sull’assalto alla sede della cgil del 9 ottobre 2021
Per un’adeguata valutazione di quanto è avvenuto sabato 9 ottobre 2021 alla manifestazione No Green Pass, che ha visto l’assalto alla sede nazionale della CGIL, risulta necessaria ai fini di una corretta impostazione della questione dell’antifascismo riprendere la teoria proletaria della natura dello Stato borghese, dimenticata in senso revisionista, operaista e trotskista dai ceti dirigenti del sindacato “alternativi”, dall’odierna sinistra “radicale” e dalla quasi totalità dei gruppi dell’estrema sinistra.
Sino a quando i sistemi parlamentari non si cristallizzano in regimi burocratici-militari, cosa che accade dell’effettivo precipitare della crisi sociale e istituzionale, la funzione principale di tali sistemi è quello di garantire alla classe dominante e, in particolare al grande capitale monopolistico il massimo consenso.
Per analizzare bene l’evoluzione dei sistemi parlamentari bisogna affrontare la questione dello Stato borghese nella fase dell’imperialismo.
Lenin ha evidenziato i tratti fondamentali dell’imperialismo nel testo "L'imperialismo, fase suprema del capitalismo”.
Dobbiamo qui considerare in particolare la questione dello Stato. Lenin evidenzia che nell’imperialismo lo Stato si modifica profondamente rispetto alla precedente fase ottocentesca caratterizzata dall’espansione del capitalismo che vede il liberalismo la sua espressione politica, economica e culturale. Tale modificazione è sintetizzata da Lenin con la categoria del Capitalismo Monopolistico di Stato (CMP). Questa categoria indica appunto come nell’imperialismo il capitalismo e lo Stato. Inteso come complesso degli apparati del dominio, si fondono tra di loro.
È in questa fase nascono le Forme Antitetiche dell’Unità Sociale. Le FAUS sono istituzioni e procedure con cui la borghesia con cui la borghesia cerca di far fronte al carattere collettivo ormai assunto dalle forze produttive, restando però sul terreno della proprietà e delle iniziative individuali dei capitalisti. Per farvi fronte crea istituzioni e procedure che sono in contraddizione con i rapporti di produzione capitalisti. Sono mediazioni tra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione che ancora sopravvivono. Sono ad esempio FAUS le banche centrali, il denaro fiduciario, la contrattazione collettiva dei rapporti di lavoro salariato, la politica economica dello Stato ecc.
Affrontare la questione dei caratteri di fondo del rapporto tra capitalismo e Stato nei paesi imperialisti vuol dire considerare il Capitale Monopolistico di Stato (CMS) e lo Stato moderno, siano connessi indissolubilmente, ma come nello stesso tempo non risultino coincidenti. Il CMS è il cuore e la testa dello Stato moderno che si potrebbe definire Sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato (SCMS). Quest’ultimo è una sorta di involucro amministrativo e burocratico-militare che contiene la “società civile” al cui interno risultano posizionate, sul piano politico e ideologico ma in stretta connessione con la loro natura economico-sociale, le restanti classi e frazioni di classi reazionarie (quelle appunto non coincidenti con la borghesia monopolista). Dal SCMS sono ovviamente esclusi il proletariato e le masse popolari.[1]
Approfondiamo in maniera schematica l’analisti del Capitalismo Monopolistico di Stato.
Il capitale finanziario[2] si fonde con i centri della burocrazia, dell’esercito e degli apparati repressivi, diventando così Capitale Monopolistico di Stato (CMS). Questa forma di Capitale rappresenta la borghesia monopolistica di Stato, ossia l’alta borghesia, che comprende l’insieme delle frazioni economicamente, politicamente e militarmente dominanti sul proletariato e sulle masse popolari ed egemoni rispetto alla media e alla piccola borghesia privilegiata (comprendente anche l’aristocrazia operaia e dei servizi).
A seconda delle situazioni più o meno rilevanti del CMS di un determinato Stato-nazione sono strettamente collegati al capitale imperialistico internazionale ed eventualmente ne rappresentano al proprio interno, in forme mediate, gli interessi.
Sulla base economica-burocratico del dominio del CMS si sviluppa il SCMS. Conseguentemente la media e piccola borghesia privilegiata, ossia i diversi settori imprenditoriali non monopolistici della borghesia, compresi gli strati intermedi della burocrazia statale, l’aristocrazia operaia e dei servizi ecc. si posizionano sul piano politico, ideologico ed egemonico, in stretta connessione con il loro carattere d i loro interessi economici-sociali, all’interni del SCMS, in questo modo, in posizione subordinata al CMS, vanno a occupare questo o quell’insieme di spazi e di posizioni di potere (un ruolo importante è svolto quindi in questo quadro dai processi di impiego, programmazione, ripartizione e ridistribuzione del flusso di denaro pubblico)[3]. Tutta l’attività economica, politica, culturale e sociale è quindi subordinata al CMS.
Lo Stato interviene quindi in base a questi interessi in cui tutti gli aspetti fondamentali della vita pubblica e privata delle masse popolari. Assumono un carattere e un ruolo i cosiddetti servizi sociali pubblici (Stato Sociale), questo soprattutto dopo la prima guerra mondiale imperialiste e soprattutto con la crisi del ’29.
Dopo il crack della Borsa del 1929, si potenziò l’intervento dello Stato nell’economia sia negli U.S.A. che in Europa.
Questa tendenza dell’intervento statale nella direzione dell’economia diventa permanente e sempre più massiccio; si afferma così in tutti i paesi la tendenza alla trasformazione in proprietà dello Stato di interi settori dell’industria e al dirigismo statale.
Questa tendenza al capitalismo di stato non cambia i rapporti di produzione, non rappresenta una novità rispetto al capitalismo classico, anzi né è l’estrema conseguenza. E’ un chiaro esempio della decadenza del capitalismo. Le nazionalizzazioni, i monopoli statali ecc. non sorgono, come conseguenze della prosperità economica, ma come risposta alla crisi, come mezzi per salvare dal fallimento e perpetuare i monopoli di questo o quel ramo d’industria, il controllo dello Stato nell’economia nazionale serve a impedire, attraverso la centralizzazione delle decisioni, il tracollo del sistema sotto il peso delle sue contraddizioni.
Questi servizi pubblici sociali (come ad esempio la sanità l’istruzione, le politiche sociali ed assistenziali, il finanziamento e la gestione pubblica del privato-sociale e del Terzo Settore, ecc.) oltre a essere caratterizzati in senso classista e oltre a essere soggetti ai processi ri ristrutturazione richiesti e imposti dal CMS, sono quindi interfacciati con la macchina statale dedita all’esercizio dell’egemonia e alla gestione burocratica-militare delle contradizioni di classe. Diventano un importante articolazione del SCMS che si intreccia con i diversi interessi reazionari e le diverse rappresentano politiche di tali interessi che sussistono contraddittoriamente al suo interno.
Nell’imperialismo lo Stato di “allarga” enormemente e la “società civile”[4] che nell’Ottocento era solo una dimensioni sostanzialmente parallela alla macchina burocratico-repressiva statale, diviene invece una dimensione dello stesso Stato deputata alla gestione dell’egemonia. La “società civile”, che a sua volta è soggetta ad un processo di ampliamento, si ritrova così ad operare strettamente legata alla macchina burocratico-militare, in funzione della conciliazione forzosa della lotta di classe. lo Stato moderno si sviluppa come una gigantesca macchina burocratica, egemonica e militare. Una parte anche rilevante, sotto il profilo quantitativo, della società viene in questo modo foraggiata dal proletariato e delle masse popolari. I redditi di questa parte della società possono essere fatti rientrare nelle “rendite”. Considerato che la società civile è strettamente connessa e intrecciata con svariati strati borghesi e piccolo borghesi privilegiati (compresa l’aristocrazia operaia e dei servizi) che, sotto il profilo politico e ideologico, si “posizionano al suo interno”, ne deriva che tali strati le “rendite” provenienti dalla spesa pubblica si legano inscindibilmente con altre fonti di guadagno derivanti direttamente o indirettamente dallo sfruttamento dei lavoratori.
Il sistema della rappresentanza democratico-borghese , che nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento aveva potuto svilupparsi relativamente nei principali paesi europei, nell’epoca dell’imperialismo viene sostituito in questi stessi paesi da istituzioni e ordinamenti statali[5] di tipo burocratico-corporativo[6].
Si tratta di istituzioni al servizio del CSM, che operano sia per la gestione delle contraddizioni interborghesi relative ai vari strati privilegiati di piccola e media e borghesia, sia per conciliazione forzosa delle contraddizioni di classe. Queste istituzioni sono di carattere burocratico-reazionario e possono assume una forma fascista o liberale-costituzionale (repubbliche costituzionali successive alla seconda guerra mondiale) o di carattere intermedio o di transizione (sistema maggioritario, governo dei tecnici, presidenzialismo) ecc. Con il sistema burocratico-corporativo si accentua la comprensione egemonico-poliziesca del conflitto di classe.[7] Si apre così una prolungata caratterizzata strutturalmente da quella che si potrebbe definire una “guerra di posizione reazionaria”. In conseguenza di tutto questo lo Stato moderno può essere definito come uno Stato imperialistico burocratico corporativo. Questo processo ha assunto forme ancora più reazionarie e burocratiche nei paesi europei relativamente marginali come l’Italia e la Spagna che non hanno conosciuto una fase propriamente e classicamente liberale. In Italia è avvenuto principalmente dello Stato piemontese burocratico nel processo unitario e nel perdurare del potere del Vaticano.
Il rapporto di rappresentanza tra istituti statali burocratico-corporativi, personale politico di governo, partiti di potere da un lato e strati, settori e frazioni della borghesia dall’altro, muta profondamente con il passaggio dalla fase ottocentesca del liberalismo e della democrazia borghese alla fase del dominio dell’imperialismo del Sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato.
Nella fase ottocentesca gli istituti statali (parlamenti, monarchie costituzionali, ecc…) e con essi le classi politiche di governo e di partiti di potere, in quanto rappresentativi degli interessi di questa o quella frazione della classe dominante o di determinato equilibrio tra le diverse frazioni,[8] erano subito anche il cuore e la testa politica e strategica del sistema statale borghese. In tal modo istituti quelli parlamentari e, in modo più complesso, come quelli monarchico-costituzionali con i relativi borghesi, erano dei veri centri di mediazione tra gli interessi dei diversi strati e delle diverse frazioni della classe dominante.
Con l’affermazione dell’imperialismo e del sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato tutto questo muta profondamente e gli istituti corporativo-burocratici che sono andati a costituirsi, i partiti di potere, il personale di governo, i governi di volta in volta in carica, ecc. vengono derubricati al ruolo di organismi di intermediazione, insomma vengono ridotti a strutture di servizio delle frazioni dominati della borghesia.
Sono adesso queste ultime che si costituiscono direttamente come cuore e testa del potere economico, politico e militare,[9] centro di potere decisionale e livello strategico esterni e quindi al di sopra dei partiti, dei governi, dei regimi e delle differenti tipologie degli istituti burocratico-corporativi.[10]
La società civile non è solo deputata all’esercizio dell’egemonia sul proletariato e sulle masse popolari in funzione degli interessi di fondo e della strategica del CMS ma, sempre in funzione di tali interessi, è anche tenuta a garantire un certo equilibrio tra i vari settori reazionati della piccola e media borghesia. Se la società civile con i suoi istituti burocratico-corporativi, i partiti di potere e di governo, i sindacati riformisti che teorizzano e praticano la collaborazione di classe, ecc. non riesce ad assolvere adeguatamente entrambi questi due compiti, allora si sviluppa la crisi egemonica e inizia l’ascesa di una nuova classe politica di governo, e un processo, più o meno pronunciato, di transizione verso un differente sistema di rappresentanza.
Si tratta di un processo che non può risultare più o meno complesso e conflittuale.[11] Non è quindi affatto detto che il passaggio di testimone nelle mani di una classe politica di governo più apertamente fascista debba avvenire a causa di una risposta capitalistica a un alto livello di conflittualità politica e di classe. Questo passaggio può avvenire anche semplicemente a causa di un livello di concorrenzialità interna tra gli strati reazionari di piccola e media borghesia che finisce per divenire ingestibile per una determinata classe politica di governo la quale, viene più o meno bruscamente ridimensionata o addirittura licenziata ad opera del CMS.
Partendo da queste considerazioni le tornate elettorali servono dunque sulla base della competizione tra i vari schieramenti politici e grazie ad essa, a ricalibrare continuamente gli assetti relativi all’instaurazione dei governi. Questo in funzione della ricerca e del conseguimento della più ampia egemonia possibile rispetto a quelle che appunto sono le svolte e le direzioni strategiche impresse dal grande capitale.
I problemi relativi al conseguimento di tale consenso sono sostanzialmente due:
1) Ottenere su tale piano il maggior sostegno possibile dalla classe operaia e dalle masse popolari;
2) Gestire, nel modo più efficace e funzionale a queste stesse scelte e decisioni, la dinamica corporativa e competitiva che si sviluppa tra gli stessi settori di piccola e media borghesia colpita dalla crisi generale del capitalismo (crisi non solo economica, ma anche politica e culturale).
I regimi parlamentari, almeno a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, oltre allo sviluppo e rafforzamento della controrivoluzione preventiva[12], sono evidentemente soggetti, come le varie forze politiche e sindacali di potere che di volta in volta acquistano presenza e ruolo al loro interno, ad un progressivo logoramento egemonico. I motivi sono immediatamente identificabili. I parlamenti e i governi in carica devono far ingoiare al proletariato e alle masse popolari, leggi e controriforme[13] che diminuiscono i loro diritti e peggioramento le loro condizioni di vita e di lavoro, coscienti del fatto che non è possibile garantire dei “privilegi” simulatamente a tutti i settori della piccola e media.
Ne deriva la necessità, in alcune fasi critiche che chiedono più rapidi ed in apparenza radicali cambiamenti, di creare nuove forze politiche, di destra o di sinistra, per verificarne la capacità e la tenuta egemonica.
Se non ci fossero questi cambiamenti e queste oscillazioni che presuppongono lotte aspre, che possono arrivare ai limiti dello scontro politico-militare tra i vari schieramenti politici e sociali, l’esercizio dell’egemonia borghese al servizio del grande capitale incontrerebbe maggiori difficoltà. Si avrebbe infatti, direttamente un regimo burocratico-militare che a causa della sua cristallizzazione, diventerebbe profondamente inviso sia alle larghe masse popolari, che a settori a settori di piccola e media borghesia, minacciando così di trascinare nella propria crisi il dominio politico ed egemonico del grande grande capitale e con esso l’esistenza dello stesso Stato borghese. A tale proposito, la stessa storia della lotta di classe nel nostro paese mostra, nel giro di 15-20 anni, come il fascismo chiarito le idee al proletariato e alle masse popolari con le sue politiche, suscitò una resistenza popolare che se ben guidata, avrebbe creato uno stato socialista.
Se quindi oggi, la crisi generale del capitalismo e le necessità strategiche del grande capitale, di irregimentare il proletariato in funzione della guerra imperialista, spingono in direzione del fasciamo, è anche vero che la classe dominante lavora a fondare nel migliore possibile questa prospettiva cercando di costruire il più vasto consenso sociale e mettendo alla prova i diversi schiarimenti politici rispetto alla loro capacità di garantire, nel modo più soddisfacente tale esito.
Oggi è per esempio palese in tale direzione che in tale direzione si muovono tutti gli schieramenti di potere, che per altro nel governo Draghi trovano una loro parziale sintesi prefiguratrice di un futuro partito unico di potere di governo. Mentre da un lato forze come il PD, insieme a una parte del M5S e ai sindacati confederali con la CGIL in prima linea, puntano su una transizione più molecolare incentrata sui processi di corporativizzazione reazionaria dello Stato ben rappresentati dallo stesso Draghi. In questo quadro si muovono anche le forze fascio-populiste che mirano a uno sbocco apertamente fascista, da conseguire in tempi più rapidi e con un significativo depotenziamento e disciplinamento dello schieramento politico avversario.
Pensare che il capitale monopolistico di Stato e i poteri centrali della macchina burocratica ossia l’oligarchia economica e politico effettivamente dominante leghi i propri destini a uno schieramento piuttosto che ad un altro o ad un governo in particolare, non esprime altro che la miopia politica del movimentismo e del riformismo dell’attuale estrema sinistra, la quale in realtà in gran parte non è altro l’ala sinistra della società civile borghese.
Il grande capitale, invece di legarsi ad un schieramento politico di potere, opera affinché dalla sua concreta operatività a partire ovviamente dalla prassi di governo e dalla sua anche aspra competizione con gli altri schieramenti, emerga una risultante che gli consenta di perseguire i propri obiettivi strategici anticipando e contrastando la tendenza alla rivoluzione proletaria oggettivamente insita nella crisi generale del capitalismo. Tendenza però ostacolata in tutti i modi dalla borghesia e dai suoi servi ed agenti riformisti e revisionisti, nella sua effettiva rappresentazione e rappresentabilità soggettiva politica ed oggettiva.
L’operato del Capitale Monopolistico di Stato in Italia, ai tempi di “Mani Pulite” è un brillante esempio di la borghesia abbia preso direttamente in mano la situazione e abbia preso direttamente in mano la situazione e abbia operato per liquidare sia il principale partito di potere (DC) sia il suo più stretto alleato (PSI).
“Mani Pulite” è un esempio di come la borghesia risolve le sue contraddizioni. In quel periodo c’è stata una guerra intestina strisciante che ha avuto diversi aspetti:
1) Guerra di mafia;
2) Le grandi incriminazioni.
Come si diceva prima, l’attuale crisi generale del capitalismo non ha solo aspetti economici ma anche politici e culturali.
In quasi tutti paesi imperialisti i contrasti tra i vari gruppi imperialisti sono diventati tali che non possono essere più essere conciliati per mezzo delle istituzioni e delle concezioni che fino ieri erano state sufficienti allo scopo, perché in ogni paese i contrasti tra la classe dominante e le classi oppresse sono diventati tali da rendere inefficaci le vecchie istituzioni, perché ogni gruppo imperialista cerca di indebolire i suoi avversari aumentando le loro difficoltà in casa (ricorso sistematico alla destabilizzazione, alle guerre sporche e alle guerre non dichiarata).
La crisi politica fa emergere più nettamente il modo in cui la Borghesia Imperialista esercita il suo potere. In ogni paese imperialista essa combina, in modo più o meno originale, gli strumenti ufficiali e pubblici dello Stato gestiti grossomodo secondo la costituzione legale, con strumenti occulti e con procedure slegati da ogni vincolo definito per legge (in sostanza, una forma di guerra civile non dichiarata e non dispiegata).
Nella sostanza, il grande capitale nell’occasione di “Mani Pulite” nel prendere in mano l’iniziativa evitò l’ipotesi in un partito unico che avrebbe potuto creare le premesse di una cristallizzazione in un regime burocratico-militare che come conseguenza avrebbe potuto sviluppare una resistenza popolare, che pure maturava oggettivamente nella crescente crisi economica, sociale e istituzionale.[14]
Dunque il grande capitale nell’accentuarsi della crisi generale del capitalismo e della tendenza alla guerra imperialista, mentre da un lato cerca di imporre governi che siano efficienti e sufficientemente stabili, dall’altro ponte al centro il problema di anticipare la rivoluzione mirando così a dare uno sbocco “radicale” ed “eversivo”, apparentemente perfino “rivoluzionario”, alla dilagante crisi egemonica, alla crescente sfiducia nelle decrepite istituzioni repubblicane e alla opposizione di massa ai governi in carica, oggi in primo luogo, al governo Draghi.
Questo spiega come possa accadere che la Borghesia Imperialista da un lato impone governi sempre reazionari e nei contenuti antioperai e antipopolari, dall’altro promuove e sostiene anche l’opposizione fascista, come una strada per convogliare il malcontento e impedire che emerga un’iniziativa indipendente della classe operaia e delle masse che sia capace di esercitare un’egemonia progressiva sugli strati impoveriti della piccola borghesia.
Per questi motivi riteniamo che la lotta contro il fascismo vada collegata ad un programma di rivendicazioni di fondo in difesa degli interessi economici e politici vitali della classe operaia e delle masse popolari, nella prospettiva del socialismo.
[1] Qualora si scelga di distinguere, al fine di una maggiore precisione politico-teorica, il proletariato (ossia essenzialmente la classe produttiva del plus-prodotto sociale) dalle masse popolari, queste ultime, ameno in un paese imperialista come l’Italia, sono composte da svariati settori di piccola borghesia impoverita (con condizioni di vita a grandi linee assimilabili a quelle del proletariato) e intermedia.
[2] Le grandi istituzioni bancarie e assicurative strettamente connesse ai grandi gruppi imprenditoriali industriali e dei servizi, eventualmente anche legate al capitale internazionale e, come soprattutto in Italia, affiancate da istituzioni finanziarie rappresentative di varie tipologie di rendite: urbane e agrarie; provenienti dalle catene dell’intermediazione commerciale; derivanti dai risparmi della piccola e media borghesia privilegiata; di origine statale (terzo settore e cooperative sociali, sovvenzioni e contributi a qualsiasi tipo di impresa il cui apporto risulti decisivo per l’attività e quindi vada a considerarsi come ‘impresa economica parassitaria’).
[3] In questo senso nell’imperialismo per gli strat come l’aristocrazia operaia e dei servizi, si collocano all’interno del SCMS dove, a parte i settori dominanti, lottano per migliorare le proprie posizioni cercando di utilizzare le masse popolari. Restano esclusi da tale sistema il proletariato e le masse popolari, anche se gli strati piccolo/intermedi borghesi spesso aspirano a farne parti.
[4] La “società civile” nell’imperialismo è costituita da tutti quegli organismo e da quelle istituzioni (sistemi di rappresentanza, partiti, sindacati, apparato ecclesiastico, apparati culturali, compreso la scuola e l’università, mass media, organismi sportivi, terzo settore e ONG ecc.) che a diversi livelli, interfacciandosi con vari strati borghesi intermedi, hanno il compito di gestire, direttamente o meno, la società e quindi il proletariato e le masse popolari in funzione della costruzione del consenso necessario al dominio economico, politico e militare del capitale finanziario di Stato. La società civile esercita quindi il dominio egemonico poggiando sui centri economici dominanti e sulla macchina burocratico-militare. Il suo compito principale è quello di garantire il massimo consenso possibile al capitale finanziario e ai suoi apparati repressivi. La società civile, soggetta al logoramento ciclico dei processi di costruzione del consenso, deve provvedere di volta in volta a “rinnovarsi” e quindi a contribuire a rinnovare la classe intellettuale e di governo al fine di ripristinare il consenso su nuove basi. Ciò avviene o almeno viene tentato attraverso rivoluzioni passive . il fascismo, la socialdemocrazia, il liberalismo ecc. emergono di volta in volta come esito dell’affermazione di una determinata rivoluzionaria passiva. Le rivoluzioni passive cercano di chiudere fasi di profonda crisi economica e di acute contraddizioni politiche, sociali, e ideologiche a favore degli interessi e delle finalità strategiche del capitale finanziario. In questo modo imponendo tali rivoluzioni passive il SCMS cerca di sopravvivere, di ristrutturarsi e persino rinnovarsi, pur rimanendo in generale nella fase generale del capitalismo morente e pur preparando direttamente o in prospettiva le condizioni per situazioni critiche ancora profonde.
[5] Queste istituzioni vengono dal CMS mantenute in vita o revisionate e trasformate in rapporto:
1) Alla capacità di rappresentanza degli interessi delle necessità e delle direttive delle diverse frazioni e componenti reazionarie dominanti.
2) Alla idoneità all’esercizio di egemonia sulle masse proletarie e popolari, al fine dell’ottenimento di un sufficiente consenso.
Non si intende quindi con questo concetto necessariamente fare riferimento ai sistemi “democratici borghesi formali” come quelli parlamentari, ma comprendere eventualmente anche le istituzioni statali si transizione al fascismo, quelle apertamente fasciste ecc.
[6] Con questo termine non si fa riferimento alle grossolane teorizzazioni fatte dai fascisti italiani nei primi anni Trenta, bensì all’uso che Gramsci fece del processo di esaurimento della propensione egemonica borghese e alla sua sostituzione con un sistema di compressione egemonica e poliziesca della conflittualità politica e sociale. Si tratta di un sistema burocratico pienamente affermatosi con la trasformazione e l’esaurimento delle forme classiche della democrazia borghese dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento. Un sistema che paradossalmente ripresenta degli aspetti paragonabili a quelli delle monarchie burocratiche (e delle relative forme di partito, di vita politica nazionale, di classe intellettuale di potere, ecc.) di paesi come l’Italia, che non hanno mai potuto vedere una qualche fase prolungata di tipo liberale classico. Il concetto di corporativizzazione-burocratica nell’uso che ne fa Gramsci pare prestarsi bene a caratterizzare questo tipo di “unificazione” artificiale e “forzosa”, che ha partire dalla prima metà degli anni Venti ha dato vita da un lato ai sistemi dell’ “americanismo” (Gramsci) e dall’altro all’ascesa del fascismo e del nazismo. Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo avuto l’egemonia del liberalismo reazionario, per tutta una fase affiancato dal revisionismo moderno con la forma ormai in crisi da decenni delle repubbliche parlamentari costituzionali.
[7] Che appunto si presenta e si modifica tramite le rivoluzioni-passive al fine di tentare di rimandare nel tempo il crollo del Capitalismo Monopolistico di Stato.
[8] Un caso rilevante è quello relativo alla questione del “bonapartismo”. Con questa categoria si fa riferimento , partendo dalla Francia di Napoleone III, a quelle situazioni tipicamente ottocentesche in cui il partito di governo giungeva a cristallizzarsi in una sorta di regime formalmente al di sopra delle parti tra le diverse frazioni e classi sociali in lotta. Veniva a realizzarsi così un assetto che “equilibrava” parzialmente questi diversi interessi in reciproca contraddizione impedendo che il conflitto tra le classi dominanti e quelle proletarie potesse svilupparsi sino a dar vita a una crisi politica e sociale. Nel corso degli anni Venti del XX secolo, la socialdemocrazia di sinistra insieme al trotskismo, riprendendo le analisi storiche di Marx delle lotte di classe in Francia nonostante risultassero largamente superate dalle profonde motivazioni intervenute con lo sviluppo dell’imperialismo, applicò lo schema del bonapartismo all’analisi della crisi della democrazia borghese allora dilagante e alla relativa all’ascesa del fascismo con conseguenze politiche potenzialmente, di volta in volta oscillanti tra il codismo verso la socialdemocrazia e il rosso-brunismo (che lavora per transitare le masse dall’estrema-sinistra al “nazional-socialismo”), disastrose per il proletariato e per le masse popolari.
[9] Si capisce quindi in paesi come in Italia, certe tendenze degli anni Settanta potessero cadere nel riformismo nel momento in cui confondevano gli istituti dello Stato liberale ottocentesco con quelli dello Stato imperialista burocratico corporativo.
[10] Tali organismi, oltra a sottostare ai centri del reale potere economico-politico-militare, devono rispondere a esso della loro capacità digestione egemonica della molteplicità di interessi dei vari strati borghesi intermedi (i cosiddetti ceti medi) in reciproca competizione e della loro capacità di dominio egemonico sul proletariato e le masse popolari. Nel caso in cui si rivelino poco efficienti ed efficaci, vengono sostituiti con una nuova classe politico di governo con metodi più o meno burocratici e polizieschi (come, per esempio, nel caso dell’ascesa della classe politica rappresentata fascismo). È del tutto errata quindi la visione che spiega l’ascesa del fascismo solo sulla base dell’ascesa della lotta di classe. Viceversa, il fascismo può emergere anche solo perché una determinata classe di governo non riesce più a contendere e mediare conflittualità tra i vari settori della piccola e media borghesia. La comune e la perdurante confusione in tanti raggruppamenti della sinistra e dell’estrema sinistra tra il capitalismo ottocentesco e il sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato porta quindi all’impossibilità di impostare in modo adeguato, in funzione degli interessi del proletariato e delle masse popolari, gran parte dei principali problemi politici.
[11] La classe politica di governo non sarebbe tale, ossia non potrebbe assolvere ai suoi compiti servili se risultasse eccessivamente mobile e flessibile, al contrario deve giocare di volta in volta le sue carte. Una certa tendenza alla cristallizzazione è così insita nel carattere stesso di un sistema di rappresentanza e di una determinata classe di governo. La conseguenza è che molti strati reazionari di piccola e media borghesia inseriti variamente nell’involucro del SCMS tendono a loro volta a legami, per la rappresentazione e la difesa dei propri interessi particolaristici, a una certa classe politica di governo o delle componenti di esse. Si creano così schieramenti politici e sociali che a volte vengono confusamente identificati con il concetto di blocco dominante.
[12] F. Engels nella Introduzione (del 1895) a Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 aveva già chiaramente indicato che lo sviluppo della situazione politica nei paesi europei era tale che la borghesia, per impedire la conquista pacifica del potere da parte della classe operaia, avrebbe sicuramente rotto essa stessa la legalità delle democrazie borghesi create nel corso del secolo. Lenin in Stato e rivoluzione (1917) ha analizzato l’avvenuta militarizzazione del potere politico della borghesia in tutti i paesi imperialisti. Dopo il successivo trionfo delle rivoluzioni socialiste e di “nuova democrazia” nel corso della prima metà del nostro secolo, la Borghesia Imperialista ha spinto ancora più in là il processo di difesa a oltranza e a qualsiasi costo del suo potere e di “controrivoluzione preventiva”. Essa non si è limitata a usare la violenza contro un governo popolare che pur eletto democraticamente porta avanti gli interessi delle masse popolari in contrapposizione più o meno voluta con le classi dominanti (come nella Spagna del 1936, nel Guatemala del 1954 e nel Cile del 1973, se prendiamo casi più noti e più chiari di questo genere), ma ha creato in tutti i paesi una politica e un apparato per reprimere la classe operaia e le masse popolari si organizzano per prendere il potere. Nel corso del XX secolo abbiamo visto il dispiegarsi di una vasta gamma di strumenti della controrivoluzione preventiva: ostacoli pretestuosi alla libertà di propaganda, manifestazione, associazione e organizzazione; diritti sindacali riservati alle organizzazioni collaborazioniste; esclusione delle minoranze dalle istituzioni elettive; guerra psicologica, propagazione di notizie false, campagne di disorientamento, invenzioni calunniose, monopolio del l’informazione; creazione di corpi di polizia politica e di spionaggio antipopolari; operazioni politiche segrete e associazioni segrete antipopolari; infiltrazione nelle organizzazioni popolari e progressiste e corruzione dei dirigenti; montatura di operazioni diversive, di provocazioni e di ricatti; creazione di organizzazioni popolari controllate dalla borghesia; schedatura e persecuzione di membri e simpatizzanti di organizzazioni popolari e progressiste e loro esclusione dai pubblici uffici; creazione di corpi di repressione paralleli, extralegali o parastatali per terrorizzare le masse; combinazione dell’apparato statale con la malavita organizzata; eliminazione di esponenti che non si lasciano corrompere; guerra sporca; strategia della tensione; colpi di Stato preventivi; campagne di sterminio di massa.
Questa evoluzione del regime politico della borghesia ha ovviamente richiesto al movimento operaio di modificare concezioni, linee, strutture e tattiche. Il mancato adeguamento, la continuazione nella fase imperialista nelle forme elaborate nella fase preimperialista, stanno alla base delle sconfitte subite dal movimento operaio nelle sue lotte per il potere in questo secolo nei paesi imperialisti.
Questa evoluzione del regime politico della Borghesia Imperialista ha generato anche una sottoscuola del pensiero borghese la cui caratteristica consiste nel denunciare quell’evoluzione, deplorarla, terrorizzare con la descrizione di essa gli strati incerti della popolazione, ostacolare con essa lo sviluppo del pensiero rivoluzionario, proclamare che a causa di essa il “malvagio” potere della borghesia è oramai imbattibile
[13] Riteniamo che con riformismo si utilizza un termine impreciso che può ingenerare confusione e che necessita di alcuni chiarimenti. Innanzitutto la maturazione storica del riformismo non è un dato dell’attualità politica di questi anni. Da quando il sistema capitalistico è entrato nella fase imperialista, e dalla vittoria della rivoluzione proletaria del 1917 (e della relativa ondata rivoluzionaria che investì i paesi imperialisti, le colonie e semicolonie), il riformismo ha cessato di essere l’ala destra del movimento operaio per diventare l’ala sinistra dello schieramento borghese. Ciò vuole dire, inequivocabilmente, che la sua funzione è apertamente reazionaria e assicura un sostegno, spesso, determinante, per la sopravvivenza del sistema capitalistico, agendo interno del proletariato come emissario degli interessi borghesi lavorando attivamente per contrastare ogni ricomposizione di classe in senso rivoluzionario. Da questo punto di vista, nessuna trasformazione politica delle forze operaio-borghesi, di derivazione socialdemocratica o revisionista, ha portato aggiungere qualcosa di determinante sul piano qualitativo rispetto alle conclusioni cui Lenin era giunto alla vigilia della prima guerra mondiale imperialista.
Tuttavia, il processo di integrazione delle forze rifomiste nell’apparato statale borghese, la lunga marcia che se hanno compiuto all’interno delle istituzioni borghesi, la simbiosi con i meccanismi più delicati e con le complesse ramificazioni della struttura che assicura in funzionamento dello Stato “sociale” (mettiamo sociale tra virgolette poiché in uno stato borghese lo stato non può essere sociale – ovvero che lavori per gli interessi delle masse popolari - e che le riforme sono un sottoprodotto della lotta rivoluzionaria/radicalizzazione della lotta di classe) nelle metropoli imperialiste hanno da tempo cancellato quei tratti di apparente estraneità alla macchina del potere che l’opportunismo sembrava mantenere anche quando appoggiava esplicitamente l’azione delle classi dominanti contro le masse proletarie. Si arriva, così in Italia (non prima di aver conosciuto la svolta sindacale dell’EUR e quella politica dei governi di solidarietà nazionale nel periodo 1976-1979) alla dissoluzione del riformismo storico all’interno della democrazia borghese liberale, fenomeno che porta alla nascita prima del PDS e in seguito al PD e libera contemporaneamente alla sua sinistra incarnate da Rifondazione Comunista.
Le forze come il PD (ma anche LEU, Sinistra Italiana, Rifondazione e PCI) allo stato attuale hanno il compito di assicurare il compito di assicurare il governo e il funzionamento della macchina statale borghese, operando una sintesi fra i diversi interessi in campo delle varie frazioni borghesi e cercando di trovare di volta in volta la soluzione migliore, dal punto di vista capitalistico, per la gestione delle contraddizioni sociali. Il fatto stesso di essere al governo (o di appoggiarlo dall’esterno più o meno apertamente) cancella immediatamente tutte le fumisterie ideologiche che per anni avevano avvolto le elucubrazioni dell’opportunismo. Non siamo lontani luce degli “elementi di socialismo” da introdurre nel sistema. Come ancora affermava Berlinguer all’inizio degli anni Ottanta, ma “riforme”, “modernizzazione” ecc. che significano adesso l’esatto opposto di ciò che alludevano prima: se le riforme dei primi anni Settanta erano ad esempio lo statuto dei lavoratori, quelli attuali sono il pacchetto Treu, la legge Biagi, l’abolizione dell’art. 18 e il Job Act.
Per questo motivo riteniamo corretto a definire controriforme e non riforme tutto ciò che determina un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari.
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[14] Il 31 luglio 1992 ci fu ci fu l’accordo tra CGIL-CISL-UIL/Confindustria/Governo che abolì la scala mobile.
L’accordo del 31 luglio non segnò un momento di rottura con la linea sindacale precedente, ma anzi è in perfetta sintonia con le scelte subalterne alle compatibilità padronali e governative che da anni caratterizzano la politica sindacale del nostro paese.
La novità, quindi, non stava nell’involuzione che in maniera strisciante ha irreversibilmente condizionato la strategia sindacale dall’EUR in avanti, quanto piuttosto nel fatto che la protesta e la rivolta di larghe masse di lavoratori contro di essa esplose in modo più radicale e più diffuso.
Le ostilità dei lavoratori non risparmiarono il segretario della CGIL Trentin, contestato duramente il 22 settembre 1992 in piazza Santa Croce a Firenze.
Il movimento riuscì generalmente a coinvolgere tanti lavoratori a scendere in piazza, ha costretto i sindacati a convocare scioperi e manifestazioni, ha fatto venire avanti i “Consigli di CGIL-CISL-UIL” e una volta in piazza, ha bullonato, sbeffeggiato e zittito i dirigenti sindacali e dato la parola agli oppositori.
Questo movimento ha rappresentato un momento particolare della resistenza della classe operaria al procedere della crisi.