Walter Fillak.  Poi il Professore Eros Barone ha letto una poesia, poco nota al grande pubblico, della scrittrice Elena Bono (1921-2014), scritta nel 1981, in cui viene affrontato il tema dell’imperituro ricordo di quanti combatterono e morirono nella Resistenza e osserva che a loro sono dedicate strade e giardini, affinché il ricordo dei loro nomi non si perda nell’oblio. Elena Bono ha avuto l’intuizione poetica di fissare il significato essenziale della personalità di Buranello in un gesto. Molto apprezzata la lettura di questa poesia tra il pubblico presente. Dopo l’intervento del Professore Eros Barone, si sono registrati alcuni interventi tra il pubblico. Notevole la testimonianza di una parente di Walter Fillak che ha arricchito la conoscenza su alcuni aspetti della personalità di questo giovane partigiano. Poi è intervenuta una coetanea di Giacomo Buranello, che in gioventù ha avuto modo di conoscere di persona Giacomo Buranello e ha portato a conoscenza molti particolari della vita di Buranello. Per ultimo ha preso la parola il partigiano “Remo” di anni 93, della Brigata Severino, operante in Alta Val Trebbia, che ha raccontato vicende della sua esperienza partigiana, facendoci rivivere quei tragici momenti. Alla fine, il pubblico, con un caloroso applauso, ha dimostrato di aver apprezzato questo incontro, teso essenzialmente a rendere onore a due grandi figure della Resistenza genovese e ai GAP, la cui azione ha contribuito notevolmente alla vittoria finale contro il nazi-fascismo.

 

Silvano Ceccoli

     

Circolo Culturale Proletario di Genova

 

Aprile 2019

 

 

 

 

 

Grandezza, limiti e attualità della Resistenza

 

1.   Da dove viene il termine “Resistenza”?

 

   Un quesito interessante, da cui può prendere avvìo il presente discorso, è quello riguardante la genesi storica del termine “Resistenza”. Ebbene, con questo termine si intende indicare un’azione armata condotta da formazioni partigiane per frenare l’avanzata dell’invasore nazista, laddove è palese che l’origine del significato della parola “Resistenza” è strettamente collegata con l’aggressione all’Unione Sovietica da parte delle forze armate hitleriane (22 giugno 1941) e con la Grande Guerra Patriottica che fu la risposta data dal popolo e dallo Stato socialista a tale aggressione. L’attacco della Germania nazista all’Unione Sovietica fu infatti la più vasta operazione militare terrestre di tutti i tempi e il fronte orientale fu il più grande e importante teatro bellico della seconda guerra mondiale, ove si svolsero alcune tra le più grandi e sanguinose battaglie di tale guerra.

   Nei quattro anni che seguirono (1941-1945) decine di milioni di militari e civili morirono o patirono terribili sofferenze. La Germania schierò 2 milioni e mezzo di uomini, l’Unione Sovietica 4 milioni e 700 mila soldati, di cui 2 milioni e mezzo sul fronte occidentale. Può essere allora opportuno ricordare che durante la seconda guerra mondiale sono state complessivamente soppresse attorno ai 50 milioni di vite umane.

   Dal punto di vista meramente comparativo, l’ordine di grandezza dei caduti italiani fra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945 è invece piuttosto esiguo: 44.720 partigiani caduti e 9.980 uccisi per rappresaglia, ai quali vanno sommati 21.168 partigiani e 412 civili mutilati e invalidi. In totale dopo l’armistizio si ebbero 187.522 caduti (dei quali 120.060 civili) e 210.149 dispersi (dei quali 122.668 civili). Fra il 10 giugno 1940 e l’8 settembre 1943 le forze armate italiane avevano avuto 92.767 caduti (cui vanno aggiunti 25.499 civili), mentre i dispersi erano stati 106.228. Complessivamente le perdite italiane nel secondo conflitto hanno dunque raggiunto (morti e dispersi, militari e civili, maschi e femmine) le 444.523 unità. Altri paesi hanno avuto esperienze ben più sanguinose: l’Unione Sovietica 20 milioni di morti, dei quali 7 milioni di civili (complessivamente, il 10 per cento della popolazione); la Jugoslavia 1.690.000; la Polonia 6 milioni (il 22 per cento della popolazione, la percentuale più alta nel mondo); la Germania ha subìto circa 5 milioni di perdite umane; il Giappone 1.800.000. [1]

 

2.   Resistenza, guerriglia e guerra di popolo

 

   A partire dal 1943, il movimento di Resistenza assume in tutta Europa una caratteristica offensiva e si trasforma in vera e propria lotta di liberazione. Qui cade una distinzione importante: quella fra la guerriglia partigiana condotta nelle città e nelle campagne da formazioni di volontari numericamente poco consistenti (è il caso dell’Italia) e la guerra di popolo vera e propria condotta da un esercito di liberazione nazionale (è il caso della Jugoslavia, dove la soglia numerica della brigata partigiana non era mai inferiore ai 2.000 uomini).

   Il modello militare della Resistenza europea è la guerra di Spagna condotta dalle forze repubblicane contro la sedizione franchista (1936-1939), in cui l’esercito regolare è affiancato da formazioni ‘irregolari’ composte da volontari (le Brigate internazionali). Il modello politico è la strategia dei fronti popolari elaborata nel VII Congresso del Komintern (1935). [2] A partire dalla cosiddetta “svolta di Salerno” (marzo 1944), nella politica comunista diretta da Togliatti si andò sempre più accentuando, insieme al fronte unico contro il fascismo, l’aspetto nazional-popolare che finì col diventare prevalente nel periodo della Resistenza armata.

   Determinante fu, comunque, il ruolo svolto dalla alleanza militare tra Unione Sovietica e democrazie occidentali nel corso della guerra mondiale: ciò contribuì in parte a subordinare l’azione militare della guerriglia partigiana alla strategia delle forze armate alleate. In tal modo l’aspetto insurrezionale con finalità rivoluzionarie fu mortificato sino a sfociare in tragedia nel caso della Grecia (1944).

   Ben diversa fu la vicenda delle guerre di popolo antigiapponesi e anticoloniali che portarono alla vittoria del comunismo in Cina e in altre zone dell’Asia; ma, chissà perché, tutta questa vicenda, pur essendo partita da analoghe premesse politiche (VII Congresso del Komintern), non viene compresa nel concetto di Resistenza, che rimane rinchiuso nell’àmbito europeo. [3]   

  

3.   Terrorismo urbano e Resistenza

  

   Dal punto di vista geografico, i combattimenti più importanti della guerriglia partigiana si svolsero in Piemonte e nel Friuli Venezia Giulia, ma in realtà tutto l’arco alpino può considerarsi il vero e proprio terreno della guerriglia partigiana. Le azioni di sabotaggio e di terrorismo svolte nei centro urbani erano organizzate invece dai GAP (Gruppi di Azione Patriottica).

   Ci sono voluti settant’anni affinché i GAP trovassero nel saggio di Santo Peli, intitolato Storie di GAP, la collocazione storiografica che spetta ad una delle forme di lotta – quella terroristica – che, insieme con le azioni armate delle bande partigiane operanti sulle montagne, nelle campagne e nelle pianure, la Resistenza pose in atto contro il nazifascismo. In sostanza, ci sono voluti settant’anni affinché il gappismo passasse dalla dimensione della letteratura (Uomini e no, scritto da Elio Vittorini nel 1944, fu il primo romanzo sul terrorismo resistenziale) o dalla memorialistica (come non ricordare la ‘mitica’ testimonianza autobiografica di Giovanni Pesce in Senza tregua. La guerra dei GAP?) alla dimensione della storiografia e dalla dimensione della storia locale alla dimensione della storia generale. E, sebbene sia difficile, per ovvie ragioni connesse al carattere clandestino delle loro azioni, ricostruire in modo preciso e completo la storia dei GAP, occorre riconoscere la funzione determinante che ebbe questa forma di lotta sia rispetto alla dinamica dei conflitti sindacali (1943-1944) sia rispetto alla capacità di controllo del territorio urbano nei suoi nodi nevralgici – politici, militari e amministrativi – da parte delle forze di occupazione naziste e dei loro alleati repubblichini. La durezza delle rappresaglie, avendo come posta in gioco il controllo dei centri urbani, risultò così direttamente proporzionale all’incidenza della pratica del terrorismo urbano.

   Non meno rilevanti furono i dilemmi politici ed etici che segnarono tale pratica: basti pensare alla difficile decisione di uccidere a sangue freddo, al problema delle rappresaglie e alla tortura. Sennonché occorre anche riconoscere che senza i GAP la Resistenza avrebbe perso la duplice possibilità di contrastare l’attesismo predicato dalle componenti moderate della stessa Resistenza e di neutralizzare la “zona grigia”, ossia quella parte ampia della popolazione che non stava con i partigiani e non era ostile ai nazifascisti. [4]

 

 

4.           Una rivoluzione ininterrotta per tappe

 

   Del resto, l’interpretazione che caratterizza la Resistenza come un intreccio complesso di tre guerre (di liberazione nazionale, di classe e civile) è ormai depositata in un’opera che, proprio perché fornisce una ricostruzione della Resistenza italiana che va al di là delle interessate liquidazioni, così come dei miti agiografici, è una pietra miliare della storiografia dell’età contemporanea: Claudio Pavone, Una guerra civile (1943-1945) (1990). [5] A questa opera fondamentale si affiancano le ricerche di storici come Peli, di cui ho citato poc’anzi Storie di GAP. Terrorismo urbano e Resistenza (2014) e di cui merita di essere segnalata la Storia della Resistenza in Italia (2006). Da questi lavori storiografici emerge il quadro di una guerra civile, poiché tale fu quella combattuta fra il 1943 e il 1945: una guerra all’ultimo sangue fra classi e masse contrapposte.

   Eppure quei venti mesi costituiscono, nella storia del nostro paese, il punto più alto mai raggiunto dal proletariato nella sua lotta per il potere. In questo senso, è doveroso sottolineare che il ruolo dei partiti operai, della classe lavoratrice e delle masse popolari fu l’elemento decisivo della vittoria nella Resistenza e che quest’ultima era concepita, in quanto rivoluzione antifascista, come la prima tappa di una rivoluzione ininterrotta orientata verso il socialismo. Certo, “caduti per la libertà” è la dizione con cui vengono definiti quei 45.000 partigiani morti nella Resistenza, ma una parte grande di essi – anche questo va ricordato – caddero per conquistare la libertà più alta che possa esistere: quella che coincide con una società senza classi.

 

 

5.   Perché la Resistenza italiana è stata una “rivoluzione interrotta”?

 

   La domanda posta quale titolo del presente paragrafo è riaffiorata più volte negli oltre settant’anni che sono intercorsi dalla conclusione della Resistenza. Provo a indicare quella che, a mio avviso, è la risposta corretta.

  Quando, il 27 marzo 1944, torna in Italia dall’esilio nell’URSS come massimo dirigente del PCI, Palmiro Togliatti ribalta la posizione politica del partito riassunta da Mauro Scoccimarro nella parola d’ordine: “non vi è possibilità di compromesso con il governo Badoglio”. Togliatti rovescia infatti come un calzino tale politica e nella riunione del 30-31 marzo del Consiglio Nazionale del partito a Napoli, ove sono convenuti tutti i quadri del Sud, abbandona ogni pregiudiziale classista ed auspica un governo di larga unità nazionale per la guerra ai tedeschi: un governo che unisca gli italiani dai comunisti ai monarchici.

   Tale presa di posizione comunista scavalca a destra i due partiti alleati (socialista ed azionista) e consente la formazione di un governo Badoglio che comprende i monarchici ed i sei partiti antifascisti, accantonando la questione istituzionale che dovrà essere risolta solo alla fine della guerra. Come è noto, la validità di tale svolta è ancora oggi contestata da una parte della storiografia, perché l’aiuto dei comunisti al governo Badoglio arrivò quando la situazione era per quel governo senza sbocco, privo come era di ogni séguito, screditato agli occhi di tutti e vicino ad essere ‘scaricato’ anche dagli alleati anglo-americani che da vari mesi ne chiedevano inutilmente un allargamento. D’altra parte va rilevato che anche i partiti antifascisti nel Sud erano in una situazione senza sbocco: nel gennaio del 1944, in effetti, il Comitato di Liberazione dell’Italia meridionale si era riunito a congresso, ma, diviso tra sinistra e conservatori, non era riuscito né a costituirsi, su un terreno rivoluzionario, come governo dell’Italia libera né a inserirsi nel governo del re, ed era rimasto in una posizione sterile di rifiuto esigendo l’abdicazione del re e lasciando le masse senza prospettive.

   In una situazione come questa la mossa di Togliatti rafforzò il governo del re, mise in crisi l’unità del CLN e soprattutto impedì, dando luogo ad un compromesso di classe, che la guerra di liberazione guidata dai Comitati fosse una vera e propria rivoluzione. È anche vero che la svolta di Togliatti sbloccò la situazione, aprì nuove possibilità alla lotta contro il fascismo e mise in moto le energie popolari al Sud e al Nord. In sintesi, si può affermare che la nuova politica, abile e politicamente incisiva, poteva costituire l’inizio di un’azione a largo raggio per battere i nemici di classe, isolandoli a volta a volta dalle altre forze, a partire dal fascismo e dai tedeschi. La critica va quindi incentrata sul fatto che tale svolta non costituì l’inizio e il primo anello di un ampio disegno politico di classe (come allora la maggior parte degli amici e dei nemici credettero), ma fu, invece, quello che del resto Togliatti affermò ed ha sempre ribadito che fosse, e cioè un inserimento, che voleva essere strategico e permanente, della classe operaia nella società borghese e nella sua direzione di governo.

   In altri termini, quando Togliatti affermava che il dovere nazionale era quello di combattere il tedesco e che, dopo la liberazione della patria, obiettivo del partito era quello di creare “un regime democratico e progressivo”, egli era giunto alle conseguenze ultime del lungo viaggio che dal marxismo-leninismo l’aveva portato al revisionismo. Togliatti intendeva, cioè, operare per una evoluzione gradualista di stampo piccolo-borghese e non più per una prospettiva rivoluzionaria. Pertanto, lo stesso obiettivo del socialismo si scoloriva e si annullava sino ad essere sostituito dalla “democrazia progressiva”.

   Un siffatto disegno, che per la verità fu sempre espresso e teorizzato con chiarezza da Togliatti, venne inteso come una “manovra tattica” del tutto contingente dai quadri intermedi e soprattutto dalla base proletaria del partito e dalle masse che si andavano sempre più radicalizzando nella lotta (donde la c.d. “politica del doppio binario”): manovra tattica che si riteneva avvalorata dal grande patrimonio ideale e di lotta che il partito aveva accumulato in un ventennio.  Tale visione dei quadri intermedi e della base proletaria sembrava del resto confermata dalla concezione che del partito comunista avevano gli avversari di classe. Hanno scritto acutamente gli autori di una storia del PCI: «La borghesia italiana e i suoi interpreti politici avevano del comunismo un’idea imprecisa e un timore generale, per cui ritennero per tutto un periodo che questo manovrare corrispondesse a un machiavellico disegno dal quale occorreva guardarsi, e poiché altrettanto imprecisa era la conoscenza del loro partito e altrettanto grande la speranza e la fiducia di coloro che ne ingrossavano le file nella primavera del 1944, entrambe le classi protagoniste di quella fase della storia italiana giudicarono il PCI e la sua linea politica non quale essa era in realtà, ma come essa si pensava dovesse essere. Più Togliatti diceva la verità, e meno veniva creduto». [6]

   D’altra parte, in questa involuzione della linea del partito ebbe un ruolo anche la linea politica dell’URSS, in cui prevalse, rispetto alle finalità rivoluzionarie, la “Realpolitik” connessa ad uno sforzo bellico estenuante, e fondata sugli accordi diplomatici e sull’alleanza con le democrazie occidentali. In questo senso, il riconoscimento, da parte dell’URSS, del governo Badoglio (che non era stato ancora formalmente riconosciuto dagli anglo-americani), posto in atto alcuni giorni prima (14 marzo 1944), rafforzava la borghesia italiana e rientrava oggettivamente nello stesso disegno di Togliatti. [7]

6.   Perché ancora e sempre Resistenza?

 

   Il significato del discorso che ho qui inteso riproporre è allora riconducibile a tre fondamentali motivazioni: a) contribuire, sul piano storico-politico, a riaffermare la verità della (e sulla) Resistenza; b) dissipare le cortine fumogene (neoliberismo e/o populismo) con cui il potere dominante cerca di nascondere il galoppante processo di fascistizzazione [8]; c) non allentare la vigilanza antifascista, il cui nerbo infrangibile è, così oggi come nel biennio 1943-1945, la mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari nella lotta per difendere la democrazia e avanzare verso il socialismo. Non arretrare è infatti una condizione necessaria per avanzare.

    In questa sede ho già avuto modo di tratteggiare la formazione politica e intellettuale di un giovane capo partigiano, comandante dei GAP di Genova e della Brigata “Liguria”. [9] Naturalmente, si tratta di un esempio che, vivendo in questa zona, ho trascelto dalla storia del movimento di liberazione nel Genovesato fra i tanti che hanno illuminato, con l’azione, con il pensiero e con un estremo sacrificio, la Resistenza armata contro il nazifascismo: un esempio che, per la profondità degli echi e il potere suggestivo delle risonanze che suscita ancor oggi, ritengo, dal punto di vista politico e ideologico, particolarmente significativo e rappresentativo.

   Qui vorrei fissare la personalità di Buranello (1921-1944), per chi non la conosca affatto o la conosca solo a grandi linee, attraverso due testimonianze eccezionali: una diretta e personale (quella del partigiano Mario Carrassi) [10] e l’altra indiretta e retrospettiva (quella della scrittrice e poetessa Elena Bono). [11]       

Testimonianza di Mario Carrassi [12]

 

 

   L’eroe nazionale Giacomo Buranello sarà ricordato soprattutto come un uomo d’azione: così lo presenta, giustamente, la motivazione della medaglia d’oro al valor militare.

   Sotto questa luce la biografia di Buranello si può ridurre ad una scarna serie di fatti che lo pongono inequivocabilmente tra i grandi Eroi del nostro Risorgimento e della Guerra di Liberazione.

   Ancora studente, prima del servizio militare, costituisce un movimento comunista di operai e studenti, organizza il soccorso rosso, mette in opera una tipografia clandestina. Nel 1942, seguito il corso allievi ufficiali e trasferito a Chiavari continua nell’esercito la sua azione di propaganda. L’11 ottobre 1942, all’età di ventun anni, viene arrestato assieme a Walter Fillak e agli altri membri del Comitato di Sampierdarena. Il suo comportamento durante l’inchiesta suscita l’ammirazione del commissario che conduce le indagini. Alla fine dell’agosto 1943 viene liberato dal carcere Regina Coeli, a Roma, dove era stato trasferito e riprende immediatamente la lotta.

   L’8 settembre raccoglie armi e distribuisce indumenti ai militari che cercano di sfuggire ai tedeschi. Subito dopo è comandante di Gruppi di Azione Patriottica di Genova. In appoggio a uno sciopero dei pubblici trasporti fa saltare le rotaie del tram a Cornigliano. Il 28 ottobre attacca la caserma dei fascisti di Sampierdarena: due fascisti sono uccisi. Ormai individuato, sul suo capo è posta una taglia di mezzo milione, portata subito dopo a un milione, ma egli risponde abbattendo un altro fascista a Sestri Ponente.

   Il 12 dicembre incontra in piazza Tommaseo l’agente dell’OVRA Fiorellino, già responsabile del suo primo arresto, che lo segue fino in piazza Portello: nell’attuale galleria G. Garibaldi, Buranello lo attacca sparando e riesce a dileguarsi nei vicoli della Maddalena. In gennaio attacca due ufficiali tedeschi in via XX Settembre.

   Frattanto all’Università prende contatto con i professori antifascisti, organizza gli studenti comunisti e crea i C:L.N. dell’Università.

   Il 1° gennaio 1944 sfugge per caso ad un agguato teso dai fascisti in una latteria di via Madre di Dio. Ormai la sua vita è in continuo pericolo. Il partito comunista decide che egli si allontani dalla città. Diventa così comandante di uno dei primi distaccamenti partigiani alle Cabanne di marcarolo, poi successivamente alla Cascina Lombardo. Ma alla fine di febbraio, è di nuovo in città per sostenere, anche con azioni militari, lo sciopero di marzo. La mattina del 2 marzo è con Neda Fiesoli al bar De Lucchi. Tre agenti fascisti lo riconoscono e tentano di arrestarlo. Ne uccide uno, ne ferisce un altro, poi si dà alla fuga; un’auto della polizia, poco oltre, gli blocca la strada: i proiettili sono finiti.

   Coì è arrestato e dopo un giorno e una notte di tortura fucilato il 3 marzo 1944.

   Queste le gesta eroiche di Giacomo Buranello. Tuttavia egli non era il giovane ventenne (quando fu fucilato non aveva ancora compiuto 23 anni) intrepido e generoso che nella foga della battaglia si fa trascinare dai suoi stessi tumultuosi sentimenti per compiere quelle gesta fuori del comune che rimangono poi scolpite nella storia.

   Buranello era un uomo maturo, maturato attraverso la sofferenza, l’ingiustizia, lo studio. Egli era un uomo di vastissima cultura, che il carcere aveva ulteriormente arricchito, e di ferma volontà. Era sempre cosciente, istante per istante, delle proprie azioni, del rischio che esse comportavano, della necessità di questo rischio. Ed è per questo che quanti lo conobbero, nel rievocare le sue gesta sono presi da viva commozione, quasi rivivessero ad ogni episodio, ad ogni impresa la paura di allora, la paura di perderlo, di non vederlo più tornare. Perché per noi era soprattutto un amico e un maestro e solo per necessità un combattente.

   Di origine operaia divenne ben presto cosciente delle ingiustizie sociali esasperate dal fascismo. La naturale esigenza di rigore logico, di coerenza morale, la molteplicità di interesse, l’intelligenza viva lo spinsero ad approfondire teoricamente mediante studi impegnati e un piano organico di letture i problemi che la situazione del paese naturalmente poneva. In questo suo impegno egli aveva arricchito con spirito critico le sue conoscenze storiche e filosofiche ed aveva sentito il bisogno di allargare sempre più, per comprendere meglio la realtà di ieri e di oggi, la sua cultura letteraria e umanistica in genere. Buranello era sotto questo aspetto un autentico intellettuale comunista. E questo suo travaglio culturale unitamente alle sue idee egli travasava in quanti lo circondavano. Perfino il suo amore per la correttezza formale, per l’espressione pregnante. Alcuni di noi ricordano di aver trascorso ore ed ore a correggere e ricorreggere insieme con Buranello due paginette che s’erano gettate giù o per un giornale o per un manifestino; non andava mai bene: troppi aggettivi, ripetizioni, forme pleonastiche, imprecisioni sintattiche.

   Questa sua passione era non solo dovuta ad una esigenza di rigore e di coerenza, ma soprattutto a un profondo rispetto per gli altri e in particolare per coloro cuil l’ingiustizia sociale aveva negato la cultura. Così Buranello era, in ogni circostanza, un aiuto per tutti, amici, compagni, conoscenti. Era una fonte di idee, non si stancava mai di discutere, di fornire documentazioni, di spronare a pensare, di proporre iniziative o temi di studio. Ma sempre in ogni istante era chiaro che la sua mente e al sua cultura erano al servizio della lotta antifascista, erano tutt’uno con l’azione. Anche quando discuteva ed aiutava a raggiungere una maggiore chiarezza d’idee egli sempre in realtà spingeva a partecipare, con sempre maggiore consapevolezza, alla lotta, chiedendo a ciascuno ciò che ciascuno poteva dare. Sotto questo profilo Buranello era un organizzatore instancabile che si muoveva secondo una linea politica ben precisa: quella dell’unità, nella lotta, delle forze antifasciste. Ed egli che a questa lotta aveva deciso di dedicare tutte le sue azioni di guerra sapeva che esse si sarebbero concluse con la sua morte. Non aveva ancora compiuto i diciotto anni quando nel suo diario scriveva: «Ieri ho concluso che occorre sacrificarsi, che il sangue dei Martiri segna la strada più sicura alle idee; il nostro risorgimento era fatto inevitabile già dopo i primi tentativi falliti e soffocati nel sangue. Dissi che occorre mantenersi liberi da nuova famiglia, perché la nostra eventuale morte debba lasciar il minor lutto possibile: niente moglie, niente figli. Che corre trasformare il pensiero e i sentimenti in azione; questo si fa sacrificandosi. Ma prima di giungere al sacrificio supremo bisogna prepararsi perché tale sacrificio possa effettuarsi ed abbia maggiore efficacia.

   È questo impegno, questa consapevole scelta che attribuisce più importanza al sacrificio della propria vita che non a tutte le opere future della sua intelligenza, della sua volontà, della sua tenacia; è questa decisione di rinunciare a una vita intera di lotta, di passioni e di soddisfazioni, a favore di un attimo che dovrà servire di esempio e di guida all’azione di migliaia e migliaia di sconosciuti; è questa terribile scelta tra la vita e la morte che fa di Buranello un eroe particolare. Questa è la sua grandezza. Questa è anche la sua colpa. Perché ancora oggi noi che lo abbiamo conosciuto, se dovessimo su una bilancia pesare il suo eroico sacrificio da una parte e il suo ingegno dall’altra, non sapremmo, con profondo smarrimento, da quale parte far pendere la bilancia. [13]

 

 

 

Testimonianza di Elena Bono [14]

 

 

Vengono i giorni

 

Vengono i giorni

che il cuore è una terra bruciata,

polvere e fumo

nuvole basse di piombo.

Voi divenuti

nomi di piazze e di strade:

corso Gastaldi [15]

largo Cesare Crosa

via Buranello

giardini pubblici C. Talassano.

Ma il tempo è una casa

di innumerevoli stanze

sorvegliate e severe

dove tutto è per sempre;

chi ne possiede le chiavi

può ritrovare ogni cosa:

gesti e parole

di un giorno qualunque.

I vostri giorni di prima,

il vostro andare e venire

in queste piazze e strade

divenute ora voi

per ricordare la scelta

che voi avete fatta

a quelli che vengono e vanno

con gesti e parole qualunque

dove sta chiusa la scelta

che anch’essi hanno fatta

in queste stanze severe

che non consentono fuga, ma tutto è per sempre.

I vostri giorni di prima.

Cesare Crosa [16]

il suo passo di vento e la musica dentro:

Vivaldi. “Le quattro stagioni”,

l’elettrico “Inverno”

quegli aghi di ghiaccio e di gioia.

Buranello che parla a un compagno

battendo il giornale sul dorso a un leone

del grande scalone di marmo

dell’ateneo genovese.

Aldo Gastaldi

la fronte tranquilla

più su della folla,

quegli occhi di spada.

Talassano il biondino

di mento appuntito

sempre piegato dal riso

sul banco di scuola;

fu allegro davanti alla morte,

e tenne allegri i compagni.

Di tutti il più fortunato

biondino di lungo viso,

tu divenuto un giardino

di foglie aria bambini gridanti

che rinverdiscono il cuore

quando è terra bruciata.

 

 

 

Eros Barone

 

 

           

Circolo Culturale Proletario di Genova

 

Aprile 2019

 

 

  

 

 

  

"Il partigiano Remo ripreso mentre fa il suo toccante intervento

 

 

 

    

 

 

 

    

 

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Traggo queste cifre dall’‘incipit’del settimo capitolo, intitolato “La violenza”, del libro di C. Pavone, Una guerra civile, Bollati Boringhieri, Torino 2006, pp. 413-414.

[2] A proposito dei vari tipi di fronti, vanno precisate le differenze tra il fronte unico, rappresentato dai partiti che si richiamano alla classe operaia (cfr. il III Congresso del Komintern nel 1921), il fronte popolare, estensione del fronte unico ai partiti che organizzano il ceto medio progressista e antifascista, e il fronte patriottico (o nazionale) che raggruppa tutte le forze politiche interessate a battersi per l’indipendenza nazionale.    

[3] Cfr., per quanto concerne le differenze richiamate nella nota precedente, la rigorosa discriminante di classe posta da Pietro Secchia: «La concezione opportunista secondo la quale ci sarebbe un interesse della nazione al di sopra e al di fuori degli interessi del popolo lavoratore che forma la grande maggioranza della nazione, è una concezione importata nella classe operaia dai socialsciovinisti, dagli agenti della borghesia» (Nazionalismo borghese e patriottismo proletario. Estratto dal discorso di P. S. al Congresso della Federazione comunista di Novara il 4 febbraio 1951, p. 30, citato da S. Bertelli, Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del PCI 1936-1948, Rizzoli, Milano 1980, p. 299).

[4] Fondamentale, anche a tale proposito, è il settimo capitolo del saggio di Pavone, dedicato al tema della violenza e alle sue implicazioni filosofiche, politiche e sociali (pp. 413-514): praticamente un libro nel libro.

[5] Il sottotitolo di questo libro è particolarmente significativo: Saggio storico sulla moralità nella Resistenza.

[6] Cfr. F. Bellini - G. Galli, Storia del Partito Comunista Italiano, Edizioni Schwarz, Milano 1954. Ma per una visione storico-politica complessiva e multilaterale della “svolta di Salerno” giova consultare i seguenti testi: L. Longo, I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, Editori Riuniti, Roma 1973; R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana. 8 Settembre 1943-25 Aprile 1945, Einaudi, Torino 1964;  P. Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano. La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo, vol. 7 (parte 1), Einaudi, Torino 1975; P. Secchia, Il Partito Comunista Italiano e la guerra di liberazione. 1943-1945. Ricordi, documenti inediti e testimonianze, Feltrinelli, Milano 1975; E. Di Nolfo, La svolta di Salerno come problema internazionale, in A. Placanica (a cura di), 1944. Salerno capitale. Istituzioni e società, ESI, Napoli 1986; D. W Ellwood, L'alleato nemico. La politica dell'occupazione anglo-americana in Italia. 1943- 1946, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 71 e sgg, in J. S. Woolf (a cura di), Italia 1943-1950. La ricostruzione, Laterza, Bari 1974;  F. Gori - S. Pons (a cura di), Dagli archivi di Mosca. L'URSS, il Cominform e il PCI. 1943-1951, Carocci, Roma 1998. Una menzione particolare merita il libro di M. Clementi, L'alleato Stalin. L'ombra sovietica sull'Italia di Togliatti e De Gasperi, Rizzoli, Milano 2011, in quanto tràttasi di un’ampia ricerca archivistico-documentaria (svolta lungo l’arco di 393 pagine), nella quale si confuta la leggenda storiografica circa l’esistenza di occulti piani sovietici di inglobamento politico-territoriale dell'Italia e la visione del PCI come pedina sovietica destinata a tale scopo. Peraltro, da questo libro di Clementi (certo non sospettabile di simpatie comuniste) si desume che Stalin incoraggiò l'iniziativa diplomatica, ma non nutriva mire strategiche particolari nei confronti dell'Italia; egli era piuttosto interessato a condurre a termine la guerra nel più breve tempo possibile, anche attraverso il sostegno del movimento partigiano. Grazie ad un'accurata analisi delle fonti, Clementi sottolinea, poi, il ruolo fondamentale giocato dal governo Badoglio nello stabilire un rapporto privilegiato con la Russia per bilanciare il rigore imposto dal regime anglo-americano di occupazione in Italia. In questa originale prospettiva, vengono riletti le ‘foibe’, la vicenda dei prigionieri italiani in Unione Sovietica, gli sbandamenti del PCI sulla questione di Trieste e i tentativi di Mosca di mediare tra l’Italia e la Jugoslavia, l’esodo istriano, il disarmo dei partigiani e le scelte strategiche togliattiane del PCI fino alle elezioni del 1948, quando l'Italia si avviò con decisione verso l’alleanza atlantica.

[7] Il documento di Togliatti che sta alla base della svolta di Salerno è stato pubblicato, in forma non integrale, in data 28 ottobre 1991, a cura di Aldo Agosti, su «l’Unità» (p. 11) e preceduto da un articolo dello stesso Agosti, intitolato: Salerno 1944: i dubbi di Togliatti. Erroneamente veniva indicata come data del documento quella del 1° marzo 1944, mentre in realtà il testo del documento, con la firma autografa di Togliatti, è datato 26 febbraio 1944 e si trova depositato negli archivi dell'ex Partito Comunista dell’URSS (PCUS), conservati presso il “Rossijskij Centr Charenija i Izucenia Documenta Novejsej Istorij” di Mosca (fond. 495, op. 74, di. 258, l. 37-44). La versione pubblicata da Agosti contiene la cancellazione e la correzione con una nota manoscritta dello stesso Togliatti, che sostituisce i passaggi antimonarchici ed antibadogliani del documento e crea le premesse per ribaltare la linea concordata con Dimitrov e i dirigenti sovietici, affermando che «i comunisti sono pronti perfino a partecipare a un governo senza l’abdicazione del Re» (nella correzione effettuata a mano da Ercoli vengono meno, quindi, sia la ‘conventio ad excludendum’ nei confronti del monarca sia ogni atteggiamento di opposizione nei confronti del governo Badoglio). E’ ragionevole ipotizzare che le correzioni siano state apportate da Togliatti durante l’avventuroso viaggio che lo porterà a Napoli e che «si deve supporre che il testo dattiloscritto sia stato preparato con cura in un primo tempo, mentre la parte aggiunta sia stata redatta in fretta, come se non vi fosse il tempo per scrivere a macchina un nuovo testo corretto». Si vedano, in proposito, F. De Martino, Ancora sulla svolta di Salerno del 1944, in «Belfagor», 31 marzo 1993, p. 269, il quale scrive che la parte sostitutiva è «stata redatta durante il viaggio in Italia», ed E. Pigozzi,  Togliatti spinse Stalin a riconoscere Badoglio, in «Il Corriere della Sera», 20 agosto 1994, p. 6, il quale condivide l'ipotesi che «le postille aggiuntevi siano state redatte da Togliatti non a Mosca ma lungo il complicato itinerario che lo porterà a Napoli il 27 marzo». Particolarmente significativa è la testimonianza di Togliatti sul viaggio che dovette affrontare: «Io giunsi a Napoli non dal cielo ma per mare, il 26 o 27 marzo 1944. Ero però partito da Mosca almeno un mese e mezzo prima, avendo dovuto fare il viaggio attraverso il Medio Oriente e l’Africa del Nord, chiedendo autorizzazioni, permessi e mezzi di trasporto a ogni sorta di comandi civili e militari» (P. Togliatti, I comunisti e la monarchia, in «Il Ponte», n. 6, giugno 1951, p. 660). Alla luce di quanto asserito dallo stesso Togliatti risulta quindi una mera congettura la ricostruzione effettuata da alcuni storici che ipotizzano un incontro tra Stalin, Molotov e Togliatti nelle notte del 4 marzo 1944. In realtà non esiste traccia negli archivi ex sovietici di questo presunto colloquio (si veda al riguardo quanto affermato da Gori e Pons in E. Aga Rossi - V. Zaslavskij, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Il Mulino, Bologna 1997, p. 66) e l'unica argomentazione addotta a sostegno di questa congettura sarebbe il Diario di Dimitrov (cfr. G. Dimitrov, Diario. Gli anni di Mosca (1934-1945), a cura di S. Pons, Einaudi, Torino 2002). Questa ricostruzione è stata smentita dallo stesso Togliatti, dal suo stretto collaboratore Italo De Feo, dall'Edizione Critica dei Verbali del Consiglio dei Ministri relativi al periodo del governo Badoglio e da numerosi storici che univocamente collocano la partenza di Togliatti da Mosca nel febbraio 1944, rendendo cronologicamente impossibile un incontro con Stalin, che non poteva certo avvenire diversi giorni dopo la sua partenza. Le notizie pubblicate su Togliatti nel Diario di Dimitrov, riferite al marzo 1944, sono quindi evidenti interpolazioni, filologicamente destituite di fondamento. Italo De Feo (nel suo Diario politico. 1943-1948, Rusconi, Milano,1973, p. 91) in data 28 marzo annotava: «Togliatti ha detto che aveva bisogno di qualche ora di respiro: la traversata era stata molto faticosa. Da Odessa, la nave aveva attraccato a tutti i porti del Mediterraneo e viaggiato a zig-zag per sfuggire ai sottomarini. Un viaggio che doveva durare non più di una settimana ha preso un mese intero». A. G. Ricci in Archivio Centrale dello Stato. Verbali del Consiglio dei Ministri. Luglio 1943-Maggio 1948. Governo Badoglio 25 Luglio 1943-22 Aprile 1944, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1997, vol. I., Introduzione, p. XLI, ha scritto che «Togliatti era partito da Mosca il 18 febbraio». In questo senso anche Cortesi: «Partito verso la fine di febbraio da Mosca egli [Togliatti] raggiunse in volo Bakù, Teheran, Il Cairo, Algeri, donde proseguì via mare per Napoli»(L. Cortesi, Palmiro Togliatti, "la svolta di Salerno" e l'eredità gramsciana, in «Belfagor», n. 1, 31 gennaio 1975, p.2); Claudin ha scritto che Togliatti «incomincia il viaggio di ritorno in Italia alla fine del febbraio 1944 e sbarca a Napoli il 27 marzo» (F. Claudin, La crisi del movimento comunista. Dal Comintern al Cominform, Feltrinelli, Milano 1974, p. 277). La medesima tesi viene sostenuta da Bertolissi e Sestan che scrivono che Togliatti arrivò in Italia «il 27 marzo del 1944, dopo un viaggio durato oltre un mese, da Mosca a Bakù e poi Teheran e Il Cairo, sino ad Algeri dove giunse il 21 marzo» (cfr. S. Bertolissi - L. Sestan (a cura di), Da Gramsci a Berlinguer. La via italiana al socialismo attraverso i congressi del Partito Comunista Italiano. 1921-1984. Parte seconda 1944-1955, vol. II, Edizioni del Calendario, Milano 1985, p. XIII). Sull'argomento Giorgio Bocca ha scritto: «Due giorni dopo il 16 febbraio Ercoli parte in aereo da Mosca per un viaggio interrotto da soste forzate a Baku, Teheran, Il Cairo, Algeri, dove il comando del generale Eisenhower preferisce farlo proseguire per mare, sull’Ascania. Finalmente giunge a Napoli il lunedi 27 marzo 1944» (in G. Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari 1977, vol. II, p. 361). Nella biografia ufficiale di Togliatti, curata da Marcella e Maurizio Ferrara, si puntualizzava: «Il viaggio da Mosca all'Italia durò un mese, prima in aereo attraverso Bakù, Teheran, Il Cairo, sino ad Algeri, dove Togliatti giunse il 21 marzo. Da Algeri gli fu negato di proseguire per via aerea e viaggiò su una nave da carico inglese, l’Ascania, che attraversò il Tirreno in un grande convoglio militare scortato. Giunse a Napoli nel tardo pomeriggio del 27» (M. Ferrara-M. Ferrara, Conversando con Togliatti. Note biografiche a cura di Marcella e Maurizio Ferrara, Edizioni di Cultura Sociale, Roma, 1953, p. 312). Ho ritenuto opportuno dedicare un ampio spazio a questa e alla nota precedente perché rappresentano un esempio di rigore e di completezza nella ricerca storico-archivistica. Il contenuto delle note è desunto dall’articolo di Giovanni Apostolou, accessibile in Rete al seguente indirizzo: https://paginerosse.files.wordpress.com/2013/04/le-oscillazioni-di-togliatti.pdf.

[8] Occorre contrastare e rovesciare la falsa coscienza attraverso la quale viene forgiato il nesso di funzionalità tra l’elemento sovrastrutturale (la fascistizzazione) e l’elemento strutturale (la crisi economica e la distruzione delle forze produttive nel nostro paese). Le masse lavoratrici sono, infatti, l'unico strato sociale che abbia un interesse diretto alla salvaguardia della capacità del paese di produrre ricchezza. Questa realtà, apparsa chiaramente per la prima volta, nell'esperienza italiana, con la Resistenza antifascista e l’accanita difesa armata delle fabbriche da parte degli operai contro l’occupazione tedesca, deve essere occultata e rimossa per consentire al processo di concentrazione del capitale di tradursi con successo in guerra economica perdurante finalizzata alla distruzione indotta delle forze produttive nei paesi subalterni. In tal senso, il capitale finanziario e la fascistizzazione della società sono rispettivamente assi portanti della struttura e della sovrastruttura nel blocco storico che determina i destini della nostra epoca.

[9] Cfr. https://sinistrainrete.info/storia/10734-eros-barone-la-formazione-di-un-rivoluzionario-comunista-sotto-il-fascismo-giacomo-buranello.html.

[10] Partigiano e deportato nei lager (1921-2006), autore del libro di memorie Sotto il cielo di Ebensee, dalla Resistenza al lager, Mursia, Milano 1995. Nel secondo dopoguerra fu docente di Meccanica Statistica alla facoltà di Fisica dell’Università di Genova.    

[11] Poetessa e scrittrice (1921-2014) di origine laziale stabilitasi a Chiavari. In questi versi, scritti nel 1981, affronta il tema del ricordo di quanti, combattendo nella Resistenza, hanno perso la vita e osserva che a loro sono dedicate strade e giardini, un modo concreto perché i loro nomi non si dissolvano nell’oblio. E così è a Chiavari per i giardini Talassano, un partigiano della Brigata “Coduri” che operò nell’entroterra del Tigullio. Fissare il significato essenziale della personalità di Buranello in un gesto: ecco l’intuizione poetica che ha guidato le parole di Elena Bono. Un gesto di impazienza, di decisione e di chiarezza, quale è quello, discutendo animatamente, di battere il giornale sul dorso di uno dei due leoni di marmo che campeggiano ancor oggi ai lati dello scalone di accesso all’Ateneo genovese, in via Balbi.   

[12] G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, vol. terzo, Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, 1985, pp. 55-57.

[13] Carrassi si domanda (e ci domanda) con doloroso perplessità se il vantaggio che il sacrificio di Buranello ha arrecato alla lotta di liberazione compensi la perdita, in termini politici intellettuali e morali, di un uomo così eminente. In questa domanda si racchiude il significato, tragico e insieme palingenetico, di quella “moralità nella Resistenza” che è evocata da Pavone nel titolo del suo saggio storico.   

[14] 43 poesie per Genova, a cura di F. De Nicola, Gammarò edizioni, Sestri Levante 2018, pp. 38-40.

[15] Aldo Gastaldi (nome di battaglia “Bisagno”), comandante della divisione “Cichero” che operò nella zona di intersezione delle quattro province (Genova, Alessandria, Piacenza e Pavia). 

[16] Cesare Crosa di Vergagni (“Michi”), giovane partigiano morto poco prima della Liberazione, sui monti liguri.